L’ELOGIO DELLA CULTURA IN UNA POLEMICA DI RIFLESSIONE DI VITRUVIO: CONVERSAZIONE DEL PROF. ARTURO DE VIVO DELLA FEDERICO II DI NAPOLI

Prof. Arturo De Vivo, della Federico II di Napoli
Prof. Arturo De Vivo, della Federico II di Napoli

Il prof. Arturo de Vivo, nell’ambito della manifestazione della premiazione dei partecipanti al XII Certamen Vitruvianum svoltosi a Formia dal 9 all’11 aprile,  ha deliziato i presenti su un argomento che riguardava proprio Vitruvio, ossia la prefazione del libro nono del suo De Architectura.

Il docente universitario, quando ha introdotto l’argomento riguardante il celebre architetto che ha avuto i suoi natali a Formia, ha raccontato l’episodio di un suo collega fisico che gli ha prestato appunto una edizione a stampa di questo testo, e lui aveva sperato che fosse addirittura la Princeps, perché le prime edizioni a stampa, senza data, risalgono al 1486/1487, e l’importanza di queste edizioni è basilare perché le prime edizioni a stampa in incunaboli risalgono al 1450. Esaminando questo testo, senza frontespizio –  una caratteristica comune delle edizioni vitruviane – aveva scoperto che l’edizione in questione è stata stampata dallo stampatore editore Daniele Barbaro di Venezia nel 1556. Un testo pieno di immagini, come tutte le edizioni del libro di Vitruvio, ed era tentato di portarlo per farlo vedere ai ragazzi, ma quando una copia di questa edizione è stata battuta all’asta da Sotheby’s per il valore di 480.000 euro, allora si capisce il valore di questa edizione del Cinquecento.

Il testo De Architectura è stato dedicato ad Augusto, ma è un autore che si è formato nell’epoca di Cicerone e i critici sono d’accordo che la datazione va fatta risalire tra il 30 ed il 20 a. C. ( taluni dicono tra il 27 ed il 23 a. C.). La caratteristica di questo testo, composto di 10 libri, ogni libro ha una prefazione, ma queste prefazioni possono essere considerati come delle postfazioni, cioè l’ultima parte del che Vitruvio ha aggiunto ed è anche la parte in cui in una certa misura Vitruvio vuole dimostrare che in fondo anche un tecnico come lui ha una sua  formazione culturale della massima considerazione.

Un autore come Vitruvio si presta molto ad una lettura in chiave di contemporaneità. E la conversazione tenuta dal professore verte sull’argomento della prefazione al libro nono che è una prefazione polemica , uno dei testi più complessi, anche perché Vitruvio divide i 10 libri in questo modo: i primi sette sull’architettura e sugli edifici, e i restanti tre di tema più vario. Il nono libro parla degli orologi, prendendo come punto di riferimento lo gnumone, cioè l’asta che può essere anche un obelisco che nella meridiana  che con l’ombra segna l’orario solare.

La prefazione prende lo spunto dalla circostanza che Vitruvio giudica negativamente il fatto che coloro che hanno grandi risultanti nello sport sono di fatto onorati anche da un punto di vista economico in una maniera assolutamente inadeguata, cioè ritiene che anche per i nobili atleti che hanno vinto delle gare olimpiche, pitiche, istmiche, nemee, ci sia una sopravvalutazione, in fondo uno sportivo non ha nessun merito particolare, e la posizione di Vitruvio si giustifica anche in una chiave di polemica nei riguardi della cultura greca, dove c’è il concetto dell’atletismo, anche se in fondo i premi che avevano erano premi intellettuali. Evidentemente Vitruvio considera quelli che erano sati gli onori tributati per esempio ai gladiatori che erano addirittura portati in trionfo e molto gratificati economicamente. Questo atteggiamento si può misurare anche ai giorni occhi per quanto riguarda le performance sportive, e quindi di nuovo il concetto di contemporaneità.

Ovviamente Vitruvio non si ferma a questo, ma osserva che a suo avviso onori e premi dovevano invece essere tributati agli scriptores. Questi sono gli intellettuali, perché lo stesso Vitruvio appartiene ad un mondo antico nel quale la cultura non è più orale, ma scritta, per cui scriptor per lui equivale ad auctor, a sapiens, per cui questi sono gli intellettuali. Vitruvio osservava che mentre un atleta non porta alcun vantaggio al genere umano, gli insegnamenti dei sapienti sono la molla per il vivere civile. Ma lui li sceglie questi saggi e i relativi insegnamenti come il Platone non filosofo ma matematico che spiega il modo di raddoppiare la superficie de quadrato, gli insegnamenti di Pitagora con i suoi teoremi, gli insegnamenti di un autore come il siracusano Archimede con i suoi aneddoti come quello della vasca da bagno riesce ad intuire il principio del volume e della densità dei corpi, così come gli insegnamenti di Archita di Taranto ed Erastotene di Cirene. Chi sono questi intellettuali? Sono degli scienziati. Il metro di valutazione di questi scienziati è quello di aver contribuito al vivere civile e anche alla fondazione delle leggi su cui si regge una società. Vitruvio va avanti nella sua polemica e torna al confronto con gli atleti e osserva che non c’è proporzione, non c’è confronto tra quello che hanno significato uomini come Platone, Archimede, Pitagora e coloro che trionfano nelle gare sportive, le teorie degli uomini di scienza sono la molla e il fondamento del vivere civile, della comunità politica. Che cosa avviene se questo tributo è riconosciuto che non di fatto comunque l’eccellenza dovrà riconoscere il valore di questi intellettuali e fa una sorta di esempi, e questa volta sceglie i poeti. Certamente un poeta come Accio, un poeta come Ennio, e sostiene Vitruvio che quanto ci si trova di fronte ad una statua di Ennio in qualche modo ci si trova a colloquiare con il poeta. Andando avanti Vitruvio sostiene che il vantaggio delle generazioni future è quello di poter continuare a dialogare con gli scriptores, perché l’intellettuale ha questo privilegio, può essere chiamato a dare testimonianza di se, perché ha lasciato degli scritti e le generazioni future potranno parlare della natura con Lucrezio, della retorica con Cicerone, della lingua latina con Varrone, di filosofia con i filosofi greci. Vitruvio enl suo discorso dice che gli scriptores sono di fatto auctores, perché cita Aristotele, perché Aristotele discutendo di organizzazione retorica del discorso dice che quando un oratore ha bisogno di dimostrare la verità della sua tesi, chiama dei testimoni che portano argomenti a suo sostegno, ma i testimoni però possono essere  presenti in carne ed ossa o assenti appunto gli auctores, perché a dimostrazione della veridicità della mia tesi si possono citare gli antichi e si cita Aristotele, si cita Omero che è la summa, che è l’auctor per eccellenza. Il discorso di Vitruvio riproduce  questa concezione aristotelica per cui sulla scarsa cultura di Vitruvio bisogna riflettere prima di dare delle affermazioni, cioè il discorso e l’argomento che ha scelto, il destinatario della sua opera e capire poi la difficoltà che ha avuto nello scrivere su questo argomento . Il pensiero di un’autorità maggiore di quella dei contemporanei e quindi alla fine della prefazione si rivolge ad Augusto, al quale si rivolge riassumendo quello che ha scritto e a quello che sta per scrivere con questa espressione: his auctoribus fretus, elencando i matematici, i poeti, Cicerone, Varrone. Lui dice che fidandosi dell’ autorità di questi scrittori ha scritto i libri composti fino al quel momento, e su questa base si accinge a discutere anche sull’argomento del presente libro, appunto il nono.

Noi apparteniamo ad un mondo ne quale ci si diverte molto a discutere delle due culture, la cultura scientifica e la cultura  umanistica, ma ecco che riduciamo opportunamente la distanza degli antichi, perché questa è un’invenzione culturale dei moderni, perché per gli antichi esiste una sola cultura, in cui ci sono i m,atematici e poeti sullo steso piano, ed un architetto – ingegnere che ha servito nell’esercito come Vitruvio quando scrive invoca per la sua formazione gli scienziati, i matematici e i fisici, ma anche i poeti, anche un maestro di oratoria come Cicerone, allora comprendiamo che cosa intende Vitruvio quando parla di questi autori. Lui che sta compiendo un’opera tecnica ha una formazione nella quale a pari titolo entrano gli scienziati ed i poeti, senza alcuna distinzione Vitruvio si sta rivolgendo ad Augusto. Sui matematici non ci sono problemi perché erano lontani nel tempo, però siamo intorno al 27 a. C., è l’anno della Res Publica restaurata, che era stata fatta precedere dallo stesso Augusto da un processione di pacificazione, in cui sfilavano le statue di tutti, c’era anche la statua di Gneo Pompeo, ma non c’era quella di cesare. Ricordare ad Augusto che tra gli oratori c’era anche Cicerone non era facilissimo, perché lo stesso oratore era stata la vittima dell’accordo del secondo triumvirato e la fine di Cicerone l’aveva sottoscritta anche Augusto. Ricordare Lucrezio, che subisce da parte dello stesso una vera e propria censura, il testo di Lucrezio è un testo scomodo che a Mecenate dava fastidio. Mecenate era il ministro saggio e tollerante della cultura di Augusto, e quando poi Augusto ha curato in prima persona i rapporti con gli intellettuali ha imposto ben altri filtri.

Allora questo architetto con grande naturalezza ricorda al principe, che è ormai diventato il padrone della politica a Roma, che nella sua formazione un posto di assoluto rilievo per ragionare sulla natura, l’abbia l’epicureo e materialista Lucrezio, per cui diventa una testimonianza di grande autonomia intellettuale di chi rivendica giustamente l’unità della cultura e la libertà dei suoi valori.

Si allega il testo latino della prefazione del libro nono De Architectura di Augusto

1 Praefatio

 

[1] Nobilibus athletis, qui Olympia, Isthmia, Nemea vicissent,

Graecorum maiores ita magnos honores constituerunt,

uti non modo in conventu stantes cum palma

et corona ferant laudes, sed etiam, cum revertantur in

suas civitates cum victoria, triumphantes quadrigis in

moenia et in patrias invehantur e reque publica perpetua

vita constitutis vetigalibus fruantur. Cum ergo id

animadvertam, admiror, quid ita non scriptoribus eidem

honores etiamque maiores sint tributi, qui infinitas

utilitates aevo perpetuo omnibus gentibus praestant. Id

enim magis erat institui dignum, quod athletae sua corpora

exercitationibus efficiunt fortiora, scriptores non

solum suos sensus, sed etiam omnium, <cum> libris ad

discendum et animos exacuendos praeparant praecepta.

[2] Quid enim Milo Crotoniates, quod fuit invictus, prodest

hominibus aut ceteri, qui eo genere fuerunt victores,

nisi quod, dum vixerunt ipsi, inter suos cives habuerunt

nobilitatem. Pythagorae vero praecepta, Democriti,

Platonis, Aristotelis ceterorumque sapientium

cotidiana perpetuis industriis culta non solum suis civibus,

sed etiam omnibus gentibus recentes et floridos

edunt fructus. E quibus qui a teneris aetatibus doctrinarum

abundantia satiantur, optimos habent sapientae

sensus, instituunt civitatibus humanitatis mores, aequa

iura, leges, quibus absentibus nulla potest esse civitas

incolumis.

[3] Cum ergo tanta munera ab scriptorum

prudentia privatim publiceque fuerint hominibus praeparata,

non solum arbitror palmas et coronas his tribui

oportere, sed etiam decerni triumphos et inter deorum

sedes eos dedicando iudicari.

Eorum autem cogitata utiliter hominibus ad vitam explicandam

e pluribus singula paucorum uti exempla

ponam, quae recognoscentes necessario his tribui honores

oportere homines confitebuntur.

[4] Et primum Platonis e multis ratiocinationibus utilissimis unam,

quemadmodum ab eo explicata sit, ponam. Locus aut

ager paribus lateribus si erit quadratus eumque oportuerit

duplicare, quod opus fuerit genere numeri, quod

multiplicationibus non invenitur, eo descriptionibus linearum

emendatis reperitur. Est autem eius rei haec

demonstratio. Quadratus locus, qui erit longus et latus

pedes denos, efficit areae pedes C. Si ergo opus

fuerit eum duplicare, pedum CC, item e paribus lateribus

facere, quaerendum erit, quam magnum latus eius

quadrati fiat, ut ex eo CC pedes duplicationibus areae

respondeant. Id autem numero nemo potest invenire.

Namque si XIIII constituentur, erunt multiplicati pedes

CXCVI, si XV, pedes CCXXV.

[5] Ergo quoniam id non explicatur numero, in eo quadrato,

longo et lato pedes X quod fuerit, linea ab angulo

ad angulum diagonios perducatur, uti dividantur

duo trigona aequa magnitudine, singula area pedum

quinquagenûm, ad eiusque lineae diagonalis longitudinem

locus quadratus paribus lateribus describatur. Ita

quam magna duo trigona in minores quadrato quinquagenûm

pedum linea diagonio fuerint designata, eadem

magnitudine et eodem pedum numero quttuor in maiore

erunt effecta. Hac ratione duplicatio grammicis rationibus

ab Platone, uti schema subscriptum est, explicata

est in ima pagina.

[6] Item Pythagoras normam sine artificis fabricationibus

inventam ostendit, et quam magno labore fabri

normam facientes vix ad verum perducere possunt, id

rationibus et methodis emendatum ex eius praeceptis

explicatur. Namque si sumantur regulae tres, e quibus

una sit pedes III, altera pedes IIII, tertia pedes V, eaeque

regulae inter se compositae tangant alia aliam suis

cacuminibus extremis schema habentes trigoni, deformabunt

normam emendatam. Ad eas autem regularum

singularum longitudines si singula quadrata paribus lateribus

describantur, cum erit trium latus, areae habebit

pedes VIIII, quod IIII, XVI quod V erit, XXV.

[7] Ita quantum areae pedum numerum duo quadrata

ex tribus pedibus longitudinis laterum et quattuor efficiunt,

aeque tantum numerum reddidit unum ex quinque

descriptum. Id Pythagoras cum invenisset, non dubitans

a Musis se in ea inventione monitum, maximas

gratias agens hostias dicitur his immolavisse. Ea autem

ratio, quemadmodum in multis rebus et mensuris est

utilis, etiam in aedificiis scalarum aedificationibus, uti

temperatas habeant graduum librationis, est expedita.

[8] Si enim altitudo contignationis ab summa coaxatione

ad imum libramentum divisa fuerit in partes tres,

erit earum quinque in scalis scaporum iusta longitudine

inclinatio. Quam magnae fuerint inter contignationem

et imum libramentum altitudinis partes tres, quattuor

a perpendiculo recedant et ibi conlocentur inferiores

calces scaporum. Ita sic erunt temperatae; et gra-

duum ipsarum scalarum erunt conlocationes. Item eius

rei erit subscripta forma.

[9] Archimedis vero cum multa miranda inventa et varia

fuerint, ex omnibus etiam infinita sollertia id, quod

exponam, videtur esse expressum. Nimium Hiero enim

Syracusis auctus regia potestate, rebus bene gestis cum

auream coronam votivam diis inmortalibus in quodam

fano constituisset ponendam, manupretio locavit faciendam

et aurum ad sacomam adpendit redemptori.

Is ad tempus opus manu factum subtiliter regi adprobavit

et ad sacomam pondus coronae visus est praestitisse.

[10] Posteaquam indicium est factum dempto

auro tantundem argenti in id coronarium opus admixtum

esse, indignatus Hiero se contemptum esse neque

inveniens, qua ratione id furtum reprehenderet, rogavit

Archimeden, uti in se sumeret sibi de eo cogitationem.

Tunc is, cum haberet eius rei curam, casu venit in balineum,

ibique cum in solium descenderet, animadvertit,

quantum corporis sui in eo insideret, tantum aquae extra

solium effluere. Itaque cum eius rei rationem explicationis

ostendisset, non est moratus, sed exiluit gaudio

motus de solio et nudus vadens domum verius significabat

clara voce invenisse, quod quaereret; nam currens

identidem graece clamabat:

[11] Tum vero ex eo inventionis ingressu duas fecisse

dicitur massas aequo pondere, quo etiam fuerat corona,

unam ex auro et alteram ex argento. Cum ita fecisset,

vas amplum ad summa labra implevit aquae, in quo dimisit

argenteam massam. Cuius quanta magnitudo in

vasum depressa est, tantum aquae effluxit. Ita exempta

massa quanto minus factum fuerat, refudit sextario

mensus, ut eodem modo, quo prius fuerat, ad labra aequaretur.

Ita ex eo invenit, quantum ad certum pondus

argenti ad certam aquae mensuram responderet.

[12] Cum id expertus esset, tum auream massam similiter

pleno vaso demisit et ea exempta, eadem ratione

mensura addita invenit ex aquae numero non tantum

esse: minore quanto minus magno corpore eodem pondere

auri massa esset quam argenti. Postea vero repleto

vaso in eadem aqua ipsa corona demissa invenit plus

aquae defluxisse in coronam quam in auream eodem

pondere massam, et ita ex eo, quod fuerit plus aquae in

corona quam in massa, ratiocinatus reprehendit argenti

in auro mittionem et manifestum furtum redemptoris.

[13] Transferatur mens ad Archytae Tarentini et Eratosthenis

Cyrenaei cogitata; hi enim multa et grata a

mathematicis rebus hominibus invenerunt. Itaque cum

in ceteris inventionibus fuerint grati, in eius rei concitationibus

maxime sunt suspecti. Alius enim alia ratione

explicaverunt, quod Delo imperaverat responsis

Apollo, uti arae eius, quantum haberent pedum quadratorum,

id duplicarentur, et ita fore uti, qui essent in

ea insula, tunc religione liberarentur.

[14] Itaque Archytas cylindrorum descriptionibus, Eratosthenes

organica mesolabi ratione idem explicaverunt.

Cum haec sint tam magnis doctrinarum incunditatibus

animadversa et cogamur naturaliter inventionibus

singularum rerum considerantes effectus moveri,

multas res attendens admiror etiam Democriti de rerum

natura volumina et eius commentarium, quo scribitur

cheirotometon; in quo etiam utebatur anulo signaturam

optice est expertus.

[15] Ergo eorum virorum cogitata non solum ad montes

corrigendos, sed etiam ad omnium utilitatem perpetuo

sunt praeparata, athletarum autem nobilitates brevi

spatio cum suis corporibus senescunt; [itaque neque

cum maxime sunt] florentes neque posteritati hi, quemadmodum

sapientium cogitata hominum vitae, prodesse

possunt.

[16] Cum vero neque moribus neque institutis scriptorum

praestantibus tribuantur honores, ipsae autem per

se mentes aeris altiora prospicientes memoriarum gradibus

ad caelum elatae aevo inmortali non modo sententias

sed etiam figuras eorum posteris cogunt esse

notas. Itaque, qui litterarum iucunditatibus instinctas

habent mentes, non possunt non in suis pectoribus dedicatum

habere, sicuti deorum, sic Enni poetae simulacrum;

Acci autem carminibus qui studios delectantur,

non modo verborum virtutes sed etiam figuram eius videntur

secum habere praesentem esse.

[17] Item plures post nostram memoriam nascentes

cum Lucretio videbuntur velut coram de rerum naturam

disputare, de arte vero rhetorica cum Cicerone,

multi posterorum cum Varrone conferent sermonem

de lingua latina, non minus etiam plures philologi

cum Graecorum sapientibus multa deliberantes secretos

cum his videbuntur habere sermones, et ad summam

sapientium scriptorum sententiae corporibus absentibus

vetustate florentes cum insunt inter consilia et

disputationes, maiores habent, quam praesentium sunt,

auctoritates omnes.

[18] Itaque, Caesar, his auctoribus fretus sensibus eorum

adhibitis et consiliis ea volumina conscripsi, et

prioribus septem de aedificiis, octavo de aquis, in hoc

de gnomonicis rationibus, quemadmodum de radiis solis

in mundo sunt per umbras gnomonis inventae quibusque

rationibus dilantentur aut contrahantur, explicabo.

Articoli Correlati

- No Comments on this Post -

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *