io e mario sconcertiMario Sconcerti , una delle firme del nostro giornalismo sportivo, ne “La storia del gol” , intende raccontare attraverso un excursus dinamico lungo tutto un secolo, il gol come gesto tecnico puro, costruzione ed evoluzione del gioco, ripercorrendone la storia di questo magnifico sport dai tempi pionieristici degli scudetti del Genoa e del Milan all’inizio del secolo scorso, al calcio superprofessionistico e televisivo di oggi. Attorno al calcio ruota il mondo e Mario nei suoi scritti cerca di contestualizzarlo calandosi nella realtà storica in cui si è giocato con tanta cronaca:” non c’è paese al mondo che possa dire di aver inventato il calcio, dice, lo hanno giocato tutti dai cinesi ai giapponesi, ogni epoca ha avuto un suo modo di segnare”. Agli albori del calcio cent’anni fa, i campi erano senza erba, fangosi o duri come l’asfalto e i palloni, tutt’altro che sferici: sebbene fossero di cuoio, venivano riempiti di piume e capelli femminili considerati più forti e pesanti, per farli pesare di più. Quello della fine degli anni 40 e inizio anni 50 è considerato un momento assolutamente fondamentale per due motivi: improvvisamente l’Italia è sommersa da giocatori danesi e svedesi assolutamente diversi da noi, grandi, grossi, biondi, occhi celesti, ricordiamo tra i tanti Nordhal, Jepson, Jansen, Liedholm e lo stesso Skoglund che comunque era molto più alto delle stature normali italiche. In quel periodo, in quegli anni, la Svezia era calcisticamente una delle nazioni più forti al mondo, arrivò terza alle Olimpiadi e nei mondiali del 58 giunse inaspettatamente in finale in Brasile. La seconda guerra mondiale si portò via in Italia quasi 20 milioni di giovani fra i venti e i quaranta anni, più che un’intera generazione, in parte riuscirono a sostituire questi figli del suolo italico, nel campionato, i svedesi, che non parteciparono alla seconda guerra mondiale guerra, così come la Danimarca che fu subito esclusa dalle ostilità belliche, in quanto occupata dai Nazisti. L’esigenza di dover frenare lo slancio di atleti molto più forti di noi fisicamente, come Nordhal che sembrava un gigante, ma era alto solo 1,84-1,85 cm e pesava 90 Kg, ci costrinse a cambiare il nostro modo di giocare in Italia. Prima della guerra si segnava pochissimo di testa sia perché i calciatori erano piccoli, la statura media di un italiano era di 1,63 e il peso medio degli italiani era di 60 Kg e sia perchè il pallone era una sfera di cuoio e pesava 430-440 Kg: quando pioveva arrivava fino a pesare un Kg e mezzo, nel dopoguerra pertanto, si privilegiavano le giocate palla a terra piuttosto che le conclusioni di testa in porta. Gli atleti scandinavi invece nelle loro caratteristiche colpivano bene con la fronte, erano dei carri armati e allora ci pensò Alfredo Foni, mister dell’Inter, che attuò una contromossa vincente, davanti alla valanga di reti degli anni precedenti, nell’anno 1952, cercò di convincere una delle sue ali, Armano, a difendere per coprire tutta la fascia destra e questo consentì a Foni di spostare il terzino che si chiamava Blason per metterlo al centro. Nacque pertanto, il famoso “calcio all’italiana” (conta poco che nel passato l’avevano preceduto Viani nella Salernitana o Rocco nel Padova, ma quelle squadra badavano solo a salvarsi dalla retrocessione e non fecero epoca) con il doppio difensore centrale, le conseguenze furono terrificanti: si passò dalle vittoria nel campionato del 1950 della Juventus con 92 gol e di seguito il campionato vinto dal Milan nel 1951 con 96 gol, nel campionato 1953 invece, quando attraverso l’ Inter si introdussero le nuove tecniche di calcio difensivistico, si realizzarono in Serie A solo 46 reti. Attorno alla sfericità del pallone c’è sempre stato uno studio accurato: quando nei mondiali del 1970 l’Italia arrivò seconda, il tasso di sfericità del pallone era all’86% ancora discretamente basso, in Sudafrica con 99,6% si ottenne il pallone più vicino alla sfericità, ma si è dovuti tornare indietro poiché i portieri sostenevano che mancava l’effetto turbolenza. Una sfera liscia è portata ad avere direzioni libere davanti, mentre per volare correttamente come ci insegnano gli aerei bisogna avere delle turbolenze anche dietro, altrimenti si crea squilibrio: attualmente si è dovuti tornare indietro al 99,2% di sfericità, pertanto una sfera perfetta non ci sarà mai. Mazzola è stato «tormentato per tutta la carriera» dal paragone («inopportuno») con papà Valentino: i gol di Mazzola erano differenti da quelli di Rivera, costui segnava con lo snobismo e la serenità di chi non doveva dimostrare niente, Mazzola invece realizzava quasi con rabbia, come se dovesse sempre dimostrare qualcosa. Gigi Riva tra i “bomber” del passato è quello che ha lasciato un ricordo straordinario, era forte fisicamente, molto potente ed aveva anche l’agilità di dribblare gli avversari in velocità: pensando a lui ci viene in mente l’idea di potenza indicibile, però era dotato anche un tiro estremamente preciso. Platini il grande fuoriclasse francese disse di Roberto Baggio che secondo lui non lo vedeva come un numero 10 bensì era più un 9 e mezzo, così come si poteva considerare lui stesso, un ruolo a metà strada tra un centravanti e una mezz’ala di attacco. Anche secondo Sconcerti, Baggio può essere considerato un attaccante puro, per il semplice fatto che chi ha questa vocazione guarda direttamente la porta, mentre lo sguardo del trequartista è verso i suoi compagni che portano il pallone. L’autore del libro si considera amico di Mancini, il loro rapporto si creò nell’avventura di Firenze dove l’autore a quei tempo svolgeva l’incarico di Direttore Generale: “Mancini è stato un genio nel calcio” , che esordì in Serie A all’età di 16 anni. La persona di talento è una che può far tutto proprio perché ha talento, il genio è quello che a quattro anni su un piccolo organetto, compone la nona sinfonia di Beethoven: è un genio, ma sa fare solo quello. C’è stata sempre una freddezza di fondo fra Mancini e il suo modo di allenare, ed è la freddezza che c’è appunto fra un genio e chi non capisce il linguaggio del genio. Parlando di Bobo Vieri, Sconcerti, una volta intervistò l’ex centravanti interista sul suo modo di realizzare, questi cercò di accontentarlo, ma alla richiesta di spiegazioni, Bobo sospirò dall’alto dei suoi 259 reti in carriera, disse: «I gol si fanno da soli», come i sogni, come il destino.

Rino Sortino
Author: Rino Sortino

Giornalista e opinionista televisivo, nel passato ha partecipato in qualità di opinionista a trasmissioni quali "passione sport" presso lazio tv e gold tv

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