Vaccinazioni contro il  colera a Napoli
Vaccinazioni contro il colera a Napoli
Vaccinazioni di bambini contro il colera
Vaccinazioni di bambini contro il colera

Napoli e il colera: una storia quasi millenaria, che ha attraversato questa città e la provincia con cadenza quasi puntuale, specialmente perché nel passato questa malattia non aveva nessuna medicina per essere combattuta, ma solo la profilassi. Anche il santo Medico Giuseppe Moscati ebbe a che fare con questo flagello, ma nell’epoca moderna la storia di Napoli ricorderà per sempre anche per la rapidità dell’intervento sanitario che non è usuale nel Sud d’Italia.

Il colera nel 1973 venne introdotto in seguito ad una partita di cozze dalla Tunisia o residuo dell’epidemia dell’anno precedente nel porto di Odessa, il colera del ’73 resta un regalo nero del mare. Infatti la prima ad infettarsi era stata la moglie di un marinaio il 24 agosto del 1973 dal Vicolo di san Giuseppe alle Paludi, del paese di Torre Annunziata a Napoli, alle pendici di quel Vesuvio che aveva visto nel passato la morte di un grande della letteratura italiana per colera sempre nel’Ottocento: Giacomo Leopardi. Non era quindi inusuale avere a che fare con questa malattia in queste zone. Si registrarono due casi di gastroenterite acuta all’Ospedale Cotugno di Torre Annunziata il 24 agosto al pronto soccorso, ma poi dopo una serie di analisi si scopri il vibrione del colera che già aveva fatto le prime due vittime. “O culera” come viene chiamato in lingua partenopea stava già facendo danni, ed allora il coraggio di medici e operatori sanitari in quel frangente divenne decisivo: oltre ad allertare il Ministero della sanità per l’invio urgente di vaccini anti colera, ci fu l’esempio di tanti medici che capirono il pericolo. Per esempio Antonella Molese testimonia dell’atto di eroismo del professore Brancaccio che “fu autore di un piccolo atto di eroismo”. Infatti chiamo il medico Virginio Molese, direttore dell’ospedale del Maresca dicendogli “che guarda che è colera. Verificarono ancora su un vetrino e poi scelsero la strada più corretta dal punto di vista della salute pubblica: fecero le notifiche e fu allestito il cordone sanitario. La gente non doveva uscire dal paese.”

Altre testimonianze erano queste: Bruno Vittorio, 71 anni, 31 nel ’73, padre di quattro figli, finì al Cotugno per 20 giorni tra la fine di agosto e l’inizio di settembre: “Mi diagnosticarono una forma non grave. Avevo chiamato il medico curante per dei forti mal di pancia, ma non avevo mangiato cozze. Mi misero in una stanzetta con altre persone, passavo il tempo a leggere, mi davano da mangiare in bianco”. C’era il cordone sanitario, ma Vittorio racconta di aver visto i familiari sulla porta della sua stanza dopo sette giorni di ricovero. “Uno dei primi casi capitò a me: ci chiamò il parroco  –  ricorda un vigile urbano di Torre del Greco  –  una donna che in paese chiamavano “la Biagini” perché era bionda come un’attrice dell’epoca. La donna si era chiusa in bagno e non usciva più. Facemmo venire l’ambulanza”.

In quei giorni si capi il valore della prevenzione, come spiegò il professore virologo Giulio Tarro, in quei giorni in prima linea, tanto che certi abitudini vennero adottate dai napoletani come per esempio l’uso del limone, che talmente ce ne fu un consumo spaventoso che non se ne trovarono quasi più perché i prezzi di questo agrume arrivarono alle stelle. Ma in realtà era la condizione di Napoli e dell’hinterland ad essere sotto accusa, con un sistema fognario vecchio da secoli e con uno sviluppo caotico della città che era insostenibile. L’economia di quei giorni venne messa in ginocchio, con tutte le attività commerciali che vennero chiuse per via della trasmissione del colera che arrivò sino in Puglia. La regione Campania fece quindi un opera di vaccinazione su larga scala tra la popolazione tanto che in sette giorni ci furono un milione di vaccinati: un vero record sanitario. Alla fine su 277 casi accertai ufficialmente di colera si ebbero 24 morti in Campania e 9 in Puglia . Il prof. Tarro disse alla fine dell’emergenza: ”Quell’esperienza fu superata ora le emergenze sono altre e per affrontarle ci vorrebbe lo stesso impegno. Penso all’inquinamento che è causa dei tumori”.

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