Sopravvissute all’inferno libico: ‘Stuprate, torturate, costrette a morire di parto’

Africana

Le donne sono, come diceva qualche giorno fa il sindaco di Salerno all’indomani della morte di 26 donne nigeriane morte durante una ennesima attraversata del Mediterraneo, più deboli da un punto di vista fisico a delle inumane sofferenze a cui vengono sottoposte degli sciacalli senza scrupoli solo per il fatto di essere donne. E la testimonianza di una donna, una camerunense prigioniera con il suo bambino per 5 mesi in un campo – prigione del Niger, ha voluto raccontare quello che è successo da quando la nave Aquarius di Sos Mediterranee tra mercoledì e giovedì, ad est di Tripoli ha raccolto dei naufraghi. Erano su un gommone, in fondo al quale c’era una giovane loro compagna morta. Ad assisterle li personale medico di Msf che ha raccolto i loro racconti. Secondo le testimonianze la ragazza alcuni giorni prima dell’imbarco aveva partorito un bambino nato morto e ad ucciderla è stata forse la setticemia: “In prigione le donne morivano. Una è deceduta dopo aver partorito, il cordone era stato tagliato col filo; non c’è niente, niente medicine, cure”. “Non ci si poteva lavare, l’acqua non era potabile. La tratta dei neri esiste in Libia, dove tutti sono armati, anche i bambini. Prendono le donne, e imprigionano, le torturano, le spogliano. Gli uomini e i bambini erano sodomizzati. Spezzavano le dita alle ragazze serrandole nelle porte. I trafficanti ci hanno spinto in mare dicendoci: ‘Andate a morire nel Mediterraneo'”.
 

 

 

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