In Cattedrale a Gaeta l’arcivescovo Mons. Luigi Vari ha concluso le celebrazioni della Settimana Santa con la celebrazione della Pasqua di Risurrezione. La sua riflessione si è incentrata sulle “notti” che i variu pesonaggi descritti nei Vangeli hanno fatto con i loro comportamenti, sia positivi che negativi, ma che hanno poi culminato nella notte più importante, quella che ha restituitoalla vita il Figlio di Dio morto per la salvezza dell’umabità riscattandoli dal peccato originale. Ecco ciò che ha detto l’arcivescovo: “Abbiamo ascoltato la pagina di Giovanni che parla della scoperta del Risorto e inizia quella pagina dicendo che Maria di Magdala si recò al sepolcro quando era ancora buio. Nel Vangelo di Giovanni, da cui quersta pagina che abbiamo ascoltato, è tratta, ci sono alcune notti siginicative. La prima notte è quella di Nicodemo che va da Gesù, ed è un po’ simbolica quella notte di chi pensa che no ci si può accontenmtare delle cose che riempiono normalmente il giorno, le frasi fatte, l’ arroganza, la mancanza di pietà, di peranza, di umanità. Ecco Nicodemo è un po’ il segno dell’uomo che affronta la notte con ild esiderio di trovare qualcosa di più, una luce di più, è quella di Nicodemo una notte di chi non si accontenta e spera e sogna semopre nuove aurore. Poi, proprio in questo Triduo Pasquale, abbiamo incontrato un’altra notte, quella di Giuda che ci dice sempre il Vangelo di Giovanni, appunto, che uscì dalla stanza del Cenacolo ed era notte. Quella di Giuda è una notte brutta, è quella preferita di chi non è figlio della luce, è la notte di chi ama l’ombra, è anche la nostra quando vogliamo stare nell’ombra e venire magari meno ai nostri doveri di uomini. Una notte, quella di Giuda, alla quale anche se non ci piace, però ci si abitua presto, perché qualunque cosa tu dica o tu faccia, rimane nascosta, eccetto che per le sofferenze che provoca. E forse questa la notte dei cosiddetti leoni da tastiera , no, un po’ popolano il web, non sai chi sei, non c’è una faccia, però provochi sofferenza, il bullismo, tante cose che riempiono un po’ le nostre cronache. Questa notte qui è molto vicina alla morte, che è talmente buia da non far scorgere nemmeno i volti di quelli che colpisce. C’è poi la notte di Gesù, quella che trascorre nel giardino, è la notte della preghiera al Padre, quella del testamento piena d’amore, quella in cui gli altri non solo hanno un volto, ma addirittura diventano fratelli da affidare – non ti prego per me, ti prego per loro, custodiscili. E poi c’è l’altra notte quando, ci dice il Vangelo, si fece buio su tutta la terra da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio. Quella è una notte che sarà riempita dalle parole del perdono, dalle parole dell’amore, che Gesù pronuncia con chi è crocifisso con lui, per sua madre, per quelli che lo hanno crocifisso, per il discepolo che egli amava. E poi c’è la notte della Risurrezione, che fa scolorire la croce e un po’ mette in ridicolo la potenza di quelli che l’hanno costruita. Una notte che i Vangeli descrivono, questa della Risurrezione, nel suo ultimo tratto quando sta finendo, perché la notte non ha importanza in se, ma importa che finisca. E’ la notte della libertà, nella quale appare che Cristo non è un condannato destinato ad essere sempre tale, ma un re straordinario e potente. E c’è questa notte di cui ci parla stamattina il Vangelo, la notte di Maria di Magdala, quella proprio che precede un attimo l’alba della Pasqua, una notte piena di dolore ma soprattutto piena d’amore. Una notte interrotta dal desiderio di Maria di incontrare il Maestro, la notte di chi nemmeno osa sperare che le parole che Gesù aveva detto a proposito della sua risurrezione si possano realizzare. E’la notte di chi desidera la vita e la cerca, anche se pensa che forse non toccherà a lui di incontrarla, ma acrederci è quanto basta per non rassegnarsi alla morte. La notte di Maria è quella nella quale il sudario perde l’odore brutto della morte e ritrova l’odore buono della vita che nella descrizione del Vangelo di questa mattina somiglia tanto all’odore del bucato appena fatto. Come sarebbe bello, ed è questa la nostra preghiera, se la notte di Maria fosse la nostra notte, nella quale ci mettiamo in cammino spinto solo dall’amore, non pensando di trovare chissà che, ma desiderosi di andare. E’ questa la notte di tanti fratelli e sorelel che fanno quello che possono, senza nemmeno osare di sperare che vedranno qualcosa di più, ma lo fanno per il desiderio di non lasciare che nel duello fgra la vita e la morte vinca la morte. Chi è il cristiano se non quello che può rispondere a chi gli domanda cyhe cosa vede, risponde con le stesse parole che abbiamo cantato nella sequenza pasquale vedo morore la morte, vedo la morte e la vita che si scontrano in un duello drammatico, vedo che tante volte sembra che il Signore della vita abbia la peggio, sia morto. Poi vedo, però, che invece se io cammino, regna vivo. Buona Pasqua!”

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