L’apertura degli Stati Generali

Gli Stati generali del 1789 furono convocati da Luigi XVI allo scopo di raggiungere un accordo tra le classi sociali idoneo a risolvere la grave crisi politica, economica, sociale e finanziaria che affliggeva da anni la Francia. Inaugurati il 5 maggio 1789, essi furono gli ultimi dell’ Ancien Régime, crollato a seguito della Rivoluzione. Essi contavano 1139 membri di cui 291 rappresentanti del Primo Stato (clero), 270 per il Secondo Stato (aristocrazia) e 578 per il Terzo Stato  (popolo, in particolare la borghesia). Il 5 maggio del 1789 i deputati degli Stati generali furono presentati al re: secondo un’antica usanza, Luigi XVI ricevette nella sua stanza di lavoro con entrambi i battenti aperti i rappresentanti del clero poi, con un solo battente aperto, i deputati della nobiltà. Il re si trasferì infine nella sua camera da letto, per assistere alla sfilata dei deputati del Terzo Stato: questa curiosa etichetta ricordava ai rappresentanti della nazione che le divisioni sociali – espressione della medievale distinzione di cleroguerrieri e lavoratori – avevano un carattere trascendente e poi erano istituzione di Stato, e pertanto non potevano essere nemmeno messe in discussione. Il 4 maggio si tenne una processione per le strade di Versailles e fu celebrata una messa nella chiesa di San Luigi, nel corso della quale il vescovo di Nancy De La Fare pronunciò il sermone. La seduta inaugurale ebbe luogo il 5 maggio, in una sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs, a Versailles, ribattezzata per la circostanza Sala dei tre Ordini. Alla presenza di Luigi XVI e di Maria Antonietta, i deputati presero posto: il clero sedette alla destra del trono, la nobiltà alla sinistra e i deputati del Terzo Stato, entrati nel palazzo da una porta laterale e dopo aver atteso in un corridoio, entrarono a uno a uno nella sala, prendendo posto di fronte ai reali. Quando il re si mise il cappello, clero e nobili fecero altrettanto, secondo regola: anche i deputati del Terzo si coprirono il capo, violando così l’antica consuetudine che li voleva a capo scoperto. La seduta si aprì con il discorso di re Luigi il quale, dopo aver lamentato l’eccessiva inquietudine che percorreva il Paese, auspicò il riordino delle finanze, invitando i deputati a fare proposte che egli avrebbe attentamente esaminato; seguì il discorso del guardasigilli Barentin il quale, fatto l’elogio del re, fece comprendere ai deputati di essere contrario a ogni novità. Il ministro delle finanze Necker pronunciò un discorso di tre ore, nel quale trattò della grave situazione finanziaria del Paese, mostrandosi tuttavia fiducioso sulla possibilità di porvi rimedio: sostenne infatti che il disavanzo del bilancio statale ammontava a 56 milioni di lire francesi, anziché ai reali 105 milioni. Dal re e dal governo non fu trattato alcun problema politico, non si accennò alla necessità di introdurre riforme, si evitò ancora il problema del voto, se per testa, come voleva il Terzo Stato, o per ordine, come era nella tradizione. Il 6 maggio fu posta la questione del voto: i deputati del Terzo Stato furono unanimi nella scelta del voto per testa e si proclamarono «deputati dei Comuni», intendendo con ciò rifiutare il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati della nazione. Si trattava già di un atto rivoluzionario: ad esso, la nobiltà, con 141 deputati contro 47, rispose dichiarandosi favorevole al voto per ordine, imitata dal clero, ma con una maggioranza risicata di 133 rappresentanti contro 114 voti contrari espressi soprattutto dal basso clero, guidato dall’abate  Grégoire.

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