Una notizia è pervenuta in questo tempo di emergenza covid che ha commosso tutti coloro che hanno conosciuto questo ghrande apostolo della carità: p. Domenico De Rosa, padre trinitario che ha prestato il suo servizio di sacerdote per tanti anni nell’arcidiocesi di Gaeta, è deceduto nella giornata del 19 settembre. Originario di Napoli, nella sua vita religiosa e sacerdotale ha scelto di vivere secondo gli insegnamenti del suo fondatore, San Giovanni de Matha, fondatore dell’Ordine dei Trinitari. Un sacerdote a tutto tondo, prima missionario in Madagascar come formatore di tanti sacerdoti, e poi nella sua seconda fase di vita vissuta per servire il prossimo, come cappellano dell’Ospedale “Dono Svizzero” di Formia. Lui, in questa veste, portando conforto ai malati, ha visto una situazione di schiavitù, e pertanto, seguendo l’insegnamento del suo fondatore, che con i soldi delle offerte pagava il riscatto per liberare gli schiavi cristiani, lui ha usato i soldi del suo stipendio di dipendente pubblico a servizio di chi aveva bisogno per liberarli da una schiavitù che portava i giovani a morte certa. Non solo: lui ha sempre sostenuto il concetto che per combattere le dipendenze, come ha fatto lui, doveva informarsi, formarsi e studiare. Cosa che ha fatto alla grande, laurendosi alla Lumsa diventando psicoterapeuta. Non solo tossicodipendeze, ma anche la famiglia è stata al centro dei suoi pensieri, creando il Consultorio “La Famiglia”, che ha avuto la sua sede in via Tacito 5 per tanti anni. Oltre ad essere stato il fondatore dell’Avo (Associaizone Volontari Ospedalieri), che prestano il loro servizio gratuitamente nell’ambito dell’Ospedale “Dono Svizzero” di Formia, la sua svolta alla lotta per liberare coloro che sono caduti nella rete della prigionia della droga e dell’alcol, nel 1983 ha fondato l’associazione “Solidarietà”, con un ufficio di accoglienza a Formia, ma sopratutto il centro di recupero a Vallefredda a Itri dove, una volta finito il suo servizio di cappellano, ha vissuto per stare vicino ai suoi ragazzi offrendo una via di salvezza e un reinserimento sociale a tanti ragazzi e ragazze che si stavano perdendo in quella “melma oscura” della polvere bianca apportatrice di morte. Oggi la comunità si è spostata da Vallefredda, ma è più fiorente che mai. Negli ultimi anni ha cominciato a lottare contro un’altro tipo di dipendenza, questa volta molto più subdola, invisibile, che si insinua nella mente delle persone illudendole di avere lauti guadagni attraverso la fortuna al gioco: il gioco d’azzardo, che in molti casi è stato legalizzato fino a tempi recentissimi, dove lo stato italiano ha riconosciuto la sindrome da gioco d’azzardo patologico, con tanto di terapie psicologiche a seguito. Ma l’età, purtroppo, è avanzata anche per lui, e gli ultimi anni della sua vita li ha passati con il ritiro da tutte le attività, prima a Napoli, poi ad Esperia, sua ultima residenza, in una casa di riposo. Nei giorni scorsi una frattura del femore lo ha costretto al ricovero prima presso l’ospedale di Formia, poi nella clinica “Villa Azzurra” di Terracina, dove è spirato nella grazia del Signore il 19 settembre del 2020. L’ultimo saluto a questo piccolo uomo ma con un cuore da gigante, che ha offerto la sua vita a servizio di tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, sarà dato nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore di Itri, da poi dove il suo corpo morale viaggerà per la traslazione del riposo in attesa della risurrezione ad Esperia.

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