Lo stato che prevede una meccanizzazione più avanzata nella produzione agricola è il Punjab. E’ il piccolo stato situato nel nord ovest del subcontinente indiano, il cui territorio è di 50362 Km2 e di cui il 97% della superficie agreste è irrigata. Il Punjab è considerato il paniere dell’India ed è lo stato indiano che in media contribuisce in misura maggiore al PIL statale (il settore primario contribuisce del 24% al PIL dello stato, di contro al 16%-18% medio dell’intera India).

Il Punjab è lo stato indiano dove la struttura delle proprietà fondiaria ha caratteristiche leggermente più avanzate rispetto all’intero subcontinente indiano. Qui il 60% delle proprietà è composto da aziende di dimensioni maggiori dei 2 ettari ed inferiori ai 10 ettari.

Il Punjab offre anche uno sbocco importante per il mercato della produzione di trattrici ed altri macchinari agricoli per il complesso dell’industria mondiale dei macchinari agricoli. Secondo un censimento del 2009 il Punjab assorbiva circa l’8% dell’import delle trattrici e dei macchinari agricoli dell’intera India. La tabella qui di seguito deriva da un censimento eseguito dal governo del Punjab circa l’uso di trattrici, trebbiatrici e di altri macchinari agricoli al 2009.

Lo stato che prevede una meccanizzazione più avanzata nella produzione agricola è il Punjab. E’ il piccolo stato situato nel nord ovest del subcontinente indiano, il cui territorio è di 50362 Km2 e di cui il 97% della superficie agreste è irrigata. Il Punjab è considerato il paniere dell’India ed è lo stato indiano che in media contribuisce in misura maggiore al PIL statale (il settore primario contribuisce del 24% al PIL dello stato, di contro al 16%-18% medio dell’intera India).

Il Punjab è lo stato indiano dove la struttura delle proprietà fondiaria ha caratteristiche leggermente più avanzate rispetto all’intero subcontinente indiano. Qui il 60% delle proprietà è composto da aziende di dimensioni maggiori dei 2 ettari ed inferiori ai 10 ettari.

Il Punjab offre anche uno sbocco importante per il mercato della produzione di trattrici ed altri macchinari agricoli per il complesso dell’industria mondiale dei macchinari agricoli. Secondo un censimento del 2009 il Punjab assorbiva circa l’8% dell’import delle trattrici e dei macchinari agricoli dell’intera India. La tabella qui di seguito deriva da un censimento eseguito dal governo del Punjab circa l’uso di trattrici, trebbiatrici e di altri macchinari agricoli al 2009.


La tabella è ricavata da uno studio del 2009 da FICCI e Yes Bank sulla base dei dati censiti dalle autorità del Punjab. Possiamo concludere che nell’intera India, all’anno 2009 il volume delle trattrici potesse essere di circa 5 milioni.

Sempre FederUnacoma (Federazione Nazionale Costruttori Macchine Agricole) in uno studio del 2013 stima che il mercato indiano offriva alla produzione mondiale dei macchinari agricoli una domanda di trattrici pari a 450000 unità l’anno, volume che era superiore alla domanda cinese, di 3 volte superiore dell’intera domanda di mercato dell’EU, e 5 volte superiore alla domanda di mercato degli Stati Uniti. Di fatto nel 2012/2013 il mercato indiano era al primo posto sulla scala mondiale per lo sbocco della produzione di macchinari agricoli dell’industria mondiale.

Questo dato ci dice del livello di saturazione della domanda di macchinari agricoli dalle produzioni tecnologicamente più avanzate dell’Europa comunitaria e del Nord America già al 2013. Ma anche lo stesso raffronto tra il numero di trattrici in ammortamento al 2009 ed il numero di trattori venduti nel 2013 ci descrive anche una contrazione della domanda Indiana.

A leggere i report di FederUnacoma, l’India costituisce un target fondamentale della produzione mondiale di trattrici e macchinari per l’agricoltura intensiva (soprattutto di fronte allo sfumare delle possibilità di sbocco per le merci meccanizzate nel mercato iraniano, di nuovo stretto dall’embargo imposto dagli USA). Le analisi suggeriscono anche che la già attuale produzione agricola indiana, se dotata degli opportuni macchinari agricoli, potrebbe raddoppiare. È stato infatti rilevato che, ad esempio, il raccolto di riso potrebbe passare dalle attuali 2,9 alle 5,0 tonnellate per ettaro, quello di grano da 3,8 a 5,5, quello di civaie da 0,7 a 1,5 e quello di patate da 19,3 a 35. Quindi in teoria la produzione agricola indiana contiene una potenziale espansione. Eppure, nonostante che la maggior parte della produzione e degli ettari coltivati è basata su trazione animale, già nel 2006 Unocoma stabiliva che la produzione agricola dell’India copriva il fabbisogno alimentare del 17,6% della popolazione mondiale. In sostanza, nonostante il ritardo della produzione agricola nella meccanizzazione, nel 2006 l’India aveva raggiunto abbondantemente la autosufficienza alimentare consentendole anche di accantonare scorte utili per non subire danni o ripercussioni a fronte di una “annata sfortunata”.

Ma l’espansione del mercato indiano agricolo si è inceppata. Negli ultimi due anni c’è stata una ulteriore contrazione del 10% della domanda indiana per l’import delle trattrici ed altri macchinari rispetto al periodo 2013/2017. Il motivo della contrazione appare evidente, ed è legato con il limite strutturale della proprietà della terra indiana che non consente a quel 36% della terra agricola del Punjab composta da possedimenti di 2 ettari e di quel 60% sempre del Punjab composta da proprietà inferiori ai 5 ettari di accumulare il capitale finanziario per l’investimento in capitale tecnico fisso per la produzione. Il limite poi è ancor più evidente se dal Punjab si passa al resto del subcontinente indiano. E questo anche perché gran parte dei piccoli contadini che hanno investito nel capitale tecnico fisso si sono anche esposti ad un pericoloso e crescente indebitamento. Infatti, mentre il Punjab registra una struttura della proprietà fondiaria della terra più vicina ai caratteri di molte aziende agricole dei paesi capitalisti più avanzati, anche in questa regione la capacità di investimento per una continua innovazione del capitale fisso e tecnico rallenta mentre i contadini sono esposti verso le banche commerciali nazionali che di fatto hanno in garanzia il capitale fisso delle piccole aziende agricole.

L’attuale assetto di arretratezza della produzione agricola indiana, seppure virtuosamente autosufficiente, espone alla fame contadina e del proletariato delle città per effetto dell’azione duplice e combinata della concorrenza internazionale. La produzione agricola indiana, in termini di valori commerciali, rappresenta solo l’11% dell’export commerciale indiano ed rappresenta in termini di valore del PIL della produzione agricola mondiale solo il 2,5%. Questo significa che la produzione agricola indiana viene scambiata sul mercato mondiale delle merci agricole davvero ad un prezzo basso. Nonostante la produzione agricola indiana copra il 17,6% del fabbisogno mondiale, in termini di valori di ricavi e fatturato l’insieme dell’economia agricola indiana ne ricava solo un 2,5%. Come contraltare, il mercato interno soffre enormemente nelle grandi città indiane la penetrazione delle catene commerciali globali nel mercato dei fast food, dei supermarket store, ecc. che mettono in costante difficoltà la rete commerciale dei mercati di strada, inondando il mercato alimentare delle città indiane con prodotti dell’industria agroalimentare estera. Questo non ha consentito alle famiglie contadine di migliorare la propria condizione e di accumulare un certo reddito da rimettere in circolo sotto forma di capitali fissi nelle loro produzioni. Mentre la concorrenza internazionale sul mercato interno dei beni legati al cibo, spinge al ribasso dei prezzi, nonostante il sistema “mandis” protegga il ribasso eccessivo attraverso la fissazione di prezzi minimi dei prodotti.

In sostanza la penetrazione relativa della meccanizzazione nella agricoltura indiana non ha visto una crescita economica, bensì una graduale ed inesorabile lenta caduta, che diventa drammatica quando si entra nel merito, al di là delle medie generali, su una popolazione che coinvolge la metà della popolazione indiana.

A fronte della acuita concorrenza globale dell’agrobusiness, il sistema “mandis”, ossia il circuito dei magazzini di stato, intermediazione e commercio all’ingrosso, regolato dalla burocrazia statale, gruppi di grossi proprietari ed alcuni buyer commerciali, consente che la concorrenza sul mercato interno della produzione agroalimentare mondiale impedisca il ribasso dei prodotti indiani al di sotto di certe soglie prestabilite. In sostanza il sistema “mandis” protegge nelle annate di cattivi raccolti sia il contadino che il consumatore proletario della città attraverso le scorte accumulate durante le annate di raccolti buoni, ed evita le conseguenti speculazioni che le oscillazioni della produzione agricola espongono sia il piccolo produttore che il consumatore. Al tempo stesso il sistema “mandis” previene il giochetto di “occultare” parte del prodotto da parte dei medi e grandi produttori agricoli sia nelle annate buone che in quelle cattive per imporre un rialzo o un ribasso dei prezzi secondo la loro convenienza, essendo annualmente le eccedenze della produzione già concentrate nei magazzini dello Stato e vendute già ad un prezzo prestabilito.

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