Se uccidere un uomo è un diritto e uccidere un pulcino è motivo di cui vergognarsi

Sul Corriere della Sera compare una notizia dal titolo pulcini1-300x187“Selezionare (e tritare) i pulcini: il lavoro che nessuno vuole fare”. E leggo: “Dodici ore di lavoro passate a selezione i pulcini appena nati. Distinguere le femmine – che verranno avviate all’allevamento per la produzione di uova – dai maschi, che verranno subito scartati e uccisi.” Premettiamo: lo stipendio è di circa 55 mila euro l’anno (sì, più di quattromila euro al mese!). Ma nel Regno Unito questo ”è un lavoro che nessuno vuole fare.” O sotto il regno della Regina Elisabetta non c’è la crisi o la crisi c’è ma non è di natura economica. Perché va bene il rispetto e la tutela degli animali, ma – al solito – questo ribaltamento delle priorità tra uomo e animale sta diventando pericoloso oltre che stucchevole. Si è passati dalle teorie “gli animali sono come gli uomini” all’inevitabile “gli animali valgono più degli uomini”. Infatti che i pulcini, appena nati, vengano discriminati sul sesso e i maschi uccisi, nessuno si scandalizza. Che i bambi subiscano lo stesso trattamento, la stessa discriminazione (su basi oltretutto emotive e non biologiche quali possono essere quelle legate alla riproduzione), lo “stesso” massacro è un fatto che non scandalizza e, peggio, è negli ordinamenti giuridici di (quasi) tutto il mondo occidentale considerato come un diritto e come progresso sociale. Perché, tanto per rimanere nel ridicolo, qui – visto che gli animali sarebbero come gli uomini – non si parla di “maschiofobia” e “discriminazione sessuale”? «La gente si vergogna a raccontare agli amici che fa controlla il sesso dei pulcini […]  Con il risultato che ora il deficit di personale minaccia le esportazioni di uova nel mondo» Ma nessuno si vergogna di praticare, consigliare e accettare aborti. Questo dato di fatto è la conferma che la crisi più grave (e anche la peggiore da risolvere) è quella umana, non quella economica.

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