Come ogni anno una delle certezze degli italiani, dopo le tasse, è il Festival di Sanremo. Che nella sua puntuale ordinarietà porta sempre due cose: le polemiche e la demagogia. Le polemiche – a volte legittime e sacrosante – di chi lamenta la presenza di ospiti inopportuni, degli alti cFestival-di-Sanremo-20151osti di questa kermesse e soprattutto l’esclusione di questo o quel cantante e, allo stesso tempo, la presenza di quello e non di quell’altro. Polemiche che fanno parte del carrozzone di questo spettacolo; senza di esse se ne parlerebbe meno con i conseguenti crolli della visibilità. La demagogia, invece, anche questa ordinaria, è quella di chi si scandalizza, si straccia le vesti e grida alla mediocrità culturale di chi ancora si interessa e guarda Sanremo. Ora, viviamo in un tempo di grandi libertà (più presunte che vere), di grandi possibilità mediatiche e di altrettante grandi possibilità di svago. È mai possibile che tutti costoro che si indignano che ancora si faccia – e soprattutto si segua il Festival di Sanremo – non abbiano di meglio da guardare o da fare le sere dal 10 al 14 febbraio prossimi? È ancora sostenibile lo slogan secondo il quale chi guarda Sanremo e, peggio, ascolta le canzoni ivi proposte ed eseguite, sia culturalmente mediocre e musicalmente incompetente? Non sono un esperto d’arte e nemmeno di musica, saranno pure solo canzonette – come canta Bennato – ma se davvero sono tali riservategli l’attenzione che meritano. Forse tutto questo interesse, seppur negativo, qualcosa vorrà pur dire, no?

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