L’omelia di Mons. Crociata per la festa di Santa Maria Goretti

Casa del Martirio di santa Maria Goretti

Il pellegrinaggio annuale alla Casa del Martirio di Santa Maria Goretti, la co – patrona della Diocesi di Latina, ha visto il suo pastore ricordare la figura di questa bellissima giovane, la qual, rifiutandosi di cedere alla tentata violenza sessuale che voleva fargli Alessandro Serenelli, il suo assassino, offrendo la sua virtù per la salvezza sua e anche del suo assassino, la pone come esempio di pace tra le genti della diocesi e del resto del mondo:

“Festa di S. Maria Goretti, letture della domenica XIV TO B

Latina, parrocchia di S. Maria Goretti, 7 luglio 2018

La Parola di Dio non sempre viene a consolarci o a confermarci; spesso viene a sfidarci, a provocarci e a metterci in discussione. E questo lo fa tutte le volte che si scontra con i nostri pregiudizi e con le nostre abitudini mentali, con le quali alimentiamo la nostra pigrizia spirituale e morale e difendiamo il nostro più o meno comodo sistema di vita. Le letture di questa celebrazione, che sono le letture del giorno del Signore di questa settimana, ci presentano una sfida simile. Il profeta Ezechiele dice che Dio lo spinge a parlare anche quando il popolo non è disposto ad accogliere il suo annunzio: «ascoltino o non ascoltino». Definisce il popolo «una genia di ribelli», che deve sapere per lo meno che un profeta c’è e ha parlato, e non trovare giustificazioni di nessun genere per poter dire: non lo sapevo, nessuno ce l’ha detto. Anche Gesù viene a trovarsi nella situazione del profeta rifiutato. Nel vangelo il motivo del rifiuto non sta nella ribellione, ma nel pregiudizio ambientale: Gesù era così conosciuto, con la sua famiglia e con la sua vicenda biografica del tutto ordinaria, che era umanamente impossibile capire il suo modo sorprendente di parlare e agire, era impossibile uscire dallo schema mentale che lo aveva classificato secondo il suo stato sociale e il giudizio corrente di cui tutti era schiavi. C’era bisogno di una luce di fede più forte del pregiudizio.

La sfida della Parola di Dio è grande. Può sembrare che sia una grande cosa essere venuti in chiesa e anche aver ascoltato con sincerità e buona volontà, e può dare fastidio che qualcuno ci dica che non basta. Ma è il Signore che ci chiede qualcosa di più. Ce lo spiega il brano di san Paolo, soprattutto quando dice: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte». San Paolo fa esperienza di una serie innumerevole di contrasti e opposizioni esterne nei confronti della sua predicazione, a volte anche di minacce alla sua vita, come scrive in più occasioni nelle sue lettere, e poi di limiti e difficoltà interne, come paure, angosce, preoccupazioni soprattutto per i cristiani che aveva portato alla fede; e naturalmente vorrebbe sentirsi sicuro, tranquillo, con la sensazione di aver raggiunto dei risultati, non sempre in pericolo, come invece di fatto gli capita. Ma il Signore gli fa capire che non gli concederà questa tranquillità e la sicurezza di un obiettivo conseguito una volta per tutte; gli dice invece: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta infatti pienamente nella debolezza». Che cosa è qui la grazia? È la forza che il credente sperimenta in mezzo a una situazione difficile nel momento in cui si affida al Signore. Il Signore gli dice: tu vorresti avere la certezza che viene dal vedere tutto risolto, a posto e senza problemi; questo non puoi averlo, non è possibile. Stai sicuro però che al momento necessario, ad ogni momento, in questo momento, se ti fidi di me, sperimenterai il mio aiuto, parteciperai della mia forza e affronterai quanto ti si presenta dinanzi, anche le cose più difficili. Di questo san Paolo fa esperienza, e perciò dice «mi compiaccio nelle mie debolezze […]: infatti quando sono debole, è allora che sono forte». Si compiace della forza di Dio, di cui immancabilmente fa esperienza.

A me pare che tutto questo faccia risaltare in maniera eloquente la figura di Maria Goretti e ce la faccia capire ancora di più e meglio. Siamo colpiti dal destino ingiusto che le è toccato e dalla violenza che l’ha schiacciata. Di fronte a quanto ella ha subito nasce spontaneo in noi un sentimento di compassione e forse anche di ribellione e di rabbia per la violenza mortale inflitta. Tuttavia non possiamo fermarci a questo tipo di reazione, legittima e perfino apprezzabile. La vicenda di Maria Goretti ci suggerisce infatti due considerazioni, che forse scombinano i nostri prevedibili giudizi e le nostre aspettative.

La prima di esse è che, contro ogni evidenza, Maria Goretti ha in realtà fatto anch’essa esperienza della forza di Dio nella debolezza. Come san Paolo, anche lei non è stata esonerata dalla prova; Dio non è intervenuto a fermare la mano che la feriva a morte, come non interviene a fermare le mani di tutti i violenti, come non ha fermato le mani dei crocifissori del suo Figlio Gesù. Ci ha dato la libertà, e non ce la toglie, ma ci chiede di usarla per il bene. Però Dio è intervenuto donandole la sua forza, la sua grazia a misura della fede (come in Gesù – «non sia fatta la mia ma la tua volontà … nelle tue mani consegno il mio spirito» – e come in san Paolo); e lei infatti rimane fedele a se stessa, alla sua coscienza, alla verità della sua persona, al legame vitale di fede e di amore con Dio. E la forza sperimentata è visibilmente evidente nella capacità di dire no, nel non farsi vincere dalla paura e nella volontà determinata a rimanere fedele a se stessa e a Dio. Questo dobbiamo considerare quando parliamo di lei, non limitandoci al sentimento di vicinanza e di comprensione di una povera vittima. C’è in lei una forza morale e un coraggio umano che solo una fede viva e un aiuto dall’alto possono rendere tali.

Questo ci introduce alla seconda considerazione. Di fatto Maria Goretti resta una vittima, una sconfitta, perdente e vinta. Noi siamo a celebrarla perché con la Chiesa riconosciamo che, dentro la sconfitta, c’è una vittoria straordinaria che lei ha conseguito, con quella fedeltà e quella forza che le hanno dato di consumare il suo martirio in comunione di fede e di amore con il suo Signore. Tuttavia lei rimane umanamente una vittima. Ebbene ciò che oggi comprendiamo ancora meglio è che Dio si è posto a suo fianco, si è messo dalla sua parte, non dalla parte del suo uccisore (che pure poi ha condotto a conversione e vita nuova). Dio si mette innanzitutto sempre dalla parte delle vittime, dei perdenti, dei vinti. Di più, egli si identifica con essi, si mette al loro posto, come ha mostrato Gesù con la sua parola e con il sacrificio sulla croce.

Maria Goretti ci riporta così al puro insegnamento di Gesù e al nucleo incandescente della nostra fede: Dio ci vuole con sé dalla parte delle vittime, dei perdenti e degli sconfitti, perché con essi egli si identifica, ad essi comunica la sua forza e la sua grazia. Nella condizione di debolezza ci si apre alla fede e alla grazia di Dio, e si diventa perfino capaci di spingere a conversione gli stessi violentatori e aguzzini, come avviene nel caso della stessa Marietta, di don Pino Puglisi e di tanti altri.

Sull’esempio di lei anche noi vogliamo imparare la fiducia incondizionata in Dio nella debolezza così da fare esperienza della sua forza. Il Signore ci dia di non invidiare mai i prepotenti e i prevaricatori, perché in tal caso rischiamo di essere doppiamente falliti, nella vita e nel cuore. Facciamo nostra perciò la parola del salmo:

«Non irritarti a causa dei malvagi,

non invidiare i malfattori.

[…] Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui;

non irritarti per chi ha successo,

per l’uomo che trama insidie.

Desisti dall’ira e deponi lo sdegno,

non irritarti: non ne verrebbe che male;

perché i malvagi saranno eliminati,

ma chi spera nel Signore avrà in eredità la terra.

Ancora un poco e il malvagio scompare:

cerchi il suo posto, ma lui non c’è più.

I poveri invece avranno in eredità la terra

e godranno di una grande pace».

 

 

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