La rappresentazione dei Liber di Catullo alla Torre di Mola dell’associazione Teatrarte

Foto di Gruppo
Foto di Gruppo
Fonica
Fonica
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Enzo Scipione
Enzo Scipione
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Torre di Mola
Torre di Mola
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Attori Teatrarte
Enzo Scipione
Enzo Scipione
Attore Teatrarte
Attore Teatrarte
Violinista
Violinista

Ultimo appuntamento da parte dell’associazione Teatrarte che ha rappresentato i Liber di Catullo per tre giorni, dal 26 al 28 ottobre, per l’iniziativa del Comune di Formia “Ottobre dei Monumenti” che gli attori dell’associazione teatrale hanno offerto una interpretazione magistrale di questo poeta dell’antica Roma che ha parlato di amore e di sentimenti giusti ed infranti. Ma ecco una biografia di questo poeta e anche un frammento che l’associazione ha tratto dal Liber per rappresentarlo alla presenza degli studenti di diverse scuole superiori.

Il poeta romano Gaio Valerio Catullo nasce a Verona nell’allora Gallia Cisalpina nell’84 A.C. in una famiglia molto agiata. Pare che nella splendida villa di famiglia a Sirmione, sul lago di Garda, sia stato ospite più di una volta persino il grande Giulio cesare. .Catullo ricevette  un’educazione seria e rigorosa e, come era usanza per i giovani di buona famiglia, si trasferì a Roma intorno al 60 A.C. per completare i suoi studi. Arriva a Roma in un momento molto particolare, quando la vecchia repubblica era ormai al tramonto e la città era dominata da lotte politiche e da un individualismo sempre più marcato sia in ambito politico che culturale e letterario. Entrò a far parte di un circolo letterario, detto dei neoteroi o poetae novi, che si ispirava alla poesia greca di Callimaco, e strinse delle relazioni di amicizia con uomini di prestigio come Quinto Ortensio Ortalo e il famoso oratore Cornelio Nepote. Pur seguendo le vicende politiche del periodo, non vi prese attivamente parte, preferendo, al contrario, abbandonarsi ai numerosi piaceri che offriva la città. Proprio a Roma conobbe la donna che è stata il suo grande amore, ma anche il suo tormento: Clodia, sorella del tribuno Clodio Pulcro e moglie del proconsole per il territorio cisalpino, Metello Celere. Catullo cantava il suo amore per Clodia nei suoi carmi attribuendole il nome poetico di Lesbia, per il paragone implicito con la poetessa di Saffo. La relazione tra i due divenne molto difficile perché Clodia, di dieci anni più grande di lui, era sì una donna elegante, raffinata ed intelligente, ma anche molto libera. Ella infatti pur amando il poeta non gli risparmiava una serie di dolorosi tradimenti fino alla definitiva separazione. Le cronache riportano anche di una relazione tra Catullo e un giovinetto di nome Giovenzio; questa frequentazione è frutto forse della vita dissoluta che il poeta conduce a Roma. Alla notizia della morte del fratello, Catullo torna nella nativa Verona rimanendovi per circa sette mesi. Ma la notizia dell’ennesima relazione di Clodia, legatasi nel frattempo a Celio Rufo, lo indusse a tornare a Roma. L’insostenibile peso della gelosia lo rese irrequieto al punto da lasciare nuovamente Roma per seguire, nell’anno 57, il pretore Caio Memmio in Bitinia. Catullo compì questo viaggio anche allo scopo di risollevare le sue finanze, rese piuttosto esigue da una sua propensione alla prodigalità. In Asia viene a contatto con molti intellettuali d’Oriente, ed è al ritorno da questo viaggio che creò i suoi poemi migliori. Durante tutta la sua vita Catullo compose circa centosedici carmi per un totale di ben duemilatrecento versi, pubblicati in un’unica opera il “Liber”, dedicato a Cornelio Nepote. Tornato dal suo viaggio in Oriente, Catullo ricercò la pace della sua Sirmione, dove si rifugiò nel 56. Gli ultimi due anni della sua vita sono funestati da un oscuro male, secondo alcuni il mal sottile, che lo consuma nella mente e nel fisico fino alla sua morte. Non si conosce con esattezza la data della sua morte che si ritiene intorno al 54 a.C.

Ecco il testo delle odi usate per la rappresentazione:

Passero, passero dell’amor mio:

ti tiene in seno, gioca con te,

porge le dita al tuo assalto,

provoca le tue beccate rabbiose.

Come si diverta l’anima mia

in questo gioco, trovando conforto

al suo dolore, non so; ma come lei,

quando si placa l’affanno d’amore,

anch’io vorrei giocare con te

e strapparmi dal cuore la malinconia.

Pianga Venere, piangano Amore

e tutti gli uomini gentili:

è morto il passero del mio amore,

morto il passero che il mio amore

amava piú degli occhi suoi.

Dolcissimo, la riconosceva

come una bambina la madre,

non si staccava dal suo grembo,

le saltellava intorno

e soltanto per lei cinguettava.

Ora se ne va per quella strada oscura

da cui, giurano, non torna nessuno

Siate maledette, maledette tenebre

dell’Orco che ogni cosa bella divorate:

una delizia di passero m’avete strappato.

Maledette, passerotto infelice:

ora per te gli occhi, perle del mio amore,

si arrossano un poco, gonfi di pianto

Godiamoci la vita, mia Lesbia, l’amore,
e il mormorio dei vecchi inaciditi
consideriamolo un soldo bucato.
I giorni che muoiono possono tornare,
ma se questa nostra breve luce muore
noi dormiremo un’unica notte senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
dammene altri mille e ancora cento,
sempre, sempre mille e ancora cento.
E quando alla fine saranno migliaia
per scordare tutto ne imbroglieremo il conto,
perché nessuno possa stringere in malie
un numero di baci così grande.

Mi chiedi con quanti baci, Lesbia,
tu possa giungere a saziarmi:
quanti sono i granelli di sabbia

che a Cirene assediano i filari di silfio
tra l’oracolo arroventato di Giove
e l’urna sacra dell’antico Batto,
o quante, nel silenzio della notte, le stelle
che vegliano i nostri amori furtivi.
Se tu mi baci con cosí tanti baci
che i curiosi non possano contarli
o le malelingue gettarvi una malia,
allora si placherà il delirio di Catullo.

Povero Catullo, basta con le illusioni:

se muore, credimi, ogni cosa è perduta.

Una fiammata di gioia i tuoi giorni

quando correvi dove lei, l’anima tua voleva,

amata come amata non sarà nessuna:

nascevano allora tutti i giochi d’amore

che tu volevi e lei non si negava.

Una fiammata di gioia quei giorni

Ora non vuole più: e tu non volere, controllati,
non inseguirla, come un miserabile, se fugge,
ma con tutta la tua volontà resisti, non cedere.

voi che con me, qualunque sia il volere

degli dei, sopportereste ogni mia pena,

ripetete all’amore mio queste poche

parole amare.

Se ne viva felice con i suoi amanti

e in un solo abbraccio, svuotandoli

d’ogni vigore, ne possieda quanti vuole

senza amarne nessuno

ma non mi chieda l’amore di un tempo:

per colpa sua è caduto come il fiore

al margine di un prato se lo tocca

il vomere passando.

 uomini di quell’ignobile taverna

nove colonne oltre il tempio dei Dioscuri,

credete d’avere l’uccello solo voi,

di poter fottere le donne solo voi,

O forse perché sedete cento o duecento

in fila come tanti idioti, non credete

che potrei incularvi tutti e duecento?

Credetelo, credetelo: su ogni muro

qui fuori lo scriverò.

Fuggitami dalle braccia, la donna mia,

amata come amata non sarà nessuna,

anche lei, che mi costrinse a tante battaglie,

siede tra voi

E come se ne foste degni, maledetti

che mezze canaglie da strada

tu più di tutti, tu Egnazio, capellone

modello, nato fra i conigli della Spagna,

che ti fai bello di una barba incolta.

Simile a un dio mi sembra che sia

e forse più di un dio, vorrei dire,

chi, sedendoti accanto, gli occhi fissi

ti ascolta e ride

dolcemente; ed io mi sento morire

d’invidia: quando ti guardo

a me non rimane in cuore nemmeno

un po’ di voce,

la lingua si secca e un fuoco sottile

mi scorre nelle ossa, le orecchie

mi ronzano dentro e su questi occhi

scende la notte.

la mia Lesbia, quella Lesbia,

quella sola Lesbia che amavo

piú di ogni cosa e di me stesso,

ora all’angolo dei vicoli spreme

questa gioventú dorata .

Solo con te farei l’amore, dice la donna mia,

solo con te, anche se mi volesse Giove.

Dice: ma ciò che dice una donna a un amante impazzito

devi scriverlo sul vento, sull’acqua che scorre.

Dicevi di far l’amore solo con me, una volta,

e di non aver voglia, Lesbia, neppure di Giove.

E io ti ho amato non come tutti un’amante,

ma come un padre ama ognuno dei suoi figli.

Ora so chi sei: e anche se piú intenso è il desiderio

ti sei ridotta per me sempre piú insignificante e vile.

Queste offese costringono,

vedi, ad amare di piú, ma con minore amore.

Se per l’uomo che ritiene di essere devoto,

di non aver tradito la parola data, né giurato

in nome degli dei per ingannare la fiducia

nei rapporti umani, è fonte di gioia il ricordo

del bene compiuto; gli anni futuri ti riservano

molte gioie, Catullo, per questo amore ingrato.

Tutto il bene che a un essere umano è possibile

dire o fare , tu l’hai detto e fatto: e tutto

si è perduto nell’ingratitudine di un cuore.

Perché dunque continui a tormentarti?

e non cerchi con tutta la volontà di liberarti

di una infelicità che gli dei non vogliono?

Difficile troncare a un tratto un lungo amore,

difficile certo, ma in qualche modo devi riuscire.

È l’unica salvezza, quindi devi ottenerla:

che sia possibile o no, lo devi fare.

Se vi è pietà in voi, dei, se in punto di morte,

nell’ora estrema, recaste mai aiuto a qualcuno,

guardate la mia infelicità e se ho vissuto onestamente

strappatemi da questo male che mi consuma,

che insinuatosi dentro di me nel piú profondo

come un torpore ha cancellato ogni gioia dal suo cuore.

Non chiedo piú che lei ricambi il mio amore,

né l’impossibile, che mi rimanga fedele:

voglio solo guarire e scordarmi di questo male oscuro.

O dei, per la mia devozione, accordatemi questo.

 Cosí per colpa tua, mia Lesbia,

mi è caduto il cuore

e cosí si è logorato nella sua fedeltà,

che ormai non potrebbe piú volerti bene

anche se fossi migliore

o cessare d’amarti

per quanto tu faccia.

 Col marito Lesbia mi travolge d’ingiurie

e quello sciocco ne trae una gioia profonda.

Stronzo, non capisci? tacesse, m’avrebbe dimenticato,

sarebbe guarita, invece sbraita e m’insulta:

non solo ricorda, ma cosa ben piú grave

è furente. Brucia d’amore, per questo parla.

Gellio è ridotto uno scheletro. Certo, con una madre

cosí attraente e sfrenata, quell’incantevole sorella,

con uno zio tanto accomodante e tutta quella schiera

di ragazze sue parenti, che sia stremato è naturale.

Anche se non toccasse niente oltre ciò che è proibito,

vi son fin troppe ragioni perché sia cosí stremato.

 Odio e amo. Me ne chiedi la ragione?

Non so, cosí accade e mi tormento.

Lesbia sparla sempre di me, senza respiro:

morissi se Lesbia non mi ama.

Lo so: la copro ogni giorno

d’insulti, ma morissi se io non l’amo.

Come avrei potuto maledire la mia vita

se degli stessi occhi mi è piú cara?

Fosse cosí non ti amerei con questa rabbia:

ma tu d’ogni sciocchezza fai un dramma.

 Addio, anima mia, Catullo non cede più

non verrà a cercarti, non ti vorrà per forza,

ma tu soffrirai di non essere desiderata.

Guardati, dunque: cosa può darti la vita?

Chi ti vorrà? a chi sembrerai bella?

chi amerai? da chi sarai amata?

E chi bacerai? a chi morderai le labbra?

Una rappresentazione teatrale rappresentata a regola d’arte, facendo rivivere quelle emozioni dell’antica Roma che si vivevano in quei tempi tormentati. Certo, è una trascrizione depurata da parole scurrili, ma che trasmetteva a quel tempo e anche oggi l’amore libero da pregiudizi e convenzioni che spesso ancora viviamo in questi tempi di crisi di valori.

Articoli Correlati

- No Comments on this Post -

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *