La crisi di sovrapproduzione dell’industria mondiale dei macchinari agricoli e trattrici, combinata con la necessità delle poche grandi aziende agricole di sostenere la concorrenza internazionale dell’agro industria impongono una riforma, una rivoluzione, nell’assetto della proprietà della terra agricola indiana.

Se negli ultimi due anni il mercato di trattrici ed altri macchinari è sceso del 10%, questo non è avvenuto perché ci sia stato uno stallo della produzione agricola. Il motivo è che le aziende agricole di medie o grandi dimensioni, che dispongono del capitale utile per gli investimenti nella produzione, possono continuare a farlo solo nella misura che si proceda verso una decisa concentrazione della proprietà delle terre. Dunque, i margini di crescita della produzione agricola e dunque di maggiore competitività di contro al mercato internazionale, richiedono la trasformazione forzosa dell’universo dalla piccola proprietà contadina in evolute aziende agricole “cooperative” capitalistiche di medie o di più grandi dimensioni. E solo attraverso questa precondizione che l’industria italiana e mondiale dei macchini agricoli potrà ritrovare una ripresa della domanda di mercato ed uscire da una prospettiva di crescenti perdite nel volume dei profitti derivanti dalla sovrapproduzione dei macchinari agricoli, rapportata alla struttura dell’economia agricola indiana e mondiale.

Per capire quanto il mercato indiano della terra, e dunque la riforma/abolizione del sistema “mandis” a favore della liberalizzazione proposta dal governo Modi, sia legata alla crisi di valorizzazione complessiva del capitale, alla crisi di sovrapproduzione ed alla caduta tendenziale del saggio di profitto, basta fare riferimento alla capacità di assorbimento del mercato interno italiano della produzione dei macchinari agricoli, il cui calo non è solo in India ma anche nella evoluta Europa ed Italia. Per esempio, FederUnacoma registra che l’Italia per il 2019 si ferma a 18579 unità, mentre la vendita delle macchine usate è volata a 39800 unità. Sul rapporto si legge “i mezzi nuovi di fabbrica crescono nell’anno dello 0,7% a fronte di un incremento per quelli d’occasione del 5,3%. Il calo dei redditi agricoli (diminuiti nel 2019 del 2,6%) riduce la capacità d’investimento delle imprese, alimentando un mercato di ripiego che peggiora la qualità e l’impatto ambientale delle lavorazioni agricole”.

E’ in questo contesto che si inserisce la riforma del governo Modi di totale liberalizzazione del mercato agricolo, dove di fianco al sistema “mandis” (che oltretutto tutela attraverso il suo sistema di scorte la popolazione delle città dall’improvviso aumento dei prezzi in caso di una stagione di siccità e di medio raccolto), si inserirà in maniera prevalente il sistema privato delle grandi catene internazionali della distribuzione e dei gruppi finanziari interni della mercato dell’agro business. All’immediato questo nuovo circuito potrà proporre prezzi più vantaggiosi per il piccolo contadino indiano, che già oggi per giorni è chino sul suo pezzetto di terra mentre in altri giorni lavora come bracciante agricolo nelle aziende agricole più grandi. Ma non appena questo sistema di circolazione e distribuzione avrà preso il sopravvento, a fronte di una annata andata a male o di un aumento della produzione che comporterà una oscillazione dei prezzi, sia la città che la campagna verranno affamati e strozzati dal debito. Lo scambio prodotto della terra futuro in equivalenti di sementi o fertilizzanti comporterà un sicuro peggioramento dell’indebitamento dei piccoli contadini indiani, che sempre più saranno costretti, per ripagare il debito, ad aumentare il loro lavoro bracciantile trascurando il proprio piccolo appezzamento che andrà velocemente in rovina. Insomma, è un processo di liberalizzazione del mercato dei prodotti agricoli funzionale al processo di spopolamento e di spoliazione – violenta e per mezzo dell’indebitamento – della terra a vantaggio del grande capitale agricolo locale, dell’industria dell’agrobusiness internazionale e di quella industriale del mercato delle trattrici e dei macchinari agricoli.

Come tutte le “rivoluzioni” borghesi del passato, queste si sono imposte attraverso la distruzione della vecchia economia agricola, l’esproprio, la riduzione alla fame nelle campagne e conseguentemente delle città. Questo è quanto prospetta la riforma Modi.

Non è un caso che la lotta dei contadini contro la riforma è più forte proprio nella zona del Punjab, dove i livelli medi di sviluppo in senso industriale dell’agricoltura sono maggiori che nel resto del paese, e, come contro altare, il processo di polarizzazione sociale nelle campagne è maggiormente visibile e dove il vecchio patto del gandhismo con le classi contadine si sta frantumando, così come la strisciante concentrazione della proprietà delle terre è in marcia.

Questo non è un processo dell’oggi, ma segue un graduale percorso di polarizzazione sociale all’interno delle relazioni capitalistiche della agricoltura indiana. Nel 1970 la dimensione media del possedimento contadino era di 5,63 acri, per poi diventare dieci anni dopo di 4,55 acri, fino agli attuali 1,57 acri attuali. Inoltre, dall’indipendenza ad oggi circa 50 milioni di acri di terra coltivabile (il 6% del totale della terra coltivabile) è stato sottratto ai contadini e riconvertito per usi non agricoli (costruzioni di infrastrutture, dighe, ecc. – vedi l’opera di spopolamento delle campagne per la rapina dell’oro blu, dell’acqua). Già oggi si stima che per gli effetti degli espropri forzosi c’è una popolazione di 60 milioni di contadini senza terra alcuna, andando a costituire forza lavoro proletaria bracciantile delle campagne.

Anche il 2018 ed il 2019 sono stati caratterizzati da scioperi dei contadini, piccoli proprietari e contadini senza terra, che richiedevano un ritocco dei prezzi minimi adeguati al costo della vita e dell’inflazione e dei tassi di interesse, la protezione delle famiglie a fronte di siccità ed altre calamità naturali e soprattutto contro l’acquisizione delle terre destinate a grandi progetti industriali svendute dallo Stato a grandi aziende soprattutto straniere. Le principali terre espropriate e svendute sono state le cosiddette “terre in comune”, principalmente utilizzate dai contadini senza terra e da quelli più poveri, denominate “common property resources” (CPRs). Le CPRs costituiscono circa l’11% del terreno agricolo, ma gli ultimi censimenti dello Stato Indiano ne hanno riconosciuto formalmente solo lo 0,4% come proprietà inalienabile dei villaggi agricoli, quindi facilitando la privatizzazione senza alcun indennizzo per migliaia di villaggi e per milioni di contadini. L’esistenza delle common property resources proviene dall’epoca precedente alla dominazione coloniale britannica.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui