Correva l’anno 1989. Era il 4 giugno. E come tutte le domeniche (allora almeno funzionava così) si disputava il campionato italiano di calcio. In programma c’era la partita tra Milan e Roma. Partita che passerà alla storia non per le gesta calcistiche o per qualche errore arbitrale, ma per l’omicidio di Antonio De Falchi, allora diciottenne. Uno dei tanti morti del tifo violento penserà qualcuno. Forse. Ma la sua memoria torna dirompente alla ribalta in questi giorni di bagarre mediatica per alcuni striscioni che hanno espresso delle critiche alla mamma di un altro ragazzo, Ciro Esposito, morto tragicamente negli scontri prima di una partita. Purtroppo tra Antonio e Ciro ci sono due differenze. Antonio era della Roma, Ciro del Napoli. Apparentemente accumunati dalla condanna mediatica di essere nati nel centrosud del Belpaese, ma mediaticamente distinti perché nel peso delle gerarchie quando c’è da vomitare e strumentalizzare, Roma vince sempre contro tutto e tutti. Il problema non è la chiusura della curva Sud, questa o quella pena, ma l’ipocrita, vile, odioso e criminoso atteggiamento che i giornalisti (forse non ignari del potere che hanno) hanno quando si tratta di queste vicende. Parlano di ‘problema criminalità a Roma’ e di tifosi romanisti violenti, ma tacciono quando episodi simili e ben più gravi accadono da Firenze in su. Abbiamo già detto del silenzio complice dei media sugli striscioni offensivi nei confronti della strage di Superga o dell’olocausto nazista, esposti nei civilissimi stadi del nord Italia. Oggi riportiamo foto e testo degli striscioni dei cittadini milanesi (se tifosi non sappiamo e nemmeno ci interessa) che negli anni sono stati rivolti contro Antonio De Falchi. Non si tratta di punizioni postume, ma di coerenza di fronte alla violenza che i media nostrani fomentano quando si tratta solo di piangere, pregare e riflettere sulla banalità e stupidità del male.

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