Mafalda di Savoia
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Nacque il 19 novembre del 1902 a Roma Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia, Langravia d’Assia, secondogenita di re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena del Montenegro. Il nome era stato scelto da Vittorio Emanuele, ricordando l’antenata Matilde di Savoia, figlia di Amedeo III, il crociato fondatore dell’abbazia di Altacomba, e sorella di Umberto III il Beato. Matilde sposò nel 1146 Alfonso di Borgogna, primo re del Portogallo ed ebbe una figlia che chiamò Mafalda (in lingua portoghese Mahalda): promessa ad Alfonso II d’Aragona, ma la principessa preferì il monastero alle nozze, morendo poi in odore di santità ed è tuttora venerata a Cascia (Perugia). Un’altra Mafalda di sangue blu, ma non di Savoia, fu regina di Castiglia, beatificata da papa Pio VI.
Mafalda cresce in un ambiente più familiare che nobiliare. Quando nel 1900, all’assassinio di Umberto I, Vittorio ed Elena salirono sul trono, la vita di corte cambiò radicalmente. Il Quirinale fu la loro prima dimora, ma scelsero di vivere nell’ala detta “della Palazzina”, la zona più raccolta e per ubicazione e per struttura, per poi andare ad abitare a Villa Savoia. Il temperamento di Mafalda era allegro e brillante: estroversa e socievole, trascorse una giovinezza felice, grazie alla forte unione familiare, alla presenza costante e dolce della regina Elena, all’affetto di Vittorio Emanuele III, all’affiatamento con il fratello Umberto e le sorelle, in modo del tutto speciale con la principessa Giovanna, che era più di una sorella. Di indole docile ed ubbidiente, ereditò dalla madre il senso della famiglia, i valori cristiani, la passione per l’arte e la musica. Amava il ballo e in particolare la musica classica, soprattutto le opere di Giacomo Puccini, il quale le disse che proprio a lei avrebbe dedicato la Turandot. Trascorse l’ infanzia e la giovinezza divisa fra Roma e le località di villeggiatura: Sant’Anna di Valdieri, Racconigi, San Rossore. Durante la prima guerra mondiale seguì, con le sorelle Jolanda e Giovanna, la madre nelle frequenti visite negli ospedali ai soldati feriti e collaborando agli innumerevoli atti di carità verso i sofferenti ed i poveri della Regina Elena, una donna dall’altissimo profilo spirituale della quale è già introdotto il processo di canonizzazione. Conobbe in seguito il langravio Filippo d’Assia (1896-1980), principe tedesco, giunto in Italia per i suoi studi di architettura. Le nozze si celebrarono a Racconigi il 23 settembre 1925. Vittorio Emanuele III per la fausta occasione donò alla figlia un piccolo casale romano situato fra i Parioli e Villa Savoia. Alla casa venne dato il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d’Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia. Dalla loro felice unione nacquero quattro figli: Maurizio d’Assia (1926); Enrico d’Assia (1927-1999), Ottone (1937-1998) ed Elisabetta (1940).
La principessa di Savoia fu donna coraggiosa che non misurava il rischio quando si tratta di intervenire per gli altri, così come avvenne durante la seconda guerra mondiale. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Hitler progettò la sua vendetta ai danni della famiglia reale italiana e come vittima da immolare indicò proprio la consorte del principe d’Assia.
Mafalda partì per Sofia per stare accanto alla sorella Giovanna, il cui marito, Boris III re di Bulgaria, era morto per avvelenamento il 28 agosto 1943. La principessa di Savoia non fu messa al corrente dell’armistizio e venne informata soltanto a cose fatte alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla Regina di Romania, mentre stava tornando in Italia. Ma lei, tutt’affatto intimorita, decise di fare ritorno a Roma per congiungersi con i suoi figli e con la sua famiglia d’origine, perché il marito era prigioniero di Hitler in Germania, a sua insaputa: era convinta che i tedeschi l’avrebbero rispettata in quanto moglie di un ufficiale tedesco. Con dei mezzi di fortuna, il 22 settembre raggiunse Roma e scoprì che il re, la regina ed il fratello Umberto avevano lasciato la capitale. Riuscì a rivedere, per l’ultima volta, i figli Enrico, Ottone ed Elisabetta ma Maurizio era arruolato in Germania, custoditi da monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, nel proprio appartamento.
La Gestapo, che aveva aperto su di lei un vero e proprio Dossier, fece scattare l’”Operazione Abeba”: ed il generale Kappler, con un inganno la arrestò a Roma il 22 settembre 1943, e venne imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu poi trasferita a Berlino ed infine deportata nel Lager di Buchenwald e rinchiusa nella baracca n. 15, sotto il falso nome di Frau von Weber. Le venne vietato di rivelare la propria identità e per scherno i nazisti la chiamavano Frau Abeba. Occupò una baracca insieme all’ex deputato socialdemocratico Rudolf Breitscheid ed a sua moglie, e le venne assegnata come badante la signora Maria Ruhnau, alla quale Mafalda, in segno di riconoscenza, le regalerà l’orologio che portava al polso. La dura vita del campo, il poco cibo che divideva con coloro che reputava avessero più bisogno di lei ed il glaciale freddo invernale, deperirono ulteriormente il già gracile e provato fisico di Mafalda. Nell’agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager e la sua baracca venne distrutta. La principessa riportò gravissime ustioni e contusioni su tutto il corpo. Fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma qui non venne curata. Dopo quattro giorni di agonia, sopraggiunse la cancrena al braccio sinistro che fu amputato con un interminabile e dissanguante intervento chirurgico. Ancora addormentata, Mafalda venne riportata nel postribolo e abbandonata, senza assistenza. Morì a 42 anni, il 28 agosto 1944. Il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald dichiarò che Mafalda era stata intenzionalmente operata in ritardo e l’intervento era il risultato di un assassinio sanitario avvenuto per mano di Gerhard Schiedlausky, poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948, come era già avvenuto per altri casi, soprattutto quando si trattava di eliminare “personalità di riguardo”. La salma di Mafalda di Savoia, grazie al padre boemo Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ordine degli Agostiniani Premostratensi, non venne cremato, ma fu messo in una cassa di legno, sepolta sotto la dicitura: 262 eine unbekannte Frau (donna sconosciuta). Trascorsero alcuni mesi e sette marinai italiani di origine gaetana, reduci dai lager nazisti, trovarono la bara della principessa martire e posero una lapide identificativa.
Dallo studio dell’esistenza della principessa e della sua personalità, emerge la figura di una principessa briosa e mite, intelligente e colta, sempre dedita agli altri; una sposa ed una madre esemplare, di grandissima fede cattolica, sempre pronta alla carità per i più bisognosi e disagiati. Persona semplice, indulgente, benevola e amabile. Piuttosto cagionevole di salute affrontò ugualmente e con amore quattro gravidanze, di cui l’ultima a 38 anni. Donna di grande classe e finezza di tratti, era fortemente ancorata ai valori e ai principi evangelici.
Il destino la segnò crudelmente, ma il martirio di Buchenwald non fu altro che l’epilogo di una vita perennemente spesa e protesa verso il prossimo: per vivere accanto all’amato marito, sopportò il rigido clima tedesco fino a quando non le venne impedito dai medici; accettò di occuparsi del “caso Montenegro” con la restaurazione del trono del cugino Petrovich per amore di suo padre e di sua madre non considerando che la Gestapo l’avrebbe pedinata; si recò al funerale del cognato per amore della sorella Giovanna, sebbene l’Europa vivesse giorni di ferro e fuoco; per sentire telefonicamente il consorte in Germania, cadde nella trappola predisposta dall’ufficiale tedesco Herbert Kappler, comandante del Servizio Segreto delle SS e della Gestapo a Roma. Il sacrificio della breve vita è l’ultimo atto di una scena terrena  occupata prioritariamente dalla presenza del Vangelo nella sua esistenza: anche nel campo di concentramento di  Buchenwald non badò a se stessa, in cima ai suoi pensieri c’erano i figli, il marito, i genitori, gli internati del campo e in particolare agli italiani del lager, ai quali fece sentire tutta la sua vicinanza. Le sue ultime parole furono proprio dirette a loro: “Italiani, io muoio, ricordatemi non come una principessa ma come una vostra sorella italiana “.

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