Acqua

Ecco quello che delle testimoninze su ciò che è accaduto in Afghanistan e gli errori di valutazione sui fatti da parte del governo Biden che poi hanno portato alla situazione che si è originata:

“Alcune osservazioni e alcune domande

Il Biden diceva che Kabul sarebbe crollata dopo 60/90 giorni. E’ crollata dopo 6/9 ore! L’esercito, 180mila uomini, si è dissolto come neve al sole. Non è la prima volta che gli «analisti» yankee (la solita Cia?) le sballano. Tuttavia, in questa occasione, più che insipienza, intravvedo furbizia. Mi spiego.

Da quasi mezzo secolo, l’Afghanistan vive un regime di occupazione militare, prima i russi poi gli yankee, con governi fantoccio. Le truppe Nato sono/erano costituite in gran parte da mercenari – contractors – cui si è aggiunto uno stuolo di funzionari e faccendieri di vari organismi, governativi o meno, provenienti dai quattro angoli del pianeta.

Il regime di occupazione ha alimentato un crescente affarismo locale che spazia dal settore militar-industriale, alle intermediazioni commerciali e finanziarie nonché alla burocrazia. Si è così gonfiato un ceto sociale privilegiato, collaborazionista, avulso dalla struttura economico-sociale afghana, fondata sull’agricoltura (44% degli occupati), in gran parte in regime di sussistenza (oppio a parte). I disoccupati sono il 24%. Il 55% degli afghani vive sotto la soglia di povertà. Una composizione sociale fortemente sperequata che, inevitabilmente, alimenta il forte risentimento in cui allignano i talebani.

Campagna contro città e contrasti etnici

I talebani sono gli studenti delle scuole coraniche, incaricati della prima alfabetizzazione e, come tali, rispettati nelle campagne e nei quartieri popolari urbani, dove surrogano lo Stato.

Facendo un estemporaneo paragone, i talebani ricordano i predicatori che, soprattutto all’inizio del XI secolo, animarono in Europa movimenti pauperistici di varia natura: valdesi, francescani, gioachimiti, catari, albigesi… Ma anche in seguito, nel XV-XVI secolo Girolamo Savonarola a Firenze, Thomas Müntzer in Germania… Infine, nella metà del XIX secolo, Davide Lazzaretti, il Cristo dell’Amiata. Del tutto spontanee, senza capi, anarchiche, furono le jacquerie nella Francia del XIV secolo. Quasi sempre, la campagna è contro la città.

Caratteristica sociale del movimento talebano è la natura agrario-pastorale (nomade) o, genericamente, popolare che scoppia in rivolta quando il contrasto tra ricchi e poveri diventa insanabile.

A complicare la situazione, contribuiscono poi le svariate etnie che, nel corso dei secoli, hanno formato la popolazione afghana, senza però abbozzare un embrione di melting pot. Anzi, sono spesso affiorate rivalità – anche di natura tribale – che il governo centrale, invece di sedare, a volte ha attizzato, nella perversa logica del divide et impera. I talebani sono prevalentemente di etnia pashtun, largamente maggioritaria. E tendenzialmente egemone.

Il Grande gioco e l’ipocrisia dell’Occidente

L’Afghanistan è uno dei pochi Paesi sfuggito al giogo coloniale, grazie alla sua posizione geografica, verso cui convergevano le mire russe, da Nord, e quelle anglo-indiane, da Sud. Finendo entrambe in stallo, nel cosiddetto «grande gioco».

Dopo circa quarant’anni di pace e di relativa prosperità, alla fine degli anni Settanta, il «grande gioco» riprese per le maldestre velleità geo-politiche dell’Unione sovietica che offrì il pretesto per l’intervento Usa, scoperchiando il vaso di Pandora. Gli yankee dettero spazio agli avversari delle riforme economiche e civili, avviate nei precedenti anni. Con poche eccezioni, si basarono sugli strati più retrivi, finanziando, armando e addestrando i mujāhidīn, rinfocolando il mai sopito integralismo islamista Una strategia che si sarebbe ritorta contro gli apprendisti stregoni made in Usa.

Scacciati i russi (1989), si instaurò un regime islamista che, via via, volle rendersi autonomo dall’ingerenza yankee. Il clou fu l’attentato alle torri gemelli di New York (11 settembre 2001), di cui fu ritenuto ideatore Bin Laden, ex creatura Usa.

Washington colse la palla al balzo e, col pretesto della lotta al terrorismo, pianificò con la Nato l’invasione dell’Afghanistan. Un pretesto – la lotta al terrorismo – assolutamente ipocrita, dal momento che, da almeno vent’anni, Usa e manutengoli Nato avevano bombardato a man salva popolazioni civili, rovinando Somalia, Iraq, Siria… Lo scopo: esportare la democrazia e costruire Stati (State-building) su modello occidentale. i risultati sono sotto i nostri occhi.

La disinformazione regna sovrana

Ben pochi hanno ricordato che Abdul Ghani Baradar, il nuovo Presidente del neo proclamato Emirato islamico dell’Afghanistan, negli anni Ottanta ha combattuto in chiave anticomunista finanziato dagli Usa nella guerra sovietico-afghana. Nel 2010, la Cia e i servizi segreti pakistani lo catturarono. Il 24 ottobre 2018 venne rilasciato su esplicita richiesta degli Stati Uniti d’America. Il 29 febbraio 2020 firmò col il segretario di Stato di Donald Trump, Mike Pompeo, un accordo in cui si stabilisce la ritirata delle truppe Nato dall’Afghanistan e la riabilitazione dei talebani nel Paese. Questo atto diplomatico è noto come Accordo di Doha (capitale del Qatar). Oggi, agosto 2021, il mondo occidentale, in special modo quello dei paesi Nato, sembra essere sorpreso dalla dinamica degli eventi, quando invece tutto era stato diplomaticamente e pacificamente stabilito. Dietro la disinformazione e la confusione mediatica, le cancellerie occidentali tramano i loro sporchi intrallazzi.

Che fanno i signori del G7? Poco, e male

A breve, è prevista una riunione del G7, il club dei Paesi più ricchi. Sorvoliamo sul cosiddetto G20 che conta come il due di picche alla briscola. A parte l’impronta razzista, squisitamente eurocentrica – condivisa peraltro da molti compagnucci Lenin-marxisti –, dobbiamo chiederci quali prospettive potrebbe avere codesta iniziativa?

Da quando capitalismo è capitalismo, i rapporti internazionali nascono e si fondano sulle relazioni commerciali. Benché l’Afghanistan sia ricco di importanti materie prime (dal rame all’oro, dal litio al gas….), solo in minima parte sono state messe a frutto. E fanno gola.

Attualmente, le ragioni di scambio afghane sono fortemente, anzi estremamente squilibrate, determinando una nefasta dipendenza da alcuni Paesi.

Export circa 800 milioni di $ (oppio compreso, sembra che rappreseti l’11% del Pil).

Import circa 7 miliardi e mezzo di $.

Le esportazioni sono rivolte per il 91% a: Emirati Arabi Uniti, Pakistan, India.

Le importazioni sono rivolte per il 53% a: Emirati Arabi Uniti, Pakistan, India (vengono poi Usa e Cina, entrambi col 9%).

Come si evince, le «potenze» occidentali del G7, a parte gli Usa (ma fino a quando?), non hanno alcun concreto legame economico con l’Afghanistan. E non potranno «inventarlo» dall’oggi al domani.

In questo desolante scenario, si fanno avanti Russia e Cina. La Russia, con le pezze al culo, ha poco da offrire, può solo nascondere il proprio aggressivo passato. E la Cina ha la coscienza assai sporca, con la violenta repressione contro gli islamici uiguri del Xinjiang. Potrebbe farsi male con le sue stesse mani.

Se il buon giorno si vede dal mattino, non tutti gli afghani accettano la shari’a talebana. Anzi… C’è solo da augurarsi che la combriccola del G7 non allunghi troppo le sue zampine pelose.

Dino Erba, Milano, 20 agosto 2021.

Sul «Grande Gioco», vedi: Dino Erba, recensione a Peter Hopkirk, Avanzando nell’Oriente in Fiamme (Mimesis, Milano-Udine, 2021), All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, luglio 2021.

Siti:

https://www.cia.gov/the-world…/countries/afghanistan/…

http://noinonabbiamopatria.blog/…/segnali-di…/

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