Le tute blu sporcano…. a Monfalcone

Operai

Veramente sono sporche le tute blu, addirittura contagiose? Se lo stanno chiedendo a Monfalcone che ha sollevato il problema dei lavoratori dei cantieri navali che vanno in piazza con i pantaloni e la giacca ancora addosso,  entrano nei bar, prendono i mezzi pubblici. Poco importa se quegli indumenti, come mette in risalto La Repubblica, sono un simbolo storico del lavoro, della fatica degli operai, dell’orgoglio per decine di grandi navi costruite. E non solo, riportano alla mente i tanti casi di morti a causa dell’amianto che hanno colpito parecchi lavoratori del cantiere e le loro famiglie. A capeggiare il movimento del malcontento ci sarebbero dei commercianti guidati da una barista promotrice di una lista civica di centrodestra. In un documento a proposito del rilancio della città avrebbero fatto notare che “in giro per il centro e sui mezzi pubblici ci sono troppe tute blu sporche al termine dei turni di lavoro”. Lo stesso punto di vista avrebbero espresso in occasione di interviste televisive. Le loro preoccupazioni sarebbero di tipo igienico-sanitario:  “Sappiamo cosa è accaduto in passato per le tute intrise di amianto, non sappiamo nulla sugli impatti dei nuovi materiali impiegati nelle produzioni”, avrebbero precisato gli interessati, secondo quanto riporta il quotidiano romano. Secondo altri però dietro l’aspetto igienico-sanitario   potrebbe nascondersi una questione di decoro unita al fastidio per il fatto che quegli indumenti sono in maggioranza di lavoratori stranieri. Anche per questo, altri cittadini, insieme ai sindacati, la sindaca e la stessa Ascom, l’associazione che riunisce la metà dei commercianti di Monfalcone, hanno preso le distanze. Il primo cittadino, Anna Maria Cisint, dopo aver partecipato all’incontro pubblico in cui il gruppo di commercianti ha presentato il documento in discussione, ha definito il “terlis”, la tuta blu degli operai appunto, “simbolo di fierezza che non può essere trattato con spregio o svilimento”. Ma come ha precisato il sindaco il rammarico è “quello di non vedere su tutte le tute il simbolo della Fincantieri”. Il cruccio del primo cittadino monfalconese è giustificato, se si pensa che su circa 8mila lavoratori presenti attualmente nel cantiere sono appena un migliaio i dipendenti della grande e gloriosa azienda. Tutti gli altri sono alle dipendenze delle circa 500 imprese che lavorano in appalto o addirittura in subappalto. Un mondo dove i diritti non sempre sono garantiti in pieno, come spiega sul giornale Thomas Casotto, segretario provinciale della Cgil. “Molti di quei lavoratori spesso di origine straniera, hanno buste paga fittizie o non le hanno affatto e lavorano senza garanzie sotto l’aspetto della sicurezza”. E a volte, come hanno spiegato su Repubblica i sindacalisti della rappresentanza di cantiere, “non possono neppure accedere agli spogliatoi per togliere la tuta e farsi una doccia”. Per questo è facile incontrare in giro per la città operai ancora vestiti con gli indumenti da lavoro. Come non è difficile incrociarli sui mezzi pubblici mentre tornano a casa. E “quegli operai non ci stanno a farsi dire che non possono circolare per Monfalcone”, come ha affermato il sindacalista Casotto.

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