San Filippo Neri
San Filippo Neri
San Filippo Neri di Sebastiano Conca, pittore di Gaeta
San Filippo Neri di Sebastiano Conca, pittore di Gaeta
Il letto di San Filippo Neri alla Montagna Spaccata di Gaeta
Il letto di San Filippo Neri alla Montagna Spaccata di Gaeta

Nasceva il 21 luglio del 1515 a Firenze il fiorentino Filippo Romolo Neri, secondogenito di Francesco Neri e di Lucrezia da Mosciano. Il genitore paterno esercitava la professione di notaio presso Firenze, ma nel 1524 egli si convertì all’alchimia. La sorella Caterina, la primogenita, si sposò ed ebbe due figlie che divennero suore tutte e due e che avrebbero avuto un contatto epistolare con quello che poi divenne il santo della gioia a Roma. Nel 1520 egli perse la madre ed il padre si risposò in seconde nozze con Alessandra di Michele Lensi, che ebbe a cuore le sorti dei figli di primo letto di suo marito. La prima educazione la ebbe in casa, mentre poi venne in seguito affidato alle cure del maestro Clemente, e si racconta che lui era talmente discolo che una volta, ritenuto che si fosse fatto male, invece non aveva neppure ricevuto un graffio da una avventura con un asino carico di frutta. Dopo aver frequentato il convento di San Marco a Firenze, gestito dai domenicani, visse a Firenze fino ai 18 anni quando venne inviato dallo zio Bartolomeo Romolo che aveva a Cassino un esercizio commerciale. Ma proprio in quel momento avvertì la chiamata alla vocazione religiosa, e si narra che in un anfratto ai piedi del Crocifisso Miracoloso custodito nella cappella della Montagna Spaccata a Gaeta, egli avesse maturato la decisione di consacrarsi al Signore e farsi sacerdote, infatti questo letto come viene chiamato questo anfratto naturale serviva al giovane Filippo di dormire durante la notte quando non riusciva a pregare. Lo zio, proprio per aiutarlo, gli lasciò in eredità una somma abbastanza cospicua corrispondente a 20.000 scudi, ma egli li rifiutò volendo dedicarsi al Signore in povertà evangelica. Nel 1534 si recò a Roma come pellegrino ma vi rimase in qualità di precettore di Michele e Ippolito Caccia, figli del capo della Dogana, il fiorentino Galeotto Caccia, che forse gli fornì l’occupazione in nome della loro comune origine, offrendogli inoltre vitto e alloggio. I due bambini avrebbero seguito successivamente la strada religiosa, divenendo l’uno sacerdote diocesano in una località vicino a Firenze, l’altro monaco certosino. certosino. Il suo compenso consisteva in un semplice sacco di grano che diventava poi, grazie ad un accordo con il fornaio, una pagnotta che Filippo Neri condiva con un po’ di olive e tanto digiuno. La stanza in cui viveva era piccolissima e aveva come unici mobili un letto, un tavolino e una corda appesa al muro che fungeva da armadio. Nello stesso tempo egli seguiva corsi di filosofia all’Università della Sapienza e presso i monaci di sant’Agostino. Ben presto espresse nella preghiera le sue attitudini di mistico e contemplativo. Cominciò a prestare la sua opera di carità presso l’ospedale di San Giacomo (il suo nome infatti compare fra le matricole dei membri della compagnia che regge l’Ospedale) dove molti anni dopo conobbe e strinse amicizia con Camillo de Lellis, il futuro fondatore dei Camilliani. Probabilmente nell’inverno del 1538 venne anche a contatto con Ignazio di Loyola e con i primissimi membri della Compagnia di Gesù. Secondo la tradizione nel 1544, e precisamente nel giorno della Pentecoste, in preghiera presso le catacombe di San Sebastiano, Filippo Neri fu preda di uno straordinario avvenimento (secondo il santo un’effusione di Spirito Santo) che gli causò una dilatazione del cuore e delle costole, evento scientificamente attestato dai medici dopo la sua morte. Molti testimonieranno di aver visto spesso il cuore tremargli nel petto e che, a contatto con esso, si avvertiva uno strano calore.

In seguito a questa esperienza Filippo abbandonò la casa dei Caccia per ritirarsi a vivere come eremita fra le strade di Roma, dormendo sotto i portici delle chiese o in ripari di fortuna. Spesso lo si vedeva passeggiare per le piazze cittadine vestito con una tonaca munita di cappuccio. Camminando per Campo de’ Fiori e nei vicoli di Trastevere incontrava giovani che lo deridevano e beffeggiavano. Egli non si faceva sfuggire l’occasione e, unendosi alla comitiva, la conquistava con la sua simpatia. Iniziava con una barzelletta e con qualche gioco, ma poi s’improvvisava predicatore, dicendo: «Fratelli, state allegri, ridete pure, scherzate finché volete, ma non fate peccato!». Molti tentavano di farlo cadere, una volta dei giovani scapestrati idearono una raffinata trappola: invitatolo in una casa, vi introdussero donnine di facili costumi. Ma la purezza di Filippo ebbe la meglio. Qualche anno più tardi dovette affrontare lo stesso tipo di tentazione a casa della famosa Cesaria, nota più per la sua bellezza che per le sue virtù. Essa volle per gioco scommettere con gli amici che sarebbe riuscita con le sue arti ammaliatrici a farlo capitolare. Fingendosi inferma lo invitò a casa sua per una confessione. Quando Filippo arrivò nella sua stanza la trovò vestita con un indumento così trasparente che niente lasciava alla fantasia. Accorgendosi dell’inganno il santo si diede alla fuga e la donna, scoperta, si vendicò tirandogli dietro un pesante sgabello. Forse è per questa esperienza che Filippo dirà in seguito ai suoi discepoli che « le tentazioni si vincono resistendo ad esse, ad eccezione di quelle carnali, dove è solo fuggendo che si hanno gloriose vittorie».

Nello stesso periodo, si occupò degli infermi, abbandonati a sé stessi o affidati a pochi volontari, negli ospedali di San Giovanni e Santo Spirito nonché dei poveri nella confraternita della Carità, istituita da papa Clemente VII e nell’oratorio del Divino Amore. Essendosi fatto sempre più intenso il suo apostolato nei confronti dei bisognosi, tanti dei quali costretti a dormire in rifugi di fortuna, decise su consiglio di Persiano Rosa, suo padre spirituale, di fondare la cosiddetta Confraternita della Trinità, creata appunto per accogliere e curare viandanti, pellegrini e povera gente dei borghi romani. Inizialmente composta da quindici uomini, attratti dai discorsi da lui tenuti nella chiesa di San Salvatore in Campo, e installata nella casetta dello stesso Persiano Rosa, diede un grande contributo a favore dei pellegrini, in particolare nell’Anno Santo del 1550 (sebbene quell’anno venisse presa a pigione una casa più grande), tanto da ricevere da allora il soprannome di confraternita “dei pellegrini”, e poi in seguito anche “dei convalescenti” per il suo soccorso nei confronti degli infermi della città. Dopo una lunga insistenza di Persiano Rosa, a trentacinque anni, decise di diventare sacerdote: durante il marzo 1551 ricevette così da Giovanni Lunelli, vescovo di Sebaste, la tonsura, i quattro ordini minori e il suddiaconato nella chiesa di San Tommaso in Parione, il sabato santo 29 marzo il diaconato nella basilica di san Giovanni in Laterano, il 23 maggio 1551 infine fu ordinato sacerdote dallo stesso Lunelli, sempre a san Tommaso. 16]. Comincia così un nuovo capitolo nella vita di san Filippo Neri: lasciò la casa Caccia per trasferirsi a san Girolamo della Carità. Come sacerdote divenne famoso nell’esercizio del sacramento della confessione come fonte di dialogo con i “penitenti”; secondo testimoni oculari Filippo Neri ascoltava il pentimento dei suoi fedeli dall’alba fino a mezzogiorno, ora in cui celebrava la messa, sebbene non fosse raro trovare fedeli bisognosi anche in casa o perfino ai piedi del suo letto, dove egli ugualmente confessava in casi di necessità e ciò suscitò invidie e gelosie da parte di religiosi. Da questi dialoghi e da questi incontri nacque il primo nucleo della sua istituzione, l’Oratorio: alcuni suoi discepoli divennero sacerdoti, cominciarono una vita in comunità e Filippo ne divenne rettore e ne stabilì le regole. In seguito alle testimonianze di Francesco Saverio, riguardo al suo viaggio nelle Indie orientali, Filippo Neri decise di partire come missionario nell’Estremo Oriente  ma, dopo essere stato dissuaso dall’intenzione per consiglio di un monaco dell’abbazia delle Tre Fontane, scelse di dedicarsi principalmente alla Roma in cui viveva.

In questo stesso periodo, con la fondazione del primo Oratorio vero e proprio, un granaio sopra la navata della chiesa di San Girolamo della Carità, il santo si attirò le critiche e le invidie di una ristretta cerchia di altri clericali, quali ad esempio il cardinale Virgilio Rosari che gli proibì persino di celebrare il sacramento della confessione, a lui tanto caro. Lo stesso cardinale, sino al giorno della sua morte, avvenuta il 22 maggio del 1559, continuò a scagliare le proprie calunnie contro il santo fiorentino. L’11 ottobre 1559, Filippo Neri perse il padre, Francesco, e, dopo aver ricevuto l’eredità che gli spettava, preferì cederla alla sorella Caterina. In quegli anni il santo conobbe un altro importante personaggio della storia ecclesiastica, il cardinale milanese Carlo Borromeo. Tra i due s’instaurò un saldo rapporto di amicizia tanto che il cardinale soleva spesso recarsi dal sacerdote fiorentino per chiedergli consiglio riguardo a problematiche scottanti. Il santo milanese tentò in tutte le maniere di condurre Filippo Neri a Milano per fondarvi una comunità come quella costruita a Roma. Le sue richieste rimasero senza risposta. Nel 1564, su pressioni delle comunità fiorentine, papa Pio IV (che sarebbe morto nello stesso anno) affidò a Filippo Neri il controllo della Chiesa di San Giovanni Battista de’ Fiorentini che il santo, volendo rimanere a San Girolamo della Carità, affidò ai giovani dell’Oratorio divenuti sacerdoti, quali ad esempio Cesare Baronio e Alessandro Fedeli, molto legati al loro padre spirituale. Nel 1575 il papa Gregorio XIII eresse la Congregazione dell’Oratorio e concesse a questa la chiesa di Santa Maria in Vallicella, che ne divenne la sede. Grazie al suo insegnamento promosse innumerevoli attività: coinvolse nella preghiera e nella lettura della Bibbia uomini comuni, artisti, musicisti, uomini di scienza; fondò una scuola per l’educazione dei ragazzi. In tempi nei quali la pedagogia era autoritaria e spesso manesca, Neri si rivolgeva ai suoi allievi (che erano, si direbbe oggi, “ragazzi di strada”) con pazienza e benevolenza: ancora oggi si ricorda la sua esortazione in romanesco: «State bboni (se potete…)!». Un’altra sua celebre frase, un’imprecazione di impazienza poi attenuata dall’augurio della grazia del martirio: «Te possi morì ammazzato… ppe’ la fede!». Un’altra attività che egli faceva era la Visita delle Sette Chiese. ”Avevano cominciato a ritrovarsi lì, sul sagrato della Chiesa di San Girolamo della Carità, a pochi passi da piazza Farnese (in seguito presso Santa Maria inVallicella, la “Chiesa Nuova”). E non sarà passato inosservato alla curiosità dei romani quell’insolito ritrovo quotidiano, proprio nell’ora della passeggiata pomeridiana. Erano gli amici di Padre Filippo Neri, il fiorentino. Tutto era cominciato in quel maggio 1551, quando Filippo, novello sacerdote, aveva preso dimora presso San Girolamo. S’intrattenevano con lui nella chiesa, poi uscivano per una passeggiata. Spesso, imboccato il ponte Sant’Angelo, dopo una sosta all’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia, puntavano dritti a San Pietro, per una visita alla tomba dell’Apostolo, oppure se ne andavano verso l’Esquilino, a Santa Maria Maggiore. La domenica o nei giorni di bel tempo e di festa, Filippo attendeva i suoi figlioli sul sagrato per una scampagnata. Allora il cammino si faceva più lungo. Le mete erano le Tre Fontane, la basilica di San Paolo; si andava poi sull’Appia, alla catacombe di San Sebastiano e dopo aver consumato un pasto all’ombra di qualche vigna, si faceva ritorno passando per San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme. Filippo e i suoi (quei primi che diventeranno il nucleo della Congregazione dell’Oratorio) le chiamavano familiarmente “visite”. Proprio come andare a far visita alla casa di un amico, con l’unica differenza che le “case” visitate erano i luoghi cari alla memoria cristiana di Roma.” E’ nato così, con questa spontaneità, il pellegrinaggio più famoso di Roma: la visita alle Sette Chiese. Il pellegrinaggio alle sette basiliche giubilari ebbe un tale successo che da poche decine di partecipanti (all’inizio erano addirittura cinque o sei) arrivò in pochi anni, con il crescere della popolarità di Filippo, a coinvolgere centinaia di persone, fino a raggiungere, sotto il pontificato di Pio IV (1560-1565), seimila partecipanti. Senza volerlo, senza quasi accorgersene, Filippo aveva coinvolto tutta Roma. La visita ai più importanti luoghi di culto dell’Urbe non è tuttavia invenzione di san Filippo Neri. Filippo non fa che riprendere l’antichissima tradizione medioevale dei pellegrini romei alla tombe di Pietro e Paolo. Tradizione che nel corso dei secoli, soprattutto con il primo grande Giubileo istituito nell’anno 1300 da Bonifacio VIIII (1294-1303) aveva indicato le tappe che il devoto viaggiatore doveva compiere una volta giunto nella Città santa degli apostoli e dei martiri. Anche Filippo, appena diciannovenne, era arrivato a Roma nel 1534 a Roma come pellegrino. E come pellegrino, nei primi anni della sua permanenza romana, si recherà frequentemente ai luoghi santi. “Era solito” – racconta Antonio Gallonio, amico del Santo e autore della sua prima biografia – “andarsene solitario alle Sette Chiese, o ad alcuna d’esse, massime a quelle fuori della città” e quelle visite “non furono per lui senza grandissima consolazione e senza profitto di virtù e di doni”. Bisogna tuttavia arrivare al 1552 perchè il pellegrinaggio diventi una pratica stabile e organizzata. Con il crescere del numero dei partecipanti, Filippo decise infatti di dedicare al pellegrinaggio un giorno fisso dell’anno: il giovedì grasso. Così, il primo pellegrinaggio ufficiale alle Sette Chiese ebbe inizio il 25 febbraio 1552. Il percorso, lungo sedici miglia, fu diviso in due giornate, con la partenza, la sera del mercoledì, dalla chiesa di San Girolamo della Carità. Attraversato ponte San’Angelo si faceva visita ai malati dell’ospedale di Santo Spirito. Quindi il corteo si raccoglieva presso la basilica di San Pietro, prima tappa della visita. La mattina seguente,di buon’ora, l’appuntamento era nella basilica di San Paolo, da dove si percorreva la via ancora oggi chiamata delle Sette Chiese e si giungeva a San Sebastiano perpartecipare alla Messa. Nei periodi di maggiore affluenza la celebrazione eucaristica ebbe luogo a Santo Stefano Rotondo sul Celio. Seguiva l’omelia di Filippo, o di altri religiosi, quindi la refezione. Nei primi anni si fermavano alla vigna Savelli, nei pressi della Caffarella. Col tempo divenne abituale la fermata al giardino Mattei, in quella che oggi si chiama Villa Celimontana. Poi si dirigevano verso la Scala Santa e San Giovanni in Laterano e proseguivano per Santa Croce in Gerusalemme. Attraverso Porta Maggiore il corteo usciva di nuovo dalla cinta muraria arrivando all’Agro Verano, dov’è la basilica di San Lorenzo. Rientrando infine in città il corteo volgeva all’ultima tappa dell’itinerario: Santa Maria Maggiore. Qui, dopo un ultimo raccoglimento, i partecipanti si congedavano intonando la Salve Regina.

Gli anni che vanno dal 1581 al 1595, anno della morte, furono segnati da terribili malattie, guarigioni e ricadute continue. Preoccupato per il proprio destino scrisse per ben tre volte il proprio testamento. Alla comunità venne concessa intanto una nuova sede, l’Abbazia di San Giovanni in Venere e la possibilità di fondare un oratorio persino a Napoli. Fiaccato dalle malattie, Filippo Neri soffrì parecchio a causa di una terribile carestia che decimò alcuni membri della sua comunità oratoriana. Unico sollievo di quel periodo, nel 1590, il poter assistere, nella chiesa di Sant’Adriano al Foro, alla traslazione dei corpi di alcuni martiri. È da ricordare infatti che la testimonianza dei martiri era motivo di commozione per il santo fiorentino. Seguendo i consigli di Filippo Neri, il papa decise di riconciliarsi con Enrico IV di Francia, evento di notevole portata nella storia della Chiesa cinquecentesca. Il pontefice, quasi per ringraziare il santo per il suo aiuto, prese con sé alcuni fra i suoi fedelissimi e decise di nominarlo cardinale, ma questi rifiutò la carica, dicendo, verso il cielo: «Paradiso, paradiso». Nell’aprile del 1595 Filippo Neri venne colpito ancora più gravemente dalla malattia che lo affliggeva, tanto da non poter più modificare il proprio testamento. Il cardinale di Milano Federico Borromeo, nipote del suo più celebre zio Carlo Borromeo,  e suo fedele amico, si recò a Roma per somministrargli personalmente l’eucarestia. Il santo, come lo stesso Borromeo dichiarò, benché moribondo dimostrava ancora una forza d’animo eccezionale. maggio si riprese miracolosamente e poté officiare così la messa del Corpus Domini due giorni dopo, recitata “come cantando”. Dopo aver celebrato la messa sembrò quasi ai suoi fedeli ch’egli fosse come guarito, poiché continuava a scherzare e consigliare come suo solito. Verso le tre del mattino di quella stessa notte, tra il 25 e il 26 maggio, colpito da una grave emorragia, dopo aver benedetto la propria comunità Filippo Neri morì, il santo della gioia nasceva dunque in cielo.

Si diceva che con le nipoti che abbracciarono la vita religiosa vi fu un costante epistolario, e qui si riporta uno stralcio di una delle lettere che egli scrisse alla nipote Maria Vittoria, domenicana al convento di San Pietro Martire a Firenze:

“[Alla] dilettissima Suor Maria Vittoria Trievi, nepote carissima nel monastero di S. Pier Martire a Firenze. Suor Maria Vittoria, come figliola dilettissima nel Signore. Sono stato così pensando sopra del vostro nome, et del giorno che m’è stata data la vostra lettera, et mi sono ricordato che fu l’istesso giorno che l’anno 71 s’hebbe per gratia di Dio la vittoria in mare contra li turchi da la nostra armata. Voi vi chiamate Maria, et le congregationi dell’acque (quei gran vasi, donde escono e ritornano i fiumi) si chiamano ne le Scritture sante e ne la lingua latina mària, ch’è un poco più breve che a dir Maria. È Maria quella Vergine ineffabile, quella gloriosa Donna, che concepì e partorì senza detrimento de la sua virginità nel suo ventricello quello che non possono capire drento di sé la larghezza de’ cieli, Cristo Figliol di Dio e di Maria. Si chiama questa Madre santa di Dio stella del mare; onde cavo di qui che non senza gran misterio vi fu posto nome, perché uscendo dal mondo foste dalla mano di Dio cavata fuori dall’acqua del mare. Ne le quali trapassando tante misere anime, la maggior parte restano sommerse, et poche in questa comparatione se ne salvano: et voi come un altro Pietro sete stata presa per la mano et tenuta forte, siché havete caminato non per l’acque, ma sopra l’acque. (…) Hor poiché siete vicina, figliola direttissima in Christo, a tanta felicità, non vi rivoltate indietro, non urtate col ramo ne la terra, non vi scostate dal lido, non ritornate col pensiero et amore nel mondo, perché il mondo è un boscho, ove si rubbano et ammazzano tutti i viandanti, o una selva piena di mostri e un campo pieno di soldati, pieno di rapine e di violenza et ingiustitie (parlando sempre col ebito rispetto et riservo de’ buoni, che pur ve ne sono, ma rari), et riguardate questo mondo come una casa abbruciata, da la quale siete scampata affaticata, ancor tinta dal fumo et arrostita dalle fiamme, onde non habbiate mai più animo d’accostarveli, perché o tinge o cuoce: ma allontanatevi dalle occasioni per non perire, et accostandovi all’esercitj buoni, amica de la cella, del choro, dell’oratione et soprattutto dell’obb edienza et santa povertà, cercate haver vittoria. Poiché sete ussita dal mare, che vuol dire il mondo, inquieto et tempestoso, et dall’amore delle cose che havete lassate nel mondo, scordatevi di padre, madre, fratelli, sorelle, amici, parenti, case, vigne, et d’ogni altra cosa. Et perché non para detto questo contro la pietà christiana, havete l’autorità de la Scrittura Santa che vi dice l’istesso, et è lo Spirito Santo nel Salmo che così parla: «Ascolta, figliola, e da la parola ricevi lume et splendore di gratia: et con quel lume risguarda poi, et vedendo la terra buona et pacifica che t’è mostrata, scordati di quest’altra terra piena di fatiche, che solo partorisce lappole e spine, et non aver più memoria de la tua patria et de la casa di tuo padre; ma inclina l’orecchi all’obbedientia de le mie parole, e le spalle e la croce de la mortificatione vera, esteriore et interiore, di tutte le cattive usanze et mali pensieri et falsi amori: et poni in me la tua fiducia, la tua speranza, et tutta la tua affettione, che così ti riceverò io per mia sposa, et mi innamorerò de la tua modestia et humiltà, et ti darò di quei cibi de la mensa mia, che soglio dare a quelle che mi servono et amano fidelmente: che sono tentationi che permetto et tribulationi che di principio ti parranno amare, ma poi ti sapranno dolci quando ci haverai avvezzato il gusto: et conoscerai che questa strada che tengo con chi amo è vero sponsalitio tra l’anima et me; onde, come se io ti sposassi, allhora dirai con Agnese santa, quando ti toccherà la tribulatione: Annulo suo subarravit me Dominus meus Jesus Christus; et sopportando con patienza et allegrezza, porterete degnamente il nome di Maria Vittoria». Ma non vi basti a voi, figliola, esser uscita dal mare, se però insieme col corpo non havete lassato con l’animo ogni speranza et affettione mondana; perché quegli hebrei che passarono nel deserto dreto al capitano Moisé, se bene havevano il Mar Rosso di mezzo fra l’Egitto et loro, stavano però ricordandosi de la carneche mangiavano a satietà, et col pensiero et con l’amore stavano di là dal mare ne le tenebre scurissime dell’Egitto, che è l’ignorantia di conoscere lo stato buono, i benefitji ricevuti, che riceve quotidianamente, et quelli maggiori che ha la misericordia di Dio apparecchiati di là nella beata vita; che non pensandovi non si nutrisce, ma si raffredda l’amore: et non impariamo qua a dar a Dio la confessione de la lauda, che sempre habbiamo da esercitare di là nel cielo.”

Si ricorda in questa circostanza la Battaglia di Lepanto vinta dalla flotta cristiana contro quella turca il 7 ottobre del 1571 e con la quale venne istituita la festa della Madonna del Rosario.

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