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Mons. Crociata

100 anni fa si chiudeva un sanguinoso conflitto che in Italia aveva causato circa 700 mila morti tra i militari e altrettanti tra i civili, e il vescovo di Latina Mons. Crociata ha voluto ricordare tutto questo nell’omelia per il 4 novembre nella cattedrale di San Marco:
“Oggi la nostra assemblea domenicale presenta una evidente composizione insolita, poiché vede radunati insieme ai fedeli abituali, uomini e donne delle istituzioni e, in particolare, delle forze armate. Oggi si celebra in tutta Italia una festa civile importante: la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. La ricorrenza è resa anche più significativa dal fatto che proprio oggi ricorrono i cento anni dall’entrata in vigore dell’armistizio che poneva fine alla prima guerra mondiale, la grande guerra, come viene chiamata. Difficile perciò sottrarsi al peso di tanto anniversario. Oggi come ieri, affermare l’unità nazionale significa riconoscere una identità di popolo, storica, linguistica, culturale, e anche religiosa, che in qualche modo accomuna, distinguendoli da altri, quanti abitano entro quei confini che proprio la grande guerra ha permesso di definire, anche se a un prezzo insopportabilmente alto, se consideriamo le vittime della sua violenza che fecero chiamare grande una guerra soprattutto per il numero impressionante di morti che aveva provocato. Oggi comprendiamo meglio che riconoscere l’unità della nostra nazione è un modo per dire che si cresce solo insieme e uniti; ma non per questo contro altri, bensì insieme ad altri con i quali condividiamo tanti valori e ricche relazioni, così che non potremmo nemmeno rimanere la nazione che siamo se ci separassimo dalle altre nazioni, con le quali siamo legati da un destino continentale. E lo sanno bene quelle forze armate che subirono perdite incalcolabili e un numero inverosimile di caduti per difendere i confini, ma che ormai fanno esperienza di collaborazione ad ogni livello con forze armate di altri paesi. Quelli che oggi hanno gli strumenti e la capacità tecnica di fare la guerra, fanno servire i loro dispositivi bellici per una crescente collaborazione che rende gli stessi eserciti tutori della pace e promotori di amicizia oltre le necessarie delimitazioni nazionali e continentali. Tutto ciò aiuta a capire quella che, a prima vista, potrebbe apparire una contraddizione, una commistione inaccettabile tra le armi della guerra e colui che è il principe della pace, Cristo Gesù, il quale preferì subire la violenza su di sé fino alle estreme conseguenze piuttosto che fare lui violenza a qualcun altro. Ma non solo gli eserciti oggi diventano tutori della pace; essi, soprattutto, sono formati nella gran parte da cittadini nei quali alberga la fiamma della fede cristiana. Per essi, per voi, celebrare qui con noi tutti, significa chiedere al Signore di far servire sempre la vostra opera di militari a scopi di pace, nel nostro Paese e all’estero; e significa chiedere al Signore di far crescere quella fede che è capace di trasformare le armi in falci e le spade in vomeri, per evocare il profeta Isaia. Anche a chi svolge un lavoro così duro e spietato come il vostro è rivolta la parola di questa domenica, in particolare il Vangelo, che invita ad amare Dio con tutto sé e al di sopra di tutto, e il prossimo come se stessi. Ognuno di noi è chiamato a chiedersi che cosa significa per lui questa parola, che cosa il Signore vuole dire e si aspetta da noi. E la prima lezione che vale per tutti è che, se questa parola può giungere a farsi udire con sensatezza anche da chi è per professione militare, allora non c’è nessuno che possa sottrarsi alle esigenze di questa parola, che significa semplicemente questo: a nulla vale tutto ciò che fai, se non c’è in esso un pizzico d’amore, un senso di gratitudine per il dono della vita, il desiderio di non allentare mai, e meno ancora recidere, il legame con Colui che è fonte della vita e dell’amore, con il Dio che con il suo amore senza stancarsi ci incalza. La seconda lezione è per chi si chiede come si fa ad amare, come si impara ad amare Dio. La risposta è nella prima lettura: Ascolta, Israele! L’ascolto è il primo atto d’amore, il suo inizio e il suo apprendimento. Chi ascolta entra in qualche modo nel cuore, nella interiorità di colui che parla; entra in comunicazione profonda con lui e ne accoglie i movimenti più intimi fino a farli propri, fino a sentire come lui. Spesso nelle nostre relazioni manca l’amore perché manca l’ascolto, e ascolto significa dare tempo e attenzione, prendere a cuore, dedicarsi. Come si può imparare ad amare, a cominciare da Dio, se non si compie nessun gesto del genere, ma si vive sempre centrati su di sé, scostanti e scontrosi perfino con Dio e con la nostra coscienza? E infatti chi non sa amare Dio e gli altri, non sa amare nemmeno se stesso. La terza lezione è che l’altro non è diverso da me, perché è un figlio di Dio come me, amato per se stesso come me, meritevole di amore come lo sono io, né più né meno. Se amo Dio non posso non amare quelli che gli stanno a cuore; e posso amare gli altri solo per l’amore che Dio mi dona e che mi chiede di estendere attorno a me verso qualunque creatura umana. Sappiamo perfino amare le creature non umane; perché non dovremmo a maggior ragione amare gli esseri umani? Dovremmo cominciare dal rispetto dell’altro, chiunque e comunque egli sia, anche ostile e nemico nei nostri confronti. Fare il nostro lavoro, anche il più duro, senza mai indurirsi dentro, senza disumanizzarsi interiormente perdendo la capacità di sentire qualcosa del dolore dell’altro. Si può cominciare da qui. Tutto questo sembra lontano dalla festa dell’unità nazionale e delle forze armate. Io sono convinto che il nostro Paese si va lacerando sempre di più e va incontro a crisi sempre più gravi, perché quelli che ci diciamo cristiani e cattolici, abbiamo perduto la parola che ci ha generati alla fede, la parola che oggi abbiamo riascoltato, che rimane l’anima del nostro essere non solo cristiani, ma anche umani e cittadini. Da qui dobbiamo ricominciare e per questo ricominciamo dalla preghiera, come stiamo facendo oggi qui. Il nostro gesto celebrativo rimanga segno e sprone rincuorante e duraturo.”

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