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Il 1 settembre 1969 Gheddafi prese il potere in Libia in modo incruento, l’ex re Idris venne deposto e Stati Uniti e Gran Bretagna non accolsero l’invito del vecchio monarca a intervenire militarmente. Seimila italiani decisero di partire subito, altri 20.000 partirono invece dopo il decreto del 21 luglio ’70 con cui il governo libico oltre ad aver bloccato i conti dei nostri connazionali in banca, confiscò loro 40 mila ettari di terra, 177 case e 500 attività commerciali: in totale 200 miliardi di lire del 1970 . Gli italiani che partirono in nave sbarcarono a Napoli poi vennero smistati nei campi profughi in Campania, Puglia e Lombardia, un’altra buona parte partì in aereo con il suo carico di dispiacere misto ad amarezza, Tra questi c’era anche una giovanissima Grazia Paolino Geiger, che dopo tanti anni con la stesura del suo libro “Io sono nata a Tripoli”, ha inteso offrire il suo contributo di memorie ed emozioni per le vicende vissute nel momento dell’espulsione dei tanti italiani che risiedevano in Libia fino al 1970. Abbiamo incontrato Grazia in una calda mattina di fine estate in un bar del centro a Latina e si è sottoposta volentieri ad una serie di domande.
-Signora Grazia cosa ti ha spinto a scrivere questo libro e a raccontare la tua esperienza personale?
E’ stata sicuramente un esperienza molto forte quella di essere nati in un paese come la Libia dove noi come italiani ci trovavamo a vivere nel rispetto delle differenze, a convivere pacificamente con ebrei, arabi, stranieri, io avevo per amici anche degli jugoslavi e questo secondo me è stata una grossa formazione per la mia crescita personale. Mia madre che andò in Libia che aveva già vent’anni, era solita dirmi: “mi raccomando, dovete avere molto rispetto, ricordati che siamo ospiti”, a me questa cosa a me è sempre rimasta impressa, ma non ho mai faticato a vivere in un ambiente di cultura musulmano. Gli italiani che vivevano in Libia erano una comunità molto unita molto coesa che facevano gruppo a sé e quando c’è stata l’espulsione, io mi ritrovai sola in Libia, i miei stavano fuori, questo strappo è stato ancora più forte, più sentito, perché ci poteva essere il rischio reale che potessi essere trattenuta. Il distacco dal paese dove avevo vissuto fino a quel momento è stato traumatico, perchè mi piaceva tanto vivere in quel periodo a Tripoli, con quelle caratteristiche e quel senso di amicizia ed ero sicura che quelle stesse componenti non le avrei ritrovate in Italia, che già conoscevo. Sicuramente quando ami tanto una persona o una località, quando poi te le tolgono all’improvviso, tu vivi una specie di lutto e io ci ho messo tanto per elaborarlo questo lutto, scrivere il libro mi ha aiutata, perché mi ha aiutata a liberarmi di un peso, ma non totalmente, infatti provo sempre difficoltà a parlarne. A Tripoli nel periodo in cui vivevamo quello del re Idriss, intendo dire, si poteva girare in ogni luogo e mi sentivo in una condizione di sicurezza e di vacanza, a Roma invece al rientro, dovevo muovermi con più circospezione e mia madre anche per la mia giovane età non era solita farmi uscire facilmente.
-Come hai affrontato la tua nuova vita in Italia?
Io credo tutto sommato di essere stata fortunata, mio padre che era un libero professionista ma un positivo per natura, ci fece capire come stavano realmente le cose e ci disse che con il trasferimento in Italia era semplicemente cambiato tema, non manifestò mai sentimenti di rabbia, di rivendicazione o di vendetta, per lui era semplicemente cambiata una pagina. Quindi noi suoi quattro figli ci siamo reintegrati senza difficoltà alcuna in Italia, lui voleva che facessi solo l’università, invece mi sono messa anche a lavorare. Quell’ improvviso cambiamento di vita ha fatto da spartiacque, noi figli siamo tutti dovuti crescere in fretta e abbiamo capito che le cose si possono anche perdere, perchè la vita ti può dare uno schiaffone all’improvviso, ma ti devi rialzare in fretta. Alcune persone che hanno vissuto la nostra medesima situazione si sono depresse, avvilite, ammalate, altre si sono rimboccate le maniche e si sono imposti di farcela. Io sono poi ritornata a Tripoli durante un viaggio nel 2005 e ho passato quattro giorni a piangere, tutto mi sembrava ridotto come una miniatura ed è stato un bellissimo regalo poter ritornare in quei luoghi d’infanzia, nel 2005 ricordo c’era ancora il divieto, c’era la blacklist, pertanto mi ha aiutata un amico libico a ritornare.
-Che sensazione hai avuto nel rivedere la tua città dopo diversi anni?
Ho avuto la sensazione di una cosa che non puoi più recuperare, è come quando sono tornata a Foligno dove passavo tanti anni con i miei nonni d’estate, quando poi non ci sono più le persone e gli affetti di un tempo, rimane solo un’emozione, un ricordo. Perché Latina piace tanto ai tripolini? Perché più o meno ricorda tanto la nostra amata Tripoli. E’ stato forte ritornare, mi mancava tutto, però ero contenta di risentire quegli odori, di tornare nuovamente a riascoltare l’arabo, vedere le mie case anche se da lontano, sono consapevole che la vita degli adulti è fatta di perdite.
-Ti vorrei fare una domanda che esula un poco dal contesto del libro, ma un minimo di considerazione politica è giusto farla, qual è la tua idea del periodo di governo di Gheddafi?
Io ho avuto delle confidenze un po’ intime riguardo il personaggio, anche se molti possono dire come di tanti leader di pari livello nella storia, che era meglio quando ci stava lui, era veramente un dittatore vero che non risparmiava nessuno osasse mettersi contro. Il discorso è complesso e non mi permetto di giudicare il personaggio, noi abbiamo vissuto il momento del re, almeno io, mio padre ancora prima di me e quello è stato un periodo felice, tranquillo dove in Libia si viveva senza problemi la coesistenza con popoli differenti. All’epoca non mi ricordo né furti, né scippi, né violenze, tranne qualche sassaiola in alcune manifestazioni, credo che la fine di Gheddafi fosse scritta, perché i dittatori finiscono così e la confusione del dopo è derivata dal fatto che credo che in Libia ci fosse all’epoca un bottino che non sono riusciti a spartirselo in maniera adeguata. Oggi purtroppo ancora in quel paese del nord africa molta gente si spara e si ammazza, per il momento ci sono tante armi in giro come se fossero “racchette da tennis”, quindi il paese è violento, insicuro, instabile ed è peggiorato anche rispetto al periodo di Gheddafi, purtroppo non so quando si riprenderà.
-Nel libro hai sottolineato il fatto che hai trovato anche diversi cittadini libici che a seguito della cacciata, in seguito hanno rimpianto gli italiani.
Certo, riuscivano addirittura a parlare la nostra lingua gli anziani in Libia, poi un amico mio che adesso vive in Italia da tanti anni ha aggiunto: “voi italiani siete rimasti addolorati per essere stati costretti ad andare via e noi giovani libici che stavamo lì e cominciavamo a creare un rapporto di amicizia, anche noi siamo rimasti soli e abbandonati, in un certo modo orfani dopo la vostra partenza e anche per noi è finito tutto”. Io non l’avevo mai considerato questo aspetto e mettersi dall’altra parte è stato anche importante in un momento in cui tra giovani ci si frequentava e cominciavano ad esserci dei matrimoni misti.
-Come hai vissuto il momento della partenza?
Nel momento di partire ricordo di aver vissuto un momento di paura, nelle valigie non c’era niente, giusto quattro stracci e una valigia con tanti pupazzi di peluche che alla dogana avrebbero voluto aprire per vedere se si nascondeva qualcosa, oggi posso dire di essere contenta di aver portato via con me il mio orsacchiotto “Spelacchio”che la signora Patanè me lo aveva regalato che avevo quasi un anno, questo prezioso giocattolo d’ infanzia ha sempre accompagnato la mia fanciullezza e ancora oggi lo conservo gelosamente nella mia casa di Roma. In quell’occasione quell’orso stava sotto al mio braccio e nelle valigie di prezioso avevo solo dei regali d’ argento che mi avevano fatto per i miei diciotto anni, le collane, un bracciale che metto sempre nella presentazione del libro, l’unica cosa che rimpiango di non aver potuto portare con me in Italia dalla Libia. è stato un pianoforte che mio padre mi aveva regalato con piacere.
-Qual è la tua posizione riguardo l’Islam, all’epoca in Libia convivevano senza particolari problemi le tre importanti religioni, cristiana musulmana ed ebraismo e credo che non ci sia mai mai stato alcun problema nel professare il proprio credo.
Io non sono una profonda conoscitrice di tematiche religiose sebbene mi ritengo Cristiana e l’insegnamento di Cristo viene riconosciuto da tutte le religioni, tuttavia a mio modo di vedere l’Islam non una religione violenta. Credo che per i terroristi è solo un’opportunità nel fare del male in nome di un Dio, io conosco dei musulmani che predicano il bene e che non si riconoscono in queste violenze. Oggi non si può non rilevare che rispetto al passato sono aumentate un po’ in tutto il mondo le guerre e tutti questi focolai di violenze sono mantenute e sostenute soprattutto dai fabbricanti di armi, per cui anche gli occidentali hanno una responsabilità gravissima.
-Secondo il tuo parere perché gli Italiani residenti in Libia all’epoca furono espulsi dal nuovo governo di Gheddafi, eppure erano solo degli emigranti e non c’entravano niente con coloro che un tempo avevano occupato la Libia, gli antichi colonialisti intendo dire che avevano commesso anche atrocità.
Beh era una scusa per mandarci via secondo me, non c’entrava nulla ma eravamo figli comunque di tutti quelli che avevano approfittato di una condizione di povertà, noi ci siamo portati ingiustamente questo marchio quando volevano ferirci e ci tacciavano di fascisti, ma chi l’ha mai vissuto quel periodo? Noi italiani di Libia è vero che eravamo diversi e ci sentiamo diversi. ma questa è la nostra forza secondo me, perché abbiamo conservato un’identità che ci siamo guadagnati, perché un conto è stare qui a vivere a casa tua e un conto è andare a rischiare la vita in un paese così diverso.
-Come domanda conclusiva vorrei che ci spiegassi le ragioni per le quali hai inteso scrivere questo libro che è intriso di sentimenti ed emozioni.
Posso dire che mi sono riservata di non scrivere tutto, ho avuto anche un certo pudore perché pensavo, cosa gliene importa alla gente di una storia mia che è la stessa di tante persone? ma io amo scrivere e questa è la mia storia. oggi mi rendo conto che è stato un bene farlo e l’ho capito dai tanti ringraziamenti ricevuti anche da gente sconosciuta.
Sig. Grazia buona fortuna .
Rino R. Sortino

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