info-aborto-spontaneoQuando si tratta di temi etici, quelli che una volta si chiamavano valori non negoziabili, spesso ad imperare è la disinformazione. Su questa poi si fondano le opinioni e le campagne mediatiche. Per quanto riguarda l’aborto tutto viene incentrato sulla legittimità delle donne di sbarazzarsi di qualcosa (non qualcuno) che non è stato voluto o non è come lo si vorrebbe; tutte le altre motivazioni sono strategie di marketing, per vendere il prodotto ideologico. In molti ignorano, chi volutamente e chi in maniera innocente, quello che realmente significa l’aborto per le donne. Una significativa riflessione giunge da quanto riporta il quotidiano La Stampa su uno studio condotto “dal professor Zev Williams, direttore del Programma per l’aborto spontaneo precoce e ricorrente dell’Albert Einstein College of Medicine e del Montefiore Health System di New York, pubblicato sulla rivista Obstetrics & Ginecology e condotto su un migliaio di donne e uomini di età compresa tra 18 e 69 anni.” Da questo studio si scopre che “L’interruzione spontanea di gravidanza rimane un evento emotivamente molto forte. Il 36% dei partecipanti, inclusi quelli senza alcuna esperienza diretta, pensa che l’impatto sia simile a quello della perdita di un figlio. La condivisione e la consapevolezza di essere meno isolati sono fondamentali. Dal questionario emerge che la rivelazione di un amico e di una celebrità possono essere di aiuto. […] E questa è anche la conclusione del responsabile dello studio, il professor Zev Williams: «Noi medici vediamo molti casi e ci accorgiamo che è un’esperienza devastante per la coppia, ma è una condizione medica e non c’è alcuna ragione di vergognarsi o di colpevolizzarsi». [La Stampa] Se l’aborto spontaneo, quindi non voluto, genera un trauma simile, cosa può provocare la consapevolezza di aver contribuito alla soppressione di qualcuno (e non qualcosa)?

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