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Il Pugilato, uno degli sport più antichi al mondo, considerato da sempre una “noble art”, tende a non discriminare razza, sesso, chiunque può praticarlo e nonostante non sia apprezzato da tutti per la sua forza distruttiva, presenta degli aspetti positivi che interessano la crescita personale di un individuo in quanto sviluppa senso di sicurezza e semplifica ostacoli a livello personale che altrimenti sarebbero insormontabili. Gli Sport di squadra è noto, contribuiscono alla costruzione di uno spirito di “cameratismo”, ma tendono ad attribuire ad altri, risultati e colpe (quando non si ottengono i risultati sperati) che invece potrebbero essere solo specifici. Nella boxe lo spirito di squadra si acquisisce con i compagni di allenamento, ma quando si combatte si è unici responsabili di fallimenti e successi. Al fine di capire gli aspetti anche meno noti di questa controversa disciplina sportiva, abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Nino La Rocca, un campione ed ex pugile italiano attivo negli anni ottanta (59 K.O e solo 4 sconfitte) nella categoria dei Pesi Welter, che nella sua attività sportiva riuscì ad essere innovativo e rivoluzionario: Nino è stato gentile e nella sua intervista si è confermato quell’uomo schietto e sincero che già tanti conoscevano.

-Come si è sviluppata la tua passione per la boxe, Nino La Rocca?
La passione per la boxe mi venne da piccolo, la devo soprattutto a mio zio Mariano fratello di mia mamma che praticava pugilato, aveva sei anni più di me e ogni giorno mi picchiava per scherzo, poi un giorno entrai per la prima volta in una palestra in Malì e cominciai a praticare a sedici anni questa disciplina. Io sono di mamma siciliana e padre del Malì, mio nonno Antonio La Rocca, emigrò in Africa, poi in gioventù, visto che in quei luoghi non c’è futuro, mi trasferii a Parigi, perché parlavo il francese e questo mi poteva facilitare. Nella capitale francese ho avuto l’opportunità di incontrare uno dei più grandi manager di boxe, che mi prese in simpatia, così mi recavo da lui ogni giorno e mi offriva cinque franchi ogni volta, altrimenti non mangiavo. Dopo essermi allenato per un certo periodo di tempo, mi fece fare il primo incontro ufficiale sul ring con il campione di Parigi, per fortuna ero ben preparato e vinsi alla prima ripresa. Poi dopo un certo periodo, ho pensato che sarebbe stato meglio recarmi in Italia, il paese di mia mamma e grazie ad un amico Rodolfo Sabatini, uno dei più grandi organizzatori italiani di boxe degli anni 80, mi consigliò di rivolgermi a Rocco Agostino il manager di Bruno Arcari, ex campione del mondo che considero il più grande di tutti, Rocco decise di tenermi con lui (avevo diciotto anni), sotto i suoi consigli, acquisii fiducia e sicurezza, così iniziai un serie di incontri che vinsi tutti per k.o.
– Sei riuscito a coronare i tuoi sogni nel mondo della boxe ?
Si e ringrazio sempre il popolo italiano che mi ha sempre sostenuto, grazie a questo sostegno sono riuscito ad arrivare a grandi traguardi, io sono stato un peso welter e nelle mia carriera sono stato anche Campione d’Europa. Il mio più grande rimpianto è stato quello di non essere riuscito ad arrivare al titolo di campione del mondo, mi allenavo ma spostavano continuamente le date dell’incontro. Due anni e nove mesi sono tanti di attesa, alla fine i miei sogni si infransero contro i pesantissimi pugni del texano Donald Curry, tenevo tanto a quel titolo mondiale e l’avevo promesso al Presidente Pertini, una persona eccezionale, purtroppo non mi è stato possibile.
-Ci puoi raccontare il tuo percorso per arrivare al titolo di Campione d’Europa?
Sono riuscito a vincere cinquanta incontri di seguito, ma non potevo conseguire subito il titolo, in quanto in quel periodo, negli anni ottanta era molto difficile avere la cittadinanza italiana, la mia fortuna è stata quella che un giorno il Presidente della Repubblica Pertini che stava guardando la trasmissione Blitz di Gianni MInà dove io partecipavo, mi chiamò in diretta dicendomi “venga da me a prendere la cittadinanza italiana”. Da quel momento mi si aprirono le porte, ma in occasione del primo attacco al titolo Europeo di categoria, che doveva essere una pura formalità contro il tutt’altro che irresistibile pugile francese Gilles Elbilia, l’incontro non subì l’esito che speravo, in quanto una testata del mio avversario mi causò una ferita che mi costrinse ad abbandonare il match. L’arbitro non vide la testata che nel pugilato deve essere sanzionata, inoltre ho dovuto subire la saturazione della ferita con trenta punti, “ un pugno non ti lacera mai in questo modo, posso dire che è stata la prima grossa delusione della mia carriera, quell’avversario era alla mia portata e potevo batterlo anche solo con una mano”. Successivamente, Nino La Rocca riuscì, finalmente, a conquistare il Titolo Europeo di categoria, battendo ai punti il britannico Kirkland Laing, e lo detenne dal 15 aprile al 30 dicembre 1989, quando si arrese, sempre ai punti, al francese Antoine Fernandez.
-Che ci puoi dire del grande Mohamedi Ali che hai avuto l’opportunità di incontrare?
E’ stato un momento di vita stupendo per me, Mohamed è sempre stato il mio idolo e ritrovarmi in sua compagnia è stato come se mi si fosse fermato il cuore, Clay ha cambiato lo stile di far pugilato, era grandioso vedere un uomo di cento chili che si esibiva sul ring con la leggerezza di una farfalla. In America mi chiamavano Il “Mohamed Ali italiano”, probabilmente in alcune cose gli ero simile, ero un artista come pugile con una tecnica particolare, i pugni partivano dalla mano diversa da quella che sembrava preparare il colpo, ad esempio al posto di partire il pugno con il sinistro partiva con il destro. Durante la mia carriera ho combattuto anche a Latina, contro un pugile che si chiamava Medina e vinsi per KO, la città pontina mi è sempre piaciuta, ci torno sempre con piacere e un giorno mi piacerebbe viverci perché è tranquilla e si vive bene.
-Qual è stato l’incontro che ricordi con maggiore soddisfazione?
Ricordo una semifinale al titolo mondiale con un pugile che fino a quel momento era imbattuto, Si chiamava Bobby Joe Young e vinsi per Ko all’ottava ripresa, ho combattuto diciannove volte al Palazzetto dello Sport di Roma e c’era sempre il pieno di spettatori, malgrado che gli incontri fossero trasmessi in diretta dalla Rai. Nel pugilato entri solo per vincere e per abbattere l’avversario di turno, se fai un errore rimane per sempre nella memoria di tutti, io posso ritenermi soddisfatto della mia carriera, ho combattuto sia per il titolo mondiale che per l’europeo, ho avuto il piacere di calcare i ring più famosi al mondo, al Madison Square Garden ci sono stato per due volte, poi ho combattuto anche al Cesar Palace di Las Vegas. Ringrazio sempre Dio per le soddisfazioni che ho ricevuto nella mia vita sportiva, anche se la Federazione pugilistica mi ha obbligato a chiudere la carriere a 30 anni a seguito di una mia intervista sul Corriere dello Sport dove “sparavo su tutti” dicendo le mie verità, ne ho pagato le conseguenze, in seguito mi chiamò il Presidente Grisolia annunciandomi che avevo ormai chiuso con il pugilato, poi un giorno quando lo rincontrai dopo tanti anni da quella telefonata, si dimostrò dispiaciuto di aver dovuto prendere quella decisione.
-Vedi campioni importanti al giorno d’oggi nella boxe italiana?
No, e questo mi dispiace, oggi il pugilato purtroppo non è più di alto livello, mancano i maestri veri, per cui alla federazione è sufficiente pagare per ottenere il tesserino, c’è gente che non sa assolutamente insegnare, attualmente anche io sono un istruttore in questa disciplina ma cerco di essere severo con i miei allievi, senza illuderli. Ricordo che negli anni 80 in Italia si eccelleva in diverse discipline sportive, oggi è sempre la politica a farla da padrone e si notano spesso personaggi politici inseriti in incarichi di prestigio nei vari settori dello sport. Quando si parla di campioni nel pugilato, tutti si ricordano solo di Nino Benvenuti, ma lui fa parte ormai del passato degli anni sessanta, in seguito ci sono stati altri grandi atleti e secondo me il più grande della storia pugilistica italiana è stato Bruno Arcari che ha lasciato il titolo mondiale imbattuto.
-A tuo parere il pugilato è uno sport rischioso?
Il pugilato è uno sport bello da praticare, ma deve essere insegnato nel modo corretto ai giovani, oltre agli adeguati controlli medici, non si può ed è rischioso inviare dopo pochi giorni per una questione di interessi, un ragazzo a combattere sul ring, rischia solo di prendere un sacco di botte e può essere pericoloso. I risultati e i successi ottenuti sul Ring sono proporzionali a quanto tempo si è dedicato all’allenamento, ci vogliono mesi e mesi per prepararsi ad un combattimento, ma attualmente in giro ci sono pochi campioni per cui è più facile arrivare ad un titolo mondiale, ti possono bastare quindici combattimenti e sei campione del mondo, ai miei tempi invece c’erano otto o nove campioni del mondo di diverse categorie.
-So che hai in cantiere un progetto importante che ti riguarda, ce ne puoi parlare?
Vorrei raccontare la storia della mia vita e con il mio grande amico e “cantante poliziotto Tony Riggi”, abbiamo intenzione di rappresentare un progetto nello stesso tempo musicale e sportivo, sotto forma di un film sulle mie vicende umane e sportive e unirle con il percorso di un poliziotto che anche lui ha dovuto combattere, nella vita. Tony è anche un rappresentante delle istituzioni e può raccontare il suo interessante vissuto dal suo punto di vista, entrambi siamo stati accumunati da lutti gravi in famiglia, quali la perdita dei genitori in giovane età, quindi unire le nostre esperienze consentirà di rivelare ai giovani in particolare un quadro interessante di vite incrociate e dimostrerà quanto la vita necessiti di essere affrontata con caparbietà, senza farsi lasciarsi abbattere dalle difficoltà che si presentano.
Grazie Nino

Rino R. Sortino

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