Veniamo all’India d’oggi 

   Questo immenso paese, partendo dalla liberazione dalla dominazione coloniale dell’Inghilterra, ha dovuto fare di necessità virtù per rincorrere un’accumulazione primitiva autoctona e inserirsi nel processo di accumulazione dell’insieme del modo di produzione capitalistico, ma è arrivato al dunque, cioè a impattare con quelle leggi che lo obbligano a misure drastiche nei confronti dei contadini e avviare una radicale ristrutturazione dell’agricoltura.     Nella scheda analitica che segue, redatta da Alessio Galluppi di Noi non abbiamo patria, cerchiamo di mettere a fuoco quali drammatiche conseguenze si preparano per milioni di contadini e operai indiani e quali riflessi si produrranno sul mercato mondiale dell’agroalimentare sia nei confronti del mercato cinese, che comincia ad accusare qualche battuta d’arresto, che del mercato nordamericano dove si addensano nubi nere all’orizzonte. 


Scheda Analistica sull’India (di noi non abbiamo patria)
premessa

L’india ha una popolazione di più di 1 miliardo e 300 milioni di persone, di cui circa il 52% è di età inferiore ai 30 anni, e la popolazione di età al di sotto dei 15 anni è circa il 26% del totale. Viceversa, la popolazione con più di 60 anni è tra il 9% ed il 10%, indicando una aspettativa media di vita bassa.

Almeno la metà della popolazione Indiana vive nelle campagne ed è occupata nel settore primario (agricoltura, allevamento, legname, pesca), quindi parliamo di circa 650 milioni di persone. Alla popolazione che direttamente vive per le attività legate alla economia primaria, deve essere aggiunta tutta quella parte di popolazione indiana che vive per attività collegate alla produzione agricola, di allevamento e pesca, come lo stoccaggio, logistica, intermediazione commerciale e distribuzione, che arriva ad essere più dei due terzi della popolazione complessiva. Quindi per legame diretto ed indiretto sono circa 900 milioni il volume della popolazione indiana che deve al lavoro dei campi e alla pesca il proprio sostentamento ed il proprio reddito.

Gli analfabeti sono circa il 25% della popolazione.

Detto questo, il PIL legato al settore primario dell’economia indiana ammonta tra il 16% ed il 18% del PIL nazionale.

Il PIL legato al settore primario ed in special modo alla produzione agricola è ancora suscettibile alle stagioni dei monsoni che possono determinare ancora oggi stagioni di siccità e stagioni di rigogliosa produzione agricola. Una delle principali conseguenze della dominazione colonia britannica fu proprio smantellare il ministero dei lavori pubblici che aveva come scopo principale la manutenzione a spese dello stato di imponenti opere di canali di irrigazione, ecc.

Karl Marx nell’articolo “i risultati futuri del dominio britannico in India” del 1853 scrive: “gli inglesi nell’India orientale hanno accettato dai loro predecessori il dipartimento delle finanze e della guerra, ma hanno trascurato completamente quello dei lavori pubblici. Da qui il deterioramento di un’agricoltura che non può essere condotta secondo il principio britannico della libera concorrenza, del laissez-faire e del laissez-aller”.

Negli ultimi 30 anni e soprattutto dagli anni ’90 una seconda manomissione imperialista ha agito nel riportare indietro lo sviluppo della agricoltura Indiana attraverso la rapina dell’oro blu, l’acqua, attraverso l’opera di costruzioni di migliaia di dighe (un progetto di 3200 dighe) lungo il corso del fiume Narmada (lungo 1300 Km che corre da est fino al mar arabico), provocando la scomparsa di migliaia di villaggi agricoli, lo spostamento dei corsi d’acqua, l’inondazione di interi villaggi ed aree agricole, mentre altre finivano per essere prive di una struttura di irrigazione ed il tutto per fornire l’oro blu ai colossi occidentali dell’agro business produttori di bibite gassate, succhi di frutta ecc., primi fra tutti Pepsi e Coca Cola. Opera inoltre di stravolgimento dell’ecosistema idrico naturale, delle foreste e degli altipiani indiani. A questo si è affiancato il più recente sviluppo dell’industria mineraria dei metalli rari (cadmio, litio, vanadio, tungsteno, ecc. determinanti per l’industria tecnologica high tech e per la cosiddetta green economy). Questo tipo di attività mineraria già nell’estrazione dei metalli rari ha un enorme impatto ambientale e per la salute umana, perché la quantità notevole di roccia contenente metalli pesanti e con carica atomica è notevole e che viene rilasciata nell’ambiente e generalmente nei corsi d’acqua. Anche per questo tipo di industria mineraria i corsi d’acqua vengono deviati e convogliati nei sistemi di ulteriore separazione e setaccio del metallo raro dal blocco di roccia, le cui scorie vengono poi scaricate nel sistema idrico degli impianti.

E’ notizia dell’8 dicembre 2020 la comunicazione ufficiale delle autorità sanitarie della zona dell’Andhra Pradesh del diffondersi di una malattia mortale – che si aggiunge a quella della pandemia da Sars-Cov-2 – causata da un avvelenamento massiccio del sangue da parte di metalli quali piombo e nichel.

Sono circa 130 milioni le imprese agricole private registrate ufficialmente. Circa l’83% di queste aziende agricole sono di meno di 2 ettari, nel dettaglio le piccole proprietà non superiore ad 1 ettaro sono il 64,77% del terreno agricolo complessivo, il 18.5% non è superiore ai 2 ettari, mentre solo lo 0,85% delle proprietà agricole è costituito da grandi aziende con più di 10 ettari, per un totale di più di 158 milioni di ettari. Questo 83% possiede intorno al 36% della terra coltivata, mentre le restanti aziende agricole di dimensione intorno ai 5 ettari possiede circa il 60% della terra agricola.

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