La morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli

Un editore scomodo, nato nel 1926, si era attirato le ire di gran parte della cultura del tempo, che non vedeva di buon occhio questo personaggio, legato a doppio filo al PCI. Tanto che per tre anni, dal 1969 al marzo al 1972, mentre le forze dell’ordine continuavano le perquisizioni nella sua casa e nei suoi uffici, Feltrinelli si trovava in soggiorno in Austria. Sarebbe rientrato in Italia il 14 marzo 1972, il giorno della sua morte. Il suo corpo venne ritrovato il mattino del 15 marzo vestito da guerrigliero ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, vicino Milano. Indosso all’editore, come risulta dai verbali dell’inchiesta, vennero ritrovati la foto della moglie e dei figli, una carta d’identità intestata a Vincenzo Maggioni, e 3 mazzi di chiavi che portavano a 3 basi eversive a Milano, in via Boiardo, via Delfico e via Subiaco. Una quantità straordinaria di indizi compromettenti, improbabili per una persona dotata di normale prudenza e sottoposta ad assidua sorveglianza della polizia. Secondo la versione ufficiale, la morte è stata causata dall’esplosione dell’ordigno che Feltrinelli stava manipolando, allo scopo di provocare, con l’abbattimento del traliccio, l’interruzione dell’elettricità che avrebbe dovuto oscurare il congresso del PCI in corso Paladino, che si sarebbe concluso con l’elezione di Enrico Berlinguer a segretario del partito. Un editore che aveva creato una casa editrice diventata poi di successo nel corso degli anni, l’antitesi dell’Einaudi. La tesi dell’omicidio è sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato fa gli altri da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari. Uno dei grandi successi editoriali di Feltrinelli era stato la pubblicazione del “dottor Zivago” di Pasternak e del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

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