Litigare davanti ai figli è reato: sentenza della Cassazione

Litigio

La Cassazione ha sentenziato che litigare davanti ai figli è da considerarsi reato, perché i conflitti familiari vanno considerati come maltrattamenti in famiglia. La Corte Suprema si è  pronunciata sul ricorso presentato da una donna che era stata condannata, insieme al convivente, per aver discusso in maniera molto animata in presenza dei figli. La madre, come ha riportato Il Messaggero, chiedeva agli ermellini di annullare la sentenza in nome del fatto che i bimbi non erano stati mai “direttamente oggetto di aggressioni o soprusi, né di violenza psicologica”. Una giustificazione ritenuta debole per i giudici, che hanno stabilito che, anche come spettatori passivi, i figli possono riportare “danni fisiopsichici e ferite psicologiche indelebili”. Secondo la sentenza della sesta sezione penale, non si può costringere i bambini a fungere da spettatori non volontari alle liti tra genitori sottolineando che “la violenza assistita” di cui i figli sono vittime può avere gravi ripercussioni nella crescita morale e sociale. Secondo i giudici “il raggio di copertura dell’incriminazione non può non estendersi a comprendere tutti i soggetti che facciano parte della sfera familiare”. Sempre secondo la Cassazione “i maltrattamenti inflitti da un coniuge all’altro in presenza dei figli possono condurre alla dichiarazione di decadenza dalla potestà genitoriale”. La motivazione è legata alle “inevitabili ripercussioni negative sull’equilibrio fisiopsichico della prole e sulla serenità dell’ambiente familiare”. I giudici hanno esteso la sentenza “persino ai feti ancora nel grembo materno”, che sarebbero in grado di percepire ciò che avviene nell’ambiente esterno in cui si stanno sviluppando. Una posizione condivisa anche da Maddalena Cialdella, psicoterapeuta familiare e consulente del Tribunale, che ha così commentato la decisione dei giudici: “Stiamo parlando di situazioni di tensione molto forte, che si verificano in caso di separazioni difficili. I bimbi sono costretti a schierarsi con la madre o con il padre. Questo altera il rapporto con i genitori.” Nonostante la Cassazione sia d’accordo con la sentenza dell’appello, questa è stata annullata. I giudici di secondo grado, infatti, hanno scritto una “motivazione sommaria”, riprendendo le conclusioni del consulente tecnico, ma senza verificarle. Per questo, sarebbe necessario un nuovo processo, ma ormai il reato è caduto in prescrizione e risulta estinto.

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