Mons. Mariano Crociata

Nella solennità del 1° gennaio, dedicato al Madre Santa di Dio e alla Giornata Mondiale della Pace,, il vescovo di Latina Mons. Mariano Crociata ha presieduto la celebrazione eucaristica che, a causa delle restrizioni anti covid del Governo, non è stata tenuta la Messa cui assistevano le autorità istituzionali e politiche locali e i rappresentanti delle forze sociali. Per questa occasione  le autorità hanno ricevuto via email il testo del messaggio di Papa Francesco, dal titolo La cultura della cura come percorso di pace, accompagnato da una breve nota di accompagnamento di monsignor Crociata. Come di consueto le parole del presule del capoluogo pontino ha messo in evidenza la ricerca della pace come elemento di prendersi cura, come ha recitato il messaggio di papa Francesco di quest’anno, per sconfiggere il nemico e per superare tutti insieme la crisi. Ecco le parole che ha pronunciato il pastore di latina nell’omelia:

OMELIA

Venerdì, 1° gennaio 2021 Maria Santissima Madre di Dio

Cattedrale di S. Marco in Latina

+ Mariano Crociata

Inizia un nuovo anno solare e questo è già un buon segno, anzi un dono, una possibilità nuova, una speranza di ricominciare. Per questo abbiamo motivo di scambiarci gli auguri, e di farlo ora, non – come dice una vignetta che circola in queste ore – verso febbraio o marzo, per vedere prima come va. Come andrà dipenderà anche da noi, da ciò che siamo e scegliamo fin da ora. Gesù nato per noi e la sua madre Maria, che oggi veneriamo in modo particolare per la sua divina maternità, vegliano su di noi e ci guidano. È questa la sostanza della benedizione che inaugura il nuovo anno e che la pagina di Numeri ci ripropone: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».

Ora abbiamo la certezza che Dio ha posato il suo sguardo su di noi e non cessa di vegliare con la premura di una madre che non perde d’occhio il proprio bambino. È difficile ascoltare una simile affermazione in un tempo come questo, come di fronte alle immani tragedie che si consumano nella storia dell’uomo. Ma proprio la venuta del Figlio di Dio in mezzo a noi e il suo diventare uomo come noi ci autorizza a dire così. Egli non è venuto per giustificarsi o per dare risposte sui drammatici perché che ci assillano, ma per farsi carico della nostra condizione, per condurre l’esistenza umana comune come noi e con noi. Forse noi avremmo preferito un’altra forma rispetto a quella del farsi uno di noi, magari una forma che ci esonerasse da tutte le prove che colpiscono l’umanità, ma è certo che egli, scegliendo di diventare uomo, non si è sottratto a nulla, lasciandosi colpire come noi e insieme a noi. Questo ci dice l’incarnazione del Verbo e tutta la vicenda di Gesù fin sulla croce.

A noi il compito dell’accoglienza e della risposta della fede. Credere non è conoscere delle verità astratte, ma riconoscere e accogliere che Dio si è fatto uomo per me e per te, e lasciarsi toccare, magari sconvolgere e coinvolgere da un simile fatto, entrando in relazione con lui che ora è parte della mia condizione e della mia storia. Chi crede, vive la sua esistenza con Gesù e, con il suo aiuto, come lui. Per questo motivo abbiamo la possibilità, e anzi la necessità, di abbracciare il nuovo anno come una grazia e una opportunità irripetibili.

Tutti gli interrogativi su come andrà o non andrà, o peggio tutte le scaramanzie e gli scongiuri, sono nel migliore dei casi inutili, se non psicologicamente deprimenti e moralmente deplorevoli. Ora, con la pandemia, abbiamo scoperto che il mondo e il futuro non sono nelle nostre mani, che il potere sul nostro destino è irrisorio; ma forse in tal modo abbiamo anche capito i limiti delle nostre possibilità e, nello stesso tempo, la necessità delle nostre responsabilità pur entro quei limiti.

Gesù è venuto a dirci che, per quanto possa apparire irrisorio ciò che possiamo fare entro i confini delle nostre limitate possibilità, esso è decisivo e può perfino capovolgere le sorti più temibili (o che tali appaiono a quelli che non hanno speranza). Questo è il tempo di riconoscere ciò che è nelle nostre possibilità e di volerlo con tutte le nostre forze. E la prima cosa da riconoscere essere nelle nostre possibilità è la cooperazione, il lavoro comune, l’aiutarci gli uni gli altri, il sostenersi a vicenda, la solidarietà. È triste lo spettacolo di chi sulla scena pubblica si agita per chi deve contare di più e avere più potere, mentre la tragedia si consuma e la responsabilità collettiva rischia di arenarsi nella inconcludenza e risolversi in paralisi generalizzata. Come sempre, i più pericolosi nemici del bene comune, e i più spregevoli, sono i cinici ai quali non importa di far andare tutto in malora se non possono averne un vantaggio di parte.

Un vero nuovo inizio ha come condizione uno scatto morale, di tutti e di ciascuno, ad attraversare e superare insieme la crisi. Se abbiamo un minimo di coscienza della gravità del passaggio epocale che stiamo vivendo, allora dobbiamo volere ciò che è necessario. In questo troviamo la sostanza del nostro essere cristiani: decidere e farci carico, come ha fatto Gesù e come egli stesso ce ne dà la possibilità con la sua costante presenza, riconosciuta con fede e speranza in un amore responsabile e operoso.

Oggi cade anche la Giornata mondiale della pace. Il Papa ci invia un messaggio che esprime puntualmente il nostro impegno: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura vuol dire un modo di pensare, di agire e di vivere; perciò, l’invito è a pensare, agire e vivere prendendosi cura gli uni degli altri, di noi stessi, dell’ambiente. Prendersi cura è un progetto magnifico. In questo primo giorno dell’anno dobbiamo decidere proprio questo: prenderci cura, avere a cuore concretamente il bene gli uni degli altri e di tutti insieme, e agire in modo tale che esso venga raggiunto. Gesù farebbe la stessa cosa, anzi, lo fa, lo sta facendo in noi e attraverso di noi.

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