Positivo al test Coronavirus . La notizia del contagio del premier Boris Johnson e del ministro della Salute, Matt Hancock, ha fatto scattare l’allarme a Downing Street. Dopo il principe Carlo, anche il premier britannico è risultato positivo al test effettuato nelle ultime ore, come ha annunciato lui stesso in un video su Twitter .

Boris Johnson è nato a New York il 19 giugno 1964 da una benestante famiglia britannica di religione anglicana e di origini inglesi, turche, russe, ebraiche, francesi e tedesche, con la quale all’inizio ha vissuto in un appartamento di un edificio nei pressi del Chelsea Hotel. Johnson per molto tempo è stato in possesso anche della cittadinanza statunitense ottenuta per nascita. È laureato in Lettere classiche presso l’Università di Oxford, con una tesi in storia antica.

Nel 2006, non ritenendo corretto mantenere un doppio passaporto per un politico,[1] aveva comunicato la sua intenzione di rinunciarvi; tuttavia, in un’intervista concessa a David Letterman nel 2012 affermò di avere ancora la doppia cittadinanza e aggiunse con ironia: «Tecnicamente, potrei diventare presidente degli Stati Uniti».[2] La rinuncia alla cittadinanza statunitense è stata da lui attuata nel 2016.[3]

Nell’agosto del 2008 ha rotto il consueto protocollo osservato dai politici inglesi in carica commentando le elezioni di altri Paesi e auspicando la nomina di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti[4][5], salvo descriverlo come diffidente verso il Regno Unito a causa della sua origine “mezza keniota” quando successivamente Obama si espresse contro la Brexit[6].

Durante gli anni in cui ha vissuto a Bruxelles ha studiato alla scuola europea,[7] poi a Eton e a Oxford. È anche un giornalista e autore, ed è stato direttore dello Spectator. Per molti anni, ha tenuto una rubrica molto seguita (e di forte impronta conservatrice) su The Daily Telegraph, quotidiano presso il quale ha lavorato anche come inviato. La sua carriera di giornalista, invece, è iniziata a The Times, quotidiano per il quale ha lavorato in gioventù.

Sindaco a Londra

È stato eletto al Parlamento britannico per il collegio di Henley nel 2001 ed è stato ministro ombra della Cultura nel 2004, nel governo di Michael Howard, e dal 2005 dell’Istruzione, nel governo di David Cameron, fino alla candidatura alle elezioni amministrative di Londra del maggio del 2008. La sua vittoria elettorale, a spese del laburista Ken Livingstone, è stata annunciata il 2 maggio 2008: al ballottaggio Johnson ha ottenuto 1.168.738 voti (il 53,18%) mentre Livingstone 1.028.966 (46,82%), guadagnandosi anche la maggioranza per governare tranquillamente in consiglio comunale.

Centrale per Johnson la “politica verde” del traffico, promossa da un lato attraverso l’installazione di numerose stazioni di ricarica per le auto elettriche e, dall’altro, con la realizzazione delle cosiddette cycle superhighways, vere e proprie autostrade cittadine per le biciclette.[9] Per le Olimpiadi del 2012 ha creato una flotta di taxi a idrogeno, grazie al sostegno dell’UK Government Technology Strategy Board.[10]

Il 4 maggio 2012 è stato rieletto al ballottaggio per un secondo mandato Sindaco di Londra con 1.054.811 voti, pari al 51,53%, battendo l’ex primo cittadino londinese il laburista Ken Livingstone, che ne ha ottenuti 992.273 pari al 48,47%.[11] Tuttavia il partito di Johnson, il Partito conservatore, perse la maggioranza nella Autorità della Grande Londra, il consiglio comunale di Londra, governato allora dal centrosinistra (12 consiglieri labour e 2 verdi), mentre il centrodestra era all’opposizione (con 9 consiglieri conservatori e 2 liberaldemocratici).

Nelle elezioni generali britanniche il 7 maggio 2015, Boris Johnson è stato rieletto al Parlamento britannico, per il collegio di Uxbridge and South Ruislip

Regno Unito dall’Unione Europea: una mossa vista immediatamente come il trampolino di lancio ideale per sostituire David Cameron alla carica di primo ministro. La vittoria del 23 giugno del fronte Brexit ha costretto Cameron ad annunciare le proprie dimissioni (previste per ottobre), ponendo Johnson in pole position nella campagna per la nuova leadership Tory e, quindi, del Governo nazionale. Dopo l’annuncio di Michael Gove, suo cruciale alleato nella campagna referendaria del Leave UE, di voler candidarsi alla guida del partito, e le critiche di Theresa May e altri tories, il 30 giugno Johnson ha rinunciato a correre per la leadership, sorprendendo tutti. Il 13 luglio è stato nominato dal nuovo Primo Ministro, Theresa May, Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth. Si è dimesso dalla carica il 9 luglio 2018, venendo imitato dal ministro per la Brexit David Davis in contrasto con la linea “morbida” per l’uscita dall’Unione europea sostenuta dal governo May; come suo successore agli esteri è stato nominato Jeremy Hunt.

Primo Ministro e leader del partito conservatore

In seguito alle dimissioni di Theresa May dalla guida del Partito Conservatore e Unionista, Johnson si è candidato alla guida del partito, contrapponendosi al candidato europeista Jeremy Hunt.[13] Il voto degli iscritti si è concluso il 22 luglio 2019 e Johnson risultava vincitore con il 66% dei voti (92.153 preferenze), contro il 34% (46.656 preferenze) di Hunt. Il 23 luglio 2019 Johnson è ufficialmente proclamato nuovo leader del Partito Conservatore e Unionista.[14]

Il giorno seguente (23 luglio 2019) la Regina Elisabetta II, dopo aver accettato le dimissioni di Theresa May dalla carica di Primo ministro, ha incaricato Boris Johnson di formare un nuovo governo.[15] Nel suo primo discorso in carica, Johnson ha promesso di far uscire il Regno Unito dall’Unione europea entro il 31 ottobre 2019 con o senza accordo.[16] In serata è stato presentato il nuovo gabinetto di governo.[16]

Il 28 agosto 2019 Johnson ha chiesto alla regina Elisabetta II di sospendere i lavori del Parlamento per 5 settimane, dal 10 settembre al 14 ottobre, al fine di evitare l’approvazione di una legge che impedisca l’uscita senza accordo dall’Unione Europea il 31 ottobre.[17] La sospensione è accordata dalla regina lo stesso giorno.[18][19] Le conseguenze: crollo della sterlina, dure polemiche e proteste nel paese,[20][21] il presidente della Camera dei Comuni, John Bercow, parla di “oltraggio alla Costituzione”,[19] supera il milione di firme una petizione contro la sospensione, si dimettono la leader del partito conservatore scozzese, Ruth Davidson, convinta “remainer”, e il capogruppo dei Tory alla Camera dei Lord George Young.[22]
Johnson discute della Brexit con il presidente francese Emmanuel Macron a Parigi nel 2019

Ci sono altre dimissioni (tra cui anche quella del fratello minore, Jo Johnson) ed espulsioni dal partito conservatore (compreso il nipote di Churchill, sir Nicholas Soames), all’inizio di settembre 2019 Johnson perde la maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni in seguito alla defezione del deputato conservatore Phillip Lee che si unisce ai Lib Dem, ed è battuto da una mozione anti-No Deal.[23] Il 24 settembre 2019 la Corte Suprema britannica, con verdetto unanime degli 11 giudici, dichiara non legale la sospensione (prorogation) del Parlamento voluta da Johnson fino al 14 ottobre, accogliendo gli argomenti dei ricorsi presentati.[24]

Johnson insiste sulla data del 31 ottobre per l’uscita dalla Ue (“altrimenti meglio morto in un fosso”)[25] ma senza successo, il 17 ottobre è finalmente trovato un accordo tra il Regno Unito e l’Unione europea. L’intesa è firmata dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e dallo stesso Johnson. La Camera dei Comuni, chiamata a votare su questo accordo il 19 ottobre, rinvia il voto a tempo indeterminato in modo da poterlo esaminare dettagliatamente ed essere in grado di decidere in tempo senza rischiare una Brexit senza un accordo. Johnson è quindi costretto a chiedere alle istituzioni europee un rinvio sulla data del 31 ottobre ma lo fa con una lettera non firmata e assicurando che avrebbe fatto comunque di tutto per far uscire il paese dall’UE entro il 31 ottobre. Gli altri 27 Stati membri dell’UE concordano di posticipare la data di recesso del Regno Unito dell’Unione al 31 gennaio 2020.[26]

Determinato a realizzare la Brexit “a tutti i costi”,[27][28], Johnson riesce a convincere l’opposizione laburista a sostenere la convocazione di nuove elezioni che, dopo l’approvazione da parte della Camera dei Comuni, sono fissate per il 12 dicembre 2019. Nel Regno Unito non si votava in dicembre dal 1923.[29] Il 6 novembre è formalizzato lo scioglimento della Camera dei Comuni.[30]

Alle elezioni politiche del dicembre 2019 conquista una vittoria storica ottenendo la maggioranza assoluta a Westminster con 365 seggi e annuncia la Brexit entro il 31 gennaio 2020.

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