Locandina

Venerdì 21 febbraio c’ è la presentazione del libro del sociologo Eurispes Marco Omizzolo dal titolo “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’Agromafia italiana”. Interverrà Graziella Di Mambro, giornalista di Latina Oggi. Lo sfruttamento e le battaglie dei lavoratori indiani dell’Agro Pontino sono il punto di partenza per una riflessione globale sulle agromafie e sul caporalato. I dati e le storie raccolte in “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” – il saggio di Marco Omizzolo, sociologo Eurispes, pubblicato a dicembre 2019 – contribuiscono a stimolare una riflessione su quanto violazioni i diritti e nuove forme di schiavitù siano diffuse non soltanto in Paesi lontani, ma anche a due passi da casa, e su quanto la battaglia per la legalità riguardi tutti i cittadini e le cittadine. Per questa ragione, abbiamo intervistato l’autore proprio per farci raccontare ciò che ha scoperto nel lungo percorso di ricerca confluito in questo saggio (…)”.

Venerdì 21 febbraio presentazione del libro del sociologo Eurispes Marco Omizzolo dal titolo “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’Agromafia italiana”.

Interverrà Graziella Di Mambro, giornalista di Latina Oggi

ore 10:00: Incontro con gli studenti nell’Aula Magna del Liceo Classico “Vitruvio Pollione”

ore 17:30: Saluto del sindaco di Formia Paola Villa  – Incontro con i cittadini nella Sala Consiliare “Ribaud” del Comune di Formia

Per concessione dell’autore ecco uno stralcio del suo ultimo libro pubblicata su Formia Città Aperta:

LE AGROMAFIE: FEMMINILE, PLURALE

Le agromafie non sono un sistema solo economico, ma anche politico e sociale. Esse innalzano i padroni al vertice della scala sociale e collocano i lavoratori in fondo. Questi ultimi diventano i nuovi sfruttati, e dunque una miniera d’oro per il capitale agromafioso e capitalistico locale e mondiale. A ricordarlo anche le cronache giudiziarie. Nel febbraio 2016, per esempio, i carabinieri del ROS intervennero in Calabria sulla cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli, che era riuscita a controllare la produzione e le esportazioni di arance, mandarini e limoni verso gli Stati Uniti, oltre a quelle di olio, attraverso una fitta rete di società e cooperative del Nord Italia. Ovviamente era tutta ortofrutta prodotta grazie al lavoro di migranti e italiani, che vivevano come schiavi nei “campi delle mafie”. A uno dei massimi esponenti del clan dei Piromalli, Girolamo Mazzaferro, era stato affidato il compito di gestire la compravendita di terreni agricoli ottenuti mediante estorsione. Questa operazione permise di scoprire il ruolo di alcune società specializzate nell’import-export di prodotti olivicoli e ortrofrutticoli, la cui potenza economia e intimidatrice era tale da riuscire a stabilire il prezzo dei prodotti, la quantità da esportare e le somme da incassare, contro ogni principio di libera concorrenza.

Grazie alla collaborazione con l’FBI, si riuscì a ricostruire il ruolo di una holding internazionale costituita da società di stoccaggio e distribuzione di prodotti agricoli al cui vertice vi era un uomo residente nel New Jersey e organico alla cosca Piromalli. A febbraio 2018, inoltre, l’arma dei carabinieri confiscò i beni di quattro società siciliane operanti nel settore dell’olivicoltura riconducibili a Matteo Messina Denaro, latitante tra i più noti, e alla famiglia mafiosa di Campobello. Attraverso la gestione occulta di oleifici e aziende intestate a prestanome, il boss riusciva a monopolizzare il remunerativo mercato olivicolo e a imporre i relativi prezzi. Il Made in Mafia non riguardava solo olio e frutta, ma anche parte della produzione della notissima mozzarella. Agli inizi di febbraio 2016 i carabinieri arrestarono Walter Schiavone, figlio del capoclan dei Casalesi, Francesco “Sandokan” Schiavone, accusato di imporre la fornitura di mozzarella di bufala DOP prodotta da un caseificio di Casal di Principe a distributori casertani e calabresi. A novembre 2016 la DIA sequestrava i beni di un imprenditore siciliano dei trasporti, considerato lo snodo degli affari che il clan dei Casalesi intratteneva insieme al fratello di Totò Riina, Gaetano, per monopolizzare il trasporto di frutta e verdura da Roma in giù, grazie anche al controllo del mercato di Fondi. Il MOF di Fondi ritornava di continuo nelle cronache giudiziarie italiane.

Quando si parla di agromafie, dunque, si parla di un sistema articolato e capillare, tentacolare e organizzatissimo, vivo e diffuso, che coinvolge settori diversi, personaggi a volte insospettabili e in altri casi i padrini più noti delle mafie storiche. Alla base di questo sistema ci sono i diritti di tutti noi, quelli che caratterizzano e informano la nostra Costituzione, e con essi anche donne e uomini che diventano ingranaggi da sfruttare il più possibile. Sotto questo profilo, le agromafie sono coniugabili anche al femminile. Se gli uomini, i lavoratori, i braccianti spesso stranieri, vengono sfruttati e umiliati per retribuzioni da fame, ciò vale anche per le lavoratrici, con due differenze. La retribuzione di una bracciante è spesso inferiore di un terzo rispetto a quella di un suo collega di lavoro uomo. E poi c’è la questione dei ricatti e delle violenze sessuali, di cui abbiamo già parlato, che contribuisce a definire il grado di arretratezza e perversione del Paese. Le agromafie hanno fatto di questa perversione inaccettabile un’occasione ulteriore di arricchimento, subordinazione e potere. Solo in Puglia, secondo la FLAI CGIL, esistono 40.000 donne braccianti gravemente sfruttate, retribuite 30 euro per lavorare dieci ore continuative nella raccolta delle fragole o dell’uva. Donne, spesso migranti, che per lavorare devono accettare di essere palpeggiate dal padrone o dal caporale di turno, se non di salire sull’auto del padrone allo scopo di soddisfare le sue pulsioni. “Il padrone mi diede un passaggio con la sua auto”, mi confidò una bracciante indiana impiegata in una delle aziende più grandi del pontino, “e mi disse che se volevo tornare a lavorare nella sua azienda dovevo spogliarmi nuda”. Quell’uomo aveva oltre settant’anni e due nipoti di 5 e 6 anni. Impiegai molti mesi per approfondire questo tema. Uomini italiani ricchi e famosi che arrivavano a ricattare le loro lavoratrici, spesso rumene e altre volte indiane, solo per sentirsi ancora più potenti. Potenti perché capaci di piegare anche il rigore religioso delle donne indiane e la morale delle donne rumene.

Non era solo perversione. Era anche l’espressione di un potere machista e padronale che faceva del corpo della lavoratrice un oggetto, uno strumento per fare soldi e per godere. Esistono realtà in cui questa aberrazione è in qualche modo esplosa. Si tratta di aree agricole in cui lo sfruttamento lavorativo e il caporalato è meglio organizzato e più ramificato, come in Calabria, Puglia, a Vittoria e nel Pontino. Ramona, bracciante rumena di circa trent’anni impiegata nelle campagne della provincia di Latina dichiara: “Il padrone mi aveva assunto e subito mi ha chiesto di andare a una cena aziendale con lui. La proposta mi sorprese, ma io accettai, perché pensai di stare con altre persone e di non correre pericoli. Avevo vent’anni. Tra le prime persone che mi presentò c’era l’avvocato dell’azienda, un uomo molto ricco di circa settant’anni. Sul finire della serata il padrone mi disse che, se volevo davvero lavorare nella sua azienda, dovevo salire con quell’avvocato nella sua auto e soddisfare le sue richieste sessuali. Io mi alzai e andai via. Ovviamente non potuto lavorare per quell’azienda”.

Amita, giovane donna, madre e bracciante indiana pontina, mi raccontò la stessa esperienza: “Io non ho capito subito, non sono abituata. Per noi il rispetto è tutto. Il padrone invece mi ha detto che dovevo accettare la sua proposta, altrimenti andavo a lavorare nel campo con gli uomini oppure restavo a casa”. Amita me ne parlò con accanto il marito. Il padrone esporta ancora oggi ortaggi in tutta Europa, fa lavorare i braccianti indiani di notte e con loro anche alcuni ragazzi africani, è dichiaratamente fascista e usa le donne come strumenti da sfruttare sul lavoro e per il suo piacere personale. Un imprenditore agricolo pontino che intervistai nella sua azienda confessò questa aberrazione, probabilmente convinto di trovare in me un sostenitore di quel genere di azioni criminali. Mi disse, infatti, che impiegava braccianti rumene che spesso reclutava direttamente nel loro Paese. A loro concedeva in affitto alcune sue abitazioni, chiedendo in cambio, più o meno implicitamente, di soddisfare le richieste sessuali sue o dei figli. Erano tutte ragazze reclutate anche sulla base della loro giovane età e della bellezza, impiegate come braccianti, spesso malpagate e, infine, indotte ad accettare le richieste sessuali del padrone per continuare a lavorare. Era l’associazione evidente tra sfruttamento lavorativo e sessuale. Era violenza carnale, e quel padrone se ne vantava.

Il fenomeno è molto più esteso di quello che si pensa. Storie analoghe si possono ascoltare in Puglia o in Sicilia. Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore, non ha dubbi: “La condizione delle donne in agricoltura è spaventosa. Ci sono, per esempio, braccianti nigeriane e ghanesi, nel foggiano, sfruttare come prostitute la sera. Il ricatto sessuale è all’ordine del giorno. E non poche sono minorenni. I due fenomeni tendono a fondersi in un unico sistema neoschiavistico”. Molte di loro vengono sfruttate nei campi e poi in strada. Vittoria però, in Sicilia, è il caso più noto. Donne reclutate in Romania vengono spesso portate nel Ragusano per essere sfruttate nelle campagne. Alcune di loro, dopo essere giunte a Vittoria, vengono impiegate in campagna per 10 o 12 ore al giorno. Le più belle e giovani, spesso le più fragili e ricattabili, anche perché madri, sono obbligate a soddisfare le voglie sessuali del padrone. Vengono infatti costrette a esibirsi in qualche casolare abbandonato, come pubblico i padroni italiani e i caporali rumeni. A Vittoria, oltre il 40% della manodopera rumena è composta da donne, arrivate in autobus dalla zona di Botosani con la speranza di lavorare. In tutti i rumeni di questa zona sono 4.000 e le donne circa 1.600-1.800. il numero di aborti è inoltre un chiaro indicatore che conferma le violenze sessuali. Purtroppo, si tratta di un fenomeno diffuso e nel contempo, nonostante i numeri, ancora troppo sommerso. Lo Stato dovrebbe intervenire non solo reprimendo i protagonisti di questa mostruosità, ma prevenendo il fenomeno e agendo con servizi sociali adeguatamente finanziati e articolati, professionali e competenti, che aiutino tutte le donne vittime di violenza e sfruttamento, tratta, ricatto sessuale e segregazione. Ma di uno Stato così attento e impegnato per ora non si vede l’ombra.

La prima volta che mi imbattei in questa vergogna fu pochi giorni dopo lo sciopero del 18 aprile. Mi recai con Gurmukh a nord della provincia di Latina e in aperta campagna, in un improbabile bar di periferia. Qui incontrai una decina di lavoratori indiani. Ognuno di loro mi raccontò la sua vicenda. Per ultima venne, probabilmente per legittimo pudore, una donna indiana sui 45 anni. Indossava gli abiti tradizionali e teneva gli occhi bassi. Me la presentò Gurmukh facendomi capire che era la donna di cui mi aveva già parlato in auto. Cambiammo tavolo. Ci isolammo. Grazie alla mediazione di Gurmukh la invitai a stare tranquilla, perché tutto quello che avrebbe riferito in quell’occasione sarebbe rimasto riservato. Iniziò a raccontarmi la sua vicenda. In sostanza aveva lavorato diversi mesi come operaia nell’azienda agricola di un imprenditore di Latina. Il suo compito era quello di lavare gli ortaggi, selezionarli e posizionarli su un carrello per incassettamento. Un lavoro che non è meno difficile di quello del bracciante. Si sta infatti tutto il giorno in piedi, con poche pause per andare al bagno. Le mani sono sempre dentro acqua fredda e sporca. I guanti a volte si rompono e non vengono sostituiti. Insomma, il disagio anche in questo caso è quotidiano. Chandana era sposata da circa 10 anni, ma il marito era tornato in India per risolvere dei problemi di eredità sopraggiunti dopo la morte del padre. Inoltre, in India aveva ancora i due figli che venivano accuditi, secondo la più classica delle esperienze di genitorialità a distanza, dalla famiglia del marito. Quei mesi furono molto difficili. Fu chiamata a lavorare in quell’azienda per sostituire un’amica che stava per sposarsi e che non riusciva a reggere quei ritmi di lavoro mentre stava organizzando il matrimonio. Chandana lavorava sodo, in attesa del ritorno del marito. Ogni mattina si faceva trovare davanti all’azienda alle 7 e usciva alle 18, dopo una sola ora di pausa in cui doveva andare in bagno e mangiare.

Il padrone italiano le aveva promesso 800 euro al mese, senza contratto. “Solo pochi indiani avevano il contratto di lavoro. Il padrone dava sempre i soldi in contanti a loro”, ci disse con un filo di voce. Solita storia. Aveva lavorato per due mesi di seguito. Il primo mese il padrone non le diede quanto pattuito. Le scuse erano sempre le stesse. “Diceva sempre ‘domani’ per i soldi. Domani perché non ho soldi, il commercialista non mi ha dato i soldi. Io andavo ogni giorno a lavorare, ma i soldi non me li ha mai dati”, ci disse alzando il tono di voce e manifestando un legittimo risentimento, carico di orgoglio. Poi il padrone, stanco delle sue quotidiane richieste, la mandò via. Le disse, mi riferì Chandana: “Da domani resta a casa. Non ti voglio più vedere qui dentro”. I suoi soldi stava per perderli per sempre. Soldi fondamentali, perché le servivano per vivere in Italia senza il marito, per pagare le bollette, l’affitto e per mangiare, anche se “io ogni sabato e domenica andavo a mangiare al langar del tempio, per risparmiare un po’. Lì mi davano anche un po’ di farina per farmi il chapati in casa e un po’ di patate”. Andò diverse volte dal padrone, umiliandosi, per chiedere almeno i due mesi di retribuzione mai riconosciuti. Erano 1.600 euro, sufficienti per pagare il mese di affitto arretrato, comprarsi da mangiare e mandare qualche soldo al marito in India. Chandana stava facendo uno sforzo straordinario nel raccontarmi quella storia. Me ne rendevo conto guardandomi intorno. Era un ambiente tutto maschile, caratterizzato da simboli e modelli di consumo maschili e machisti, occidentali, lontanissimi dalla sua cultura. Le sarò per sempre grato per aver raccontato la sua sofferenza. Arrivò al dunque, parlandomi del suo ultimo incontro con il padrone. Fu fatta entrare nel capannone dove aveva lavorato, mentre le sue ex colleghe di lavoro stavano svolgendo l’attività che era stata la sua. Notò i loro occhi puntati su di lei. Non erano occhi d’odio, ma di solidarietà, forse compassione. Il padrone l’aveva fatta entrare nello stabilimento non per caso. Si affacciò dalla balaustra del suo ufficio, che era collocato in alto, in una posizione dalla quale poteva controllare tutta la filiera. Le disse di salire e lei lo fece, intimorita. Il padrone la attendeva alla porta e alzando la voce in modo da farsi sentire da tutti le chiese: “Cosa vuoi ancora?”. “I miei soldi”, rispose Chandana. “Ti ho detto che te li darò il mese prossimo, hai capito?!”. Il tono di voce, stando alla ricostruzione di Chandana, salì ancora. “Ora tornatene a casa e non farti più vedere, che mi hai rotto i coglioni”, e le diede uno schiaffo così forte da farla cadere dalle scale. Chandana si sentì umiliata come mai lo era stata.

Guardandomi ancora negli occhi, si tirò su la manica della giacca e mi fece notare le tumefazioni che ancora aveva sul braccio. Mi disse inoltre che aveva dei lividi sul fianco del torace e sulla gamba sinistra. Aveva gli occhi lucidi. Anche a me stavano salendo le lacrime, insieme a un desiderio profondissimo di giustizia. Il pensiero andò alle donne rumene a Ragusa, a quelle in Puglia, alle badanti di qualunque nazionalità sfruttate e a volte violentate nelle abitazioni di molti italiani. Il pensiero andò a tutte le donne del mondo che subivano la violenza maschile e di un sistema fondato sulla prevaricazione e sull’omertà. Chandana non voleva denunciare, ma solo parlare, sentirsi parte di un gruppo. Ci disse che non voleva far emergere il fatto, perché dentro quella stessa azienda lavorava anche il marito e che se anche lui fosse stato licenziato, al suo rientro, la famiglia si sarebbe ritrovata davvero in difficoltà: lei non lo avrebbe mai permesso. Le lasciai il mio numero e le dissi che se avesse voluto avrei potuto accompagnarla dai carabinieri o dai servizi sociali. Poteva chiamarmi in qualunque momento. In quel momento mi disse una frase che mi lasciò di sasso: “No i carabinieri. Non posso. Dei carabinieri non mi fido”. C’era qualcosa che non mi aveva ancora detto. “Dopo che mi sono alzata e sono scappata via dal padrone, ho chiamato i carabinieri. Sono arrivati e si sono fermati sulla strada fuori dell’azienda. Io ero lì ad aspettarli. Ho raccontato loro tutto. Volevo fare la denuncia perché ero arrabbiata. Ho fatto vedere loro lo schiaffo sul mio viso, il gomito graffiato. Respiravo male. Avevo anche la giacca rotta”. Chandana parlava con sicurezza, io e Gurmukh eravamo sempre più commossi. “Loro mi hanno visto e mi hanno detto che dovevo portare pazienza. Dovevo stare in silenzio, perché ero un’immigrata e il coltello dalla parte del manico ce l’aveva sempre il padrone italiano. Non erano severi con me, ma mi consigliavano di tornare dentro l’azienda, chiedere scusa al padrone e dirgli di ridarmi i soldi che mi doveva anche un po’ alla volta, magari con lo sconto”.

Sfruttata, malmenata e fatta tacere: questa la sintesi. Per fortuna il comando provinciale dei carabinieri di Latina è sempre stato tra i più sensibili e impegnati contro questi reati, dimostrando che quei due agenti per fortuna erano solo una minoranza.”

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