Locandina

 E’ una storia che è ormai lontana dal tempo, e parafrasando il titolo di un famoso film degli anni Settanta, ecco che il cultore di storia locale Daniele Iadicicco ci ha raccontato questa storia, che è anche una sua storia familiare, ma che è anche la storia di cronache che nel finire del XIX secolo Formia e le sue frazioni limitrofe hanno vissuto intensamente:

” Siamo a gennaio del 1895. Il cinque di Gennaio alle ore 22 il pellicciaio Giacomo Pepenella, 65 anni, di Castellonorato si presenta presso la sottotenenza dei Carabinieri di Formia. Il comandante Manzella Luigi ascolta la testimonianza dell’uomo. E’ accaduto qualcosa di grave presso la contrada di Penitro nel Comune di Castellonorato. Un qualcosa che scuote la tranquilla convivenza del Borgo. Come ogni giorno il signor Giacomo sta per chiudere la sua bottega. Assieme a lui ad aiutarlo ci sono il nipote Ettore Filosa, di sedici anni, figlio di sua sorella Francesca, ed il garzone quindicenne Francesco De Meo. Sono le diciannove e quel giorno in bottega è presente anche sua moglie Maria De Marco, di 45 anni. Si presentano cinque uomini sulla porta che lasciano tutti impietriti. I componenti del gruppo sono tutti coperti sino agli occhi da fazzoletti così da non farsi riconoscere in volto, quattro di loro brandiscono sicuri dei fucili. Armati anche di bastoni entrano nella bottega. Giacomo Pepenella ancora pensa si possa trattare di uno scherzo, di una mascherata, che uno dei malfattori gli si avventa contro per legarlo. Un altro scatta per immobilizzare suo nipote Ettore. Gli altri del gruppo sbarrano la porta di uscita del laboratorio di pellicce. Don Giacomo non si lascia sopraffare e con uno slancio di coraggio si oppone al suo aguzzino, gli si getta addosso e dimenticando i fucili minacciosi gli strappa via il fazzoletto. Il bandito altri non era che l’operaio a giornata Francesco Zinicola di Minturno, di 24 anni. A quel punto il giovane Ettore, emula lo zio, si butta sul “malfattore” e gli scopre il volto. Anche questa volta si tratta di un uomo da loro conosciuto. E’ Francesco Rocco, guardiano e già pregiudicato. L’uomo dimora a Castellonorato ma pure lui è originario di Minturno. A quel punto Don Giacomo la moglie ed il Garzone, nel generale trambusto, riescono a scappare da una porta laterale lasciando il povero Ettore Filosa ancora in lotta con il suo aggressore. In quel momento sopraggiunge sulla strada Formia-Ausonia il carrettiere Giuseppe Panzanelli di Coreno, a cui il gruppo chiede soccorso. I malfattori tra le grida dei fuggitivi e temendo di essere presi, lasciano finalmente il povero Ettore e scappano. Prima di fuggire prendono quel che possono. Cinque cappotti di lana, del valore di 20 lire ognuno, diverse scorte alimentari presenti in bottega per il sostentamento dei lavoratori e la ragguardevole somma di 150 lire. I Carabinieri si recano sul posto per raccogliere testimonianze. Ne raccolgono diverse da chi a diverso titolo aveva visto qualcosa. Tutte le parti del racconto sono confermate da un gruppo di testimoni. I maranolesi Giuseppe Palladino, Luca Ferrara e Antonio Forte accorsi per le grida del Pepenella. Il gruppo racconta anche di aver visto tanto il Pepenella e famiglia quanto il carrettiere Panzanelli correre per ripararsi in un casolare attiguo di proprietà del signor Pasquale Santarelli. Quest’ultimo accoglie in casa i spauriti malcapitati che temevano ancora di essere raggiunti dai banditi. Mezz’ora più tardi a mezzo kilometro di distanza un’altra testimonianze la offre il colono Giuseppe Vaccarelli che assicura si aver visto un gruppo di sei uomini (evidentemente era presente anche un palo), alcuni dei quali armati, e carichi di cappotti (rubati), recarsi frettolosamente in direzione Santa Maria Infante. Da dove difatti vengono il Rocco e lo Zinicola. La notte del 5 gennaio volge al termine ma i Carabinieri sono ancora sulle tracce dei malviventi. Il primo ad essere raggiunto è il Rocco, essendo dimorante in Castellonorato. I Carabinieri subito notano e sequestrano un fucile carico ed interrogato il sospetto registrano il rifiuto di ogni collaborazione o ammissione di colpa. Lo stesso dichiara di essere stato in casa ed in compagnia di un amico non meglio identificato. I militari non valutando come sincera la giustificazione e viste le testimonianze arrestano subito il Rocco. Non stanchi i Carabinieri continuano sulle tracce di Francesco Zinicola, arrivando a individuarlo nella sua casa di Santa Maria Infante. Sono le ore 10 del sei Gennaio 1895, anche il Zinicola è subito arrestato. Lo stesso dichiara di essere stato il giorno prima e la sera a casa del cognato ad “oziare” non avendo lavoro ed a suonare l’organetto con altri amici. Tutti i testimoni citati dallo Zinicola, come nel caso del Rocco, non sono disponibili ad interrogatorio. L’unica ascoltata la sorella di Francesco Zinicola finisce presto, dopo l’interrogatorio in diverse contraddizioni. Questa storia finisce così con il referto medico del Dott. Francesco Mazzucchi che riconosce a Ettore Filosa fu Giuseppe diverse ferite e contusioni sul dorso guaribili in dieci giorni. Ed allo zio Giacomo invece ferite riportate sia sulla scapola che a livello intercostale, anche queste guaribili in dieci giorni. Il fascicolo che oggi ci riporta questa storia conservato presso l’archivio di Stato di Caserta appartenente alla Corte di Assise di Cassino continua copioso con interrogatori, confronti e racconti incrociati che insistono sul lato legale e probatorio. Fatto certo è che si ricorderà bene quel gruppo di quella brutta avventura, fatta di disagi e di povertà, di lavoro e di comune delinquenza. Fatto certo è che fu una fortuna che nessuno quella sera ci lasciò le penne. Un fortuna anche per me che scrivo questo articolo. Si perché fosse rimasto ucciso Ettore, oggi non potrei star qui a scrivere questa storia, essendo quel giovane e temerario sedicenne nient’altro che il mio trisavolo. Quindi tutto è bene quel che finisce bene.”

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