Negli anni sessanta, l’Italia cominciava a risvegliarsi, la vita lentamente riprendeva dopo aver assistito alle tragedie della Seconda Guerra Mondiale che avevano seminato macerie e distruzione, nelle città e negli animi della gente, nonostante la società italiana cominciava a riprendere vigore, gruppi sempre più folti di giovani, irrequieti e provocatori, riuscirono a mettere sotto critica la società dei consumi, proponendo nuovi modelli di vita. Nel 1964 esplose la “Guerra del Vietnam” e ben presto la l’ opinione pubblica mondiale con in testa la gioventù statunitense, si rese conto di quanto fosse una guerra ingiusta, che nascondeva scopi differenti, difficilmente condivisibili. Nell’ambito delle prime contestazioni a livello mondiale, anche i giovani italiani iniziarono un loro movimento di protesta, da qui l’appellativo di “ribelli”, poi nel fatidico 1968 si sviluppò in Italia un estremismo giovanile grazie soprattutto alla crisi di modelli di riferimento cattolici e comunisti. La “beat generation” in Italia mosse i primi passi a Milano, nel 1965 e sembrò una reazione alla serie di difficoltà che incontravano i giovani nel loro vivere quotidiano in anni difficili, quando per protesta a volte, assumevano atteggiamenti non conformi alle volontà del Paese tanto da scatenare la repressione da parte della polizia, e quindi dello Stato, in quelle circostanze anche la gente comune spesso non era dalla loro parte, li derideva e li additava come disadattati. E’ in questo contesto che nasce la rivista simbolo dei capelloni italiani: “Mondo Beat” in contrasto con la stampa ufficiale, laica e borghese sostenuta dal “Corriere della Sera. “Mondo Beat” sintetizzava quanto succedeva a Milano in questi anni tra le contestazioni e la nascita dei club culturali di periferia, in quei luoghi si riunivano i giovani per discutere di politica o di cultura e nei nuovi circoli si rifiutava il coinvolgimento dei partiti che in quegli anni venivano trascurati. Il Sessantotto italiano, si identificò come controcultura emergente in un frangente che va oltre la “rivolta dei figli contro i padri”, la moda dei capelli lunghi o “dei capelloni” si rivelò emblematica in questo senso. I capelli lunghi diventarono il simbolo anticonformista di rottura con la società adulta e un segno di protesta giovanile per criticare il sistema, il termine “capellone” pur essendo un sinonimo dispregiativo, riassumeva diversi significati. I giovani dell’epoca originariamente di natura apolitica, si trovarono a ripiegare in seguito su scelte estremiste come protesta sociale contro l’ordine costituitosi subito dopo la Seconda guerra mondiale che verteva sul modello americano e su quello sovietico. La lotta contro i capelloni in Italia trovò la sua concretizzazione nella “caccia alle streghe” svolta dal “Corriere della Sera” il più diffuso quotidiano italiano, che con il suo articolista Bugialli, cominciò ad etichettare come immorali i ragazzi della nuova generazione. Immoralità e morale, erano dei termini a cui ricorrevano spesso gli adulti per stabilire ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, per i capelloni invece, morale voleva dire semplicemente vivere la propria vita senza obbligare gli altri ad agire in determinati modi. Indro Montanelli, altro celebre giornalista in quegli anni, dalle pagine del “Corriere della Sera”, riuscì a controbattere le convinzioni di Bugialli, rimarcando l’errore che spesso commettevano gli adulti nel confondere la generazione dei ventenni con certe minoranze di teppisti, era giusto ricordare a suo parere, l’impegno degli “ angeli del fango”, ad esempio, capelloni anche loro, che durante l’alluvione di Firenze si impegnarono nell’opera di soccorso. Naturalmente l’articolo di Montanelli, del 1968 da solo, non riuscì a cambiare la linea inquisitoria del quotidiano nei confronti dei capelloni, ma offrì comunque un’occasione di riflessione prima di mettere in pratica la proposta di Bugialli di “disinfestare” Trinità dei Monti attaccando i giovani capelloni con forbici e insetticida. I Beatles cominciarono ad imporsi negli anni sessanta, pionieri di tecniche di registrazione innovative e all’avanguardia, la loro musica li premiò con oltre un miliardo di dischi venduti e presto segnarono una rivoluzione culturale di portata mondiale. I Beatles contribuirono a cambiare la mentalità imperante in quegli anni, sia nella la società che nella moda, ricordiamo i loro “stivaletti”, nonostante già comparsi in epoca vittoriana, (usati originariamente per andare a cavallo, aderenti alla caviglia grazie alle fasce elastiche) diventarono poi nelle nuove forme, comodi ed eleganti, perfetti per i codici estetici dell’epoca. Presto diventarono un simbolo di eleganza classica anche di giovani ragazze che li adottarono senza riserve, trasformandosi in indumento “status symbol”, oggi invece li possiamo trovare chiusi da zip e fibbiette, con la punta sfilata o tonda, verniciate in cuoio o in vernice, che è la soluzione migliore per dimostrarsi “chic” e stare comodi. Gli stivaletti si dimostrano ancora oggi perfetti in entrambe le soluzioni, con i pantaloni che si fermano sopra la caviglia o con le gonne e hanno mantenuto anche nei nostri giorni, la prerogativa di essere affidabili nel durare a lungo. John Lennon, il chitarrista e paroliere del gruppo leggendario dei Beatles, rappresenta ancor oggi un’ icona intramontabile per i giovani, per l’originalità e il talento del suo ineguagliabile stile, inoltre la sua morte a seguito dell’assurdo attentato, lo ha portato a divenire una leggenda. In sua memoria tutti gli anni, l’8 dicembre, si celebrano nel celebre parco di New York, in una zona intitolata a suo nome, concerti e manifestazioni per ricordare il suo ingiusto assassinio da parte di un folle. Il sessantotto rappresentò inoltre una fase di rottura con il vecchio nella ricerca del nuovo, ed anche il mondo fashion ne trasse beneficio, a Londra esplose il movimento hippy ed i jeans si diffusero come simbolo di ribellione. Nei mitici anni ’60 Londra riuscì ad interpretare meglio di ogni altra città le nuove tendenze giovanili, in quegli anni, i Beatles oltre agli stivaletti in pelle, evidenziarono anche i loro cappotti con la “classica pettinatura, “a caschetto”. Ma la vera rivoluzione di quegli anni si dimostrò senza alcun dubbio la minigonna, che evidenziava in primo piano le gambe delle donne, pertanto i “bacchettoni” dell’epoca la consideravano indecente, ancora oggi esiste una disputa sul vero ideatore, poichè quando la stilista inglese Mary Quant lanciò la “mini”, contemporaneamente anche lo stilista francese André Courrèges, lo fece. Le donne in quegli anni normalmente portavano i capelli raccolti sotto ad una fascia, con la classica coda di cavallo, oppure con il taglio a maschietto molto corto o a caschetto con la frangia, la biancheria intima femminile cominciò a ridursi al minimo per praticità, le calze e i reggicalze si trovarono sostituiti dai primi “collants” colorati.
Rino R. Sortino

Rino Sortino
Author: Rino Sortino

Giornalista e opinionista televisivo, nel passato ha partecipato in qualità di opinionista a trasmissioni quali "passione sport" presso lazio tv e gold tv

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