LO STERMINIO DEGLI ARMENI NON E’ STATO UN FALSO STORICO

genocidio armenoQuesto mese ricorre il centesimo anniversario della tragedia e papa Francesco ha dichiarato che lo sterminio degli armeni commesso dall’impero ottomano nel 1915 fu in effetti un genocidio, la Turchia, in aperta polemica con il Pontefice, ha risposto richiamando il proprio ambasciatore dal Vaticano. Gli eventi all’epoca andarono in questo modo: nel periodo precedente la prima guerra mondiale, nel 1908, nell’impero ottomano si era affermato il governo dei «Giovani turchi, un gruppo di ufficiali di grado inferiore che avevano preso il controllo dell’impero ottomano ma temevano che gli armeni potessero allearsi con i russi, di cui erano nemici. Quando nel novembre del 1914 il loro leader Ismail Enver entrò incautamente nella prima guerra mondiale, l’esercito turco tentò di attaccare la Russia, allora alleata di Regno Unito e Francia. Quell’armata fu annientata in mezzo alla neve vicino alla città di Kars (solo il 10 per cento dei soldati riuscì a sfuggire) e i turchi furono presi dal panico. Per un errore strategico i russi non contrattaccarono subito, allora i turchi si sforzarono di mettere insieme una qualche forma di linea difensiva, ma alle loro spalle, nell’Anatolia orientale, c’erano dei cristiani armeni che da qualche decennio stavano lottando per l’indipendenza dall’impero ottomano. Vari gruppi di rivoluzionari armeni avevano preso contatto con Mosca, offrendosi di provocare delle rivolte alle spalle dell’esercito turco nel momento in cui le truppe russe fossero arrivate in Anatolia. Quando ricevettero la notizia che l’esercito turco era in rotta, alcuni di loro pensarono che i russi stessero arrivando e agirono facendo attentati prima del tempo. Nel 1915 alcuni battaglioni armeni dell’esercito russo cominciarono a reclutare fra le loro fila armeni che prima avevano militato nell’esercito ottomano, a quel punto Enver e il governo turco andarono nel panico: se i russi fossero penetrati nell’Anatolia orientale, tutti i territori arabi dell’impero sarebbero stati tagliati fuori. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli, l’operazione continuò l’indomani e nei giorni seguenti, in un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al Parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Friedrich Bronsart von Schellendorf, il Maggiore Generale dell’Impero Ottomano, è stato dipinto come “l’iniziatore del regime delle deportazioni armene”: arresti e deportazioni furono compiute in massima parte dai «Giovani Turchi che ordinarono la deportazione di tutti gli armeni nell’est della Siria, attraverso le montagne. Furono soprattutto le milizie curde che condividevano l’Anatolia orientale con gli armeni, (anche se i rapporti tra le due comunità non erano mai stati buoni) a scortare gli armeni verso sud d’inverno e a piedi, dato che non c’era ancora una ferrovi. Molti miliziani curdi approfittarono dell’occasione per violentare, rapinare e uccidere, la mancanza di cibo e il clima fecero il resto, provocando la morte di quasi la metà dei deportati. Per quanto non sia chiaro fino a che punto il governo turco fosse informato di questa tragedia, di certo non fece nulla per fermarla: nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce della morte furono organizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, secondo le alleanze ancora valide tra Germania e Impero Ottomano e in seguito vennero considerate come “prova generale” delle più note marce ai danni dei deportati ebrei durante la seconda guerra mondiale. Oggi gli armeni sostengono che le vittime furono un milione e mezzo, ma è una cifra troppo alta, quella corretta potrebbe essere anche di mezzo milione, ma ottocentomila è una stima plausibile. L’unica cosa che si può aggiungere è che se solo i turchi avessero avuto il buon senso di ammettere, cinquanta o settantacinque anni fa, cosa successe in realtà, oggi non ci sarebbero ulteriori polemiche.

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