Omelia del Vescovo Crociata
Omelia del Vescovo Crociata
Apertura Porta Santa
Apertura Porta Santa

I due pilastri dell’Anno Giubilare della Misericordia, aperto a Latina il 18 dicembre con l’apertura della Porta santa della cattedrale di San Marco a Latina, luogo per ottenere l’indulgenza plenaria, sono il perdono e la carità, che sono anche i capisaldi del pensiero di papa Francesco. Ma per meglio specificare il pensiero del vescovo di latina, le sue parole pronunciate nell’omelia che ha tenuto nella Cattedrale possono essere ancor più significative senza ulteriori interpretazioni aggiuntive:
Cari fratelli e sorelle,

la vostra partecipazione corale e intensa di stasera mostra con grande evidenza quanto siamo tutti avvertiti del carattere straordinario e del significato toccante dell’evento di oggi. La decisione di papa Francesco di fare dell’apertura della Porta santa un rito da compiere in tutte le diocesi ci pone in un certo modo al centro della cattolicità, portando per la prima volta nella nostra Cattedrale ciò che in circostanze analoghe abbiamo sempre cercato a Roma. Non viene per questo sminuita la cattolicità dell’Anno santo, che ci chiede comunque di uscire da noi stessi e di andare verso il Signore con un pellegrinaggio che traduca fisicamente l’incedere del cammino spirituale; è piuttosto reso manifesto il messaggio principale della misericordia che motiva l’iniziativa del Papa, poiché il Signore stesso si rivela ancora una volta come il Misericordioso, colui che si rende vicino, ci viene incontro e ci stringe nel suo abbraccio, venendoci a cercare lì dove siamo e dove conduciamo la nostra vita.

Anche per questo abbiamo voluto far coincidere l’Apertura della Porta santa nella nostra diocesi con l’anniversario della dedicazione della Cattedrale. In questo tempio, nel quale si racchiude il nostro senso e la nostra esperienza di Chiesa, che ascolta, celebra e vive in comunione di fede, il Signore torna con nuova iniziativa e imponente generosità a confermare la sua presenza e a elargire la sua infinita misericordia proprio per noi, proprio in questo angolo di mondo e in questo spezzone di storia di umanità credente. In questo modo oggi si esalta il significato e la funzione della Cattedrale, poiché essa raggiunge il suo scopo: scopo che, con le parole delle letture di oggi, consiste nel suo essere sorgente di acqua che risana, nel farci incontrare Cristo vero supremo tempio e fonte dell’acqua viva dello Spirito, luogo del culto definitivo in spirito e verità, nel rinsaldare il nostro fondamento in lui che solo ci rende Chiesa viva, tempio di Dio vivente nella storia e nel cuore dell’umanità.

Di tutto ciò siamo consapevoli; non ci vergogniamo di dircene orgogliosi; accettiamo di esserne responsabili. Proprio per questo ci mettiamo in ascolto del Dio della misericordia che oggi ci parla con singolare eloquenza.

Abbiamo aperto la Porta santa e varcato la soglia. La porta non sempre è aperta, a volte è chiusa; ci vuole qualcuno che la apra. Anche la porta della misericordia di Dio potrebbe essere chiusa, forse meriteremmo di trovarla chiusa, e invece Dio la apre. Non è un fatto scontato che egli la apra, è invece un suo gesto libero: scopriamo che Dio vuole essere misericordioso, non è costretto a esserlo, lo vuole liberamente e per amore nei nostri confronti. Il gesto che abbiamo compiuto ci fa riscoprire l’amore straordinario di Dio per noi.

Abbiamo attraversato la soglia, poi; siamo passati da fuori a dentro, da una condizione a un’altra, dalla distanza alla prossimità, dall’estraneità alla confidenza, dall’ostilità all’amicizia. Bisogna voler varcare la soglia; anche il gesto rituale deve essere compiuto comprendendone il significato; e bisogna sapere che il farlo esige un cambiamento, una scelta e una decisione. Non si entra veramente attraverso la porta nella casa del Signore se non cambia niente, se non si è disposti a cominciare a cambiare.

In realtà per cambiare bisogna sentirne la necessità. Non c’è bisogno di un anno di misericordia se non abbiamo nulla da farci perdonare. Ma chi può dire di non avere nulla da farsi perdonare? Accogliamo allora l’invito a fare verità nella nostra vita nella luce della misericordia di Dio. Questo anno santo è un tempo straordinario per rivedere ciascuno la propria storia e prendere coscienza delle storture e dei peccati, del male dentro di noi che non riusciamo a estirpare. Questo è il tempo giusto per cominciare a farlo, esaminandoci, pregando, confrontandoci, celebrando la misericordia nel sacramento e compiendola nella vita attraverso il perdono reciproco e la carità fraterna.

Il perdono è vero se è circolare (ce lo insegna il Padre nostro insieme ad altri richiami della sacra Scrittura): da Dio a me, da me agli altri e dagli verso di me; tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, da Dio e dal prossimo; qualcuno può avere qualcosa da perdonare al prossimo. Questo è il tempo giusto per farlo. Così impariamo a vivere la misericordia: scoprendo di essere, anche se miseri, nel cuore di Dio; accogliendo nel nostro cuore (con la preghiera, la parola, il gesto) i nostri fratelli, anche quelli che ci hanno offeso e fatto del male; cercando di farci posto nel loro cuore, soprattutto quando abbiamo mancato nei loro confronti.

L’ultimo passo, ma non per questo il meno importante, che fa imparare a vivere di misericordia consiste nel diventare sensibili al dolore dell’altro, chiunque egli sia e di qualunque genere sia il suo dolore. Lamentiamo tante volte di vivere in una società che sembra spietata: proprio questo conferma quanto ci sia bisogno di misericordia. Una società più umana comincia da noi, comincia da me. Pensiamo a quanti siamo qui stasera. Se soltanto noi cominciassimo a usarci misericordia, pensate che rivoluzione nelle nostre comunità e nelle nostre città! Sarebbe come un’ondata di calore capace di sciogliere rigidità e durezze. Ce n’è un bisogno vitale attorno a noi.

Cominciamo nelle nostre famiglie, nelle parentele, negli ambienti di lavoro, nelle comunità parrocchiali, nel presbiterio: quanti inutili, oppure anche motivati, rancori, riserve, risentimenti, astio, anche tra persone che condividono quotidianamente fianco a fianco l’esperienza della vita. Spesso ci si rassegna a vivere così, a portare dentro un dolore sordo, pur di non concedere anche solo uno spiraglio al perdono e alla misericordia. Stasera dobbiamo uscire di qui con la decisione di affrontare almeno una situazione lacerata o non riconciliata nella nostra vita: senza la pretesa di risolverla sbrigativamente, ma con la volontà di prenderla a cuore per superarla.

Un altro impegno con cui dobbiamo uscire è quello di aprire gli occhi su una persona o una famiglia disagiata, italiana o straniera, attorno a noi. Non possiamo pretendere di risolvere nulla da soli; ma aprire gli occhi significa diventare sensibili e sollecitare altri, il vicinato, le comunità o anche le istituzioni, per affrontare con la nostra collaborazione situazioni spesso intollerabili di disagio.

Come diocesi abbiamo in cantiere diverse iniziative per favorire un reale cammino di misericordia: una di cui abbiamo parlato poco ma di cui c’è grande necessità è un’opera di carità, un segno della nostra carità verso chi sta male e non ce la fa ad andare avanti con le proprie forze. Come ho detto a qualcuno, non penso solo a opere di carattere assistenziale, come la mensa della Caritas cittadina di Latina e le altre mense che già operano o che stanno nascendo; oppure all’ambulatorio medico che contiamo presto di realizzare e aprire; penso a una carità di promozione umana, che permetta a persone in difficoltà di crescere e di imparare a cavarsela con le proprie forze. Non dobbiamo smettere di dare; dobbiamo invece imparare a farlo con intelligenza oltre che con amore, per aiutare le persone non solo a soddisfare le proprie esigenze primarie di cibo o di altri beni elementari, ma a realizzare se stesse con le proprie forze e con il proprio lavoro. Dalla misericordia deve scaturire un movimento inarrestabile di creatività della carità; e a pensarci bene solo la misericordia può riuscire a fare un tale miracolo.

Abbiamo aperto e varcato la Porta santa, che ora rimarrà spalancata, come il cuore di Dio, a chiunque la voglia attraversare per entrare nel tempio del Signore e nel cuore di Dio; abbiamo ascoltato quanto il Signore ha voluto dirci; ora siamo invitati a pregare e offrire il sacrificio perfetto di Cristo perché quanto ci è stato ispirato trovi in noi accoglienza e rispondenza per una vita personale, ecclesiale e sociale plasmata dalla misericordia.

La Poeta santa dunque è predisposizione d’animo a ricevere il perdono di Dio ovviamente accompagnato da opere di carità, perché come dice San Giacomo “la fede senza le opere è morta.”

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