Operazione Alba Pontina

In contrasto tra gruppi criminali diversi per la gestione della campagna elettorale di Gina Cetrone, poi una “guerra” tra attacchini concorrenti per garantire la maggiore visibilità possibile alla candidata sostenuta dal clan Di Silvio. E’ quanto è emerso dalle carte dell’ordinanza firmata dal gip Antonella Minunni, che nella giornata del 29 gennaio ha portato all’ arresto dell’ex consigliera regionale, del marito Umberto Pagliaroli e degli esponenti del clan malavitoso di Latina di origine rom Di Silvio, Armando e i figli di quest’ultimo Gianluca e Samuele.  Dalle indagini condotte dalla Squadra mobile di Latina è emerso che la gestione della campagna elettorale di Gina Cetrone ha costituito oggetto di scontro tra le due fazioni criminali locali: da una parte i Di Silvio, che facevano capo ad Armando, dall’altra i Travali. Nel corso dell’interrogatorio del luglio 2018 il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo rivela agli investigatori che, prima della campagna elettorale di Latina e di Terracina, era stato avvicinato da Sabatino Morelli che gli disse di “lasciar stare la campagna di Gina Cetrone perché doveva farla Francesco Viola, mentre Angelo e Salvatore Travali e Angelo Morelli erano detenuti. Del caso viene subito informato Armando e i vertici della famiglia organizzano subito un incontro con il gruppo rivale: “Quando noi eravamo carcerati a noi non c’ha pensato nessuno. Ora voi state carcerati ed è un problema vostro. Lasciate stare Agostino e Renato altrimenti avviene una guerra”. Così tuona il capoclan Di Silvio. E così racconta Agostino Riccardo agli investigatori. A quel punto, nel quartier generale di Campo Boario si stabilisce che tutta lapolitica appartiene ai Di Silvioe che i profitti sarebbero stati divisi fra i figli, con una quota finale destinata ad Armando. Quando la campagna elettorale viene affidata al gruppo di Latina è Agostino Riccardo ad occuparsi in prima persona di chiudere l’accordo con Gina Cetrone, alla presenza di Armando Di Slvio. L’accordo era di 10mila euro solo per l’affissione dei manifesti, altri 10mila per pagare le auto dei ragazzi che lavoravano, la colla per i manifesti e il cibo. Ha raccontato  Agostino Riccardo: “Andammo io e Armando Di Silvio in persona e la Cetrone ci diede in regalo 5mila euro”. Complessivamente si raggiunge la cifra di 25mila euro. Alle amministrative del 2016 la Cetrone punta tutto sulla visibilità, ne è quasi ossessionata e dice chiaramente che non le interessano neanche le sanzioni per eventuali affissioni in spazi non consentiti:  “Umberto ci disse di affiggere i manifesti ovunque, anche dove non si poteva”.  A campagna elettorale iniziata, la candidata si è lamentata perché la sua visibilità non è buona. Il clan deve rintracciare chi attacca i manifesti per Procaccini e Corradini, i due candidati alla carica di sindaco, che coprono quelli della Cetrone. Per farlo si mettono in contatto con l’esponente di un altro clan particolarmente potente che gli era stato presentato anni prima da Angelo Travali. Attraverso di lui riescono a incontrare gli attacchini concorrenti e organizzano un incontro con loro. I toni sono chiaramenti quelli delle minacce: “Fateve il lavoro vostro e noi ci famo il nostro, non mi coprite Gina Cetrone sennò succede un casino”.La ricostruzione è confermata dalla testimonianza di un attacchino concorrente protagonista di quell’incontro, che si occupava dell’attacchinaggio di manifesti di un’alta lista che sosteneva il sindaco Corradini, lo stesso candidato di Gina Cetrone. Il giovane racconta anche che spesso trovava i suoi manifesti strappati e gettati a terra e al loro posto i manifesti della Cetrone: “Erano gli zingari di Latina e dovevamo lasciarli stare”.

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