LA GIORNATA DEL MALATO DELL’11 FEBBRAIO: INCONTRO CON DON LUIGI RUGGIERO, CAPPELLANO DELL’OSPEDALE “DONO SVIZZERO” DI FORMIA

Don Luigi Ruggiero, cappellano Dell'Ospedale di Formia
Don Luigi Ruggiero, cappellano Dell’Ospedale di Formia

Abbiamo incontrato il Cappellano dell’ospedale “Dono Svizzero” di Formia Don Luigi Ruggiero per fargli alcune domande sulla istituzione di questa giornata.

Quale è il senso della Giornata del malato, istituita 23 anni fa dal Papa San Giovanni Paolo II?

La Giornata del malato è un appuntamento ormai che si fa da alcuni anni, tanto che il giorno dell’11 Febbraio è stata denominata la Giornata del Malato, perché si ricorda la prima apparizione a Lourdes l’11 febbraio del 1858, e quando si pensa a Lourdes non si può non pensare ai malati, quindi a questo rapporto stretto tra Lourdes e i malati e quindi il rapporto con la Madonna. L’11 febbraio capita d’inverno, ma in alcune parrocchie e in alcune diocesi si fa in altre date ed in altre occasioni.

E’ vero che la Giornata del Malato vuole essere un occasione per riflettere, per meditare, per pregare, non solo per i malati ma anche dai malati ricevere tutte quelle lezioni che ognuno di noi ha da imparare, perché non dimentichiamo mai che il rapporto con il malato non è soltanto dare, ma è anche e a volte soprattutto ricevere, il malato è il soggetto e non è solo l’oggetto delle nostre preoccupazioni, da cui dobbiamo imparare e prendere tante cose della nostra vita. E vedere il malato e la malattia come una realtà importante perché insieme alla preghiera è la colonna portante della vita, anche per i non credenti con la malattia, con il dolore, con la sofferenza, con la vecchiaia, con la morte; che sono realtà della miseria umana, conseguenza del peccato perché Dio non ha creato il male, e quindi tutto quello che c’è di negativo e di male nel peccato e di conseguenza del peccato originale. Quindi Dio non vuole il male e non può lasciare l’uomo nel male, ecco perché quando dopo il peccato promette comunque la venuta del Messia, il Salvatore, attraverso il primo annuncio fatto nel giardino dell’Eden. Anche l’esperienza dell’Albero di Natale che tante volte si mette e non si sa il significato in quanto l’albero verde viene identificato con l’albero della vita, le palline ricordano il frutto proibito, la serpentina che ricorda il serpente e quindi il peccato originale. Quindi la venuta e l’annuncio e la preparazione della venuta del Messia. Quindi il male non lo vuole Dio, non lo ha voluto, non lo ha creato, però lo ha permesso come conseguenza del peccato che è il male più grande da cui ci vuole liberare. E qui il ruolo del malato come di chi soffre diventa vitale non solo per la persona, per la famiglia, per la Chiesa, ma per l’umanità, perché il malato che prega e che soffre salva il mondo. Ecco perché dobbiamo imparare dall’ammalato e dalla malattia. E’ come quando si dà un bicchiere d’acqua a uno che ha sete e non dice nemmeno grazie, però sono contento e questo non è poco, perché sono contento di averti dato un bicchiere d’acqua, sono contento che mi hai dato l’occasione di darti un bicchiere d’acqua. E allora tutta la tematica della malattia, del dolore, della vecchiaia e della morte diventano opportunità di riflessione e di preghiera, di meditazione ma anche di condivisione perché non si deve solo parlare di queste cose, bisogna anche un po’ ricordarle e celebrarle. E non per niente Giovanni Paolo II per lui è stato sempre importante avere in prima fila i malati, poi negli ultimi tempi era lui con la sua persona un segno di vita e di speranza nonostante la sofferenza, le malattie, la difficoltà e se vogliamo anche il disagio. Si racconta che in visita in una diocesi il Papa notava che non c’erano i malati e non li vedeva, e chiedeva al vescovo dove erano i malati, e questo vescovo rispose che i malati erano in fondo, mentre davanti c’erano le autorità, allora lui fece spostare tutte le autorità per avere in prima fila i malati. Questo per dire come il papa Giovanni Paolo II diventa importante e non per niente la Salvifici Doloris, come nel libro di Giobbe nelle Sacre Scritture, è una enciclica che parla in maniera sistematica e dettagliata ed approfondita della malattia, della sofferenza e del dolore, e diventa anche una bella testimonianza in una società di oggi che certi discorsi non li vuole sentire. La cosa più triste purtroppo è che anche i cristiani, la Chiesa, quando si parla di Andate, Evangelizzate e predicate, che sono i settori pastorali che noi chiamiamo la catechesi e la liturgia, poi c’è il Curare e il Guarite che a volte si traduce con la Carità e qualcun altro traduce anche con l’Aiutare a stare bene, che è l’alveo della carità. La Carità non è aiutare a dare da mangiare perché a questo ci pensa il Signore – guardate gli uccelli del cielo – per far capire che ci pensa lui; e nemmeno pagare le bollette o le pigioni, perché ci sono gli enti preposti, ma tutti dobbiamo impegnarci perché certe strutture come la casa o il lavoro, per far rispettare ad ognuno la dignità e quindi anche di prevenire, anche di aiutare a superare ciò che è il male. Quindi il compito specifico del cristiano e quindi della Chiesa è quello di aiutare a stare bene, che non è solo il malato fisico, il malato psicologico, il malato che noi diciamo il malato, ma il malato è anche il ricco povero di valori, è malato di tante altre cose, per cui questo malato ha bisogno di una carezza, ha bisogno anche lui di un attenzione, è questo il compito della carità. Aiutare a stare bene con chi è malato fisicamente e anche chi non è malato fisicamente, allora questo discorso della carità che purtroppo oggi è considerato dalla Chiesa solo aiutare i poveri, che anche questo bisogna fare, ma il compito specifico non è questo: è cogliere nella malattia, nel dolore, nella sofferenza, nell’essere vecchi, nel morire l’annuncio della speranza che viene dal Signore. Ecco allora che la Giornata del Malato diventa un’opportunità preziosa a livello di comunità parrocchiale, tante parrocchie lo fanno nelle occasione delle novene e negli ottavari, o nei tridui in preparazione delle feste patronali o nelle solennità, la Giornata del Malato è un occasione per ricordarci dei malati e portargli i sacramenti, ma anche per ricordare che dai malati abbiamo da imparare molto.

Quale, secondo te, il significato della frase tratta dal libro di Giobbe “Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo”?

E’ il tema di quest’anno, che è stato scelto. Essere gli occhi per chi non vede o i piedi per chi non può camminare è una conferma di quello che diciamo prima, che non dobbiamo sostituirci a chi non vede o a chi non cammina, ma insieme a chi non vede e a chi non cammina devo aiutare a vedere ed a camminare l’umanità, il mondo che mi circonda, chi mi sta vicino e cercare di prendere a cuore questa limitazione perché chi non vede e chi non cammina ma ci sono altri tipi di malattie, e sono un modo per dire che io voglio essere come la preghiera di Gesù, le Tue mani, i Tuoi occhi, I tuoi piedi, ma per andare a stendere le Tue mani tra i poveri, per camminare, per portarsi ai fratelli, per vedere le miserie degli uomini, in n0ome di Gesù e quindi questo vivere senza mani, senza vedere che diventano occasione di lode a Dio, delle opportunità. Quando dicono a Gesù del cieco nato quando glielo presentano di chi è la colpa o di chi ha peccato se lui o i suoi genitori, Gesù risponde che non ha peccato ne lui ne i suoi genitori, ma è così perché si manifesti la gloria di Dio. Anche nella morte di Lazzaro dopo il momento in cui sa sorella dice che se fosse stato presente il fratello non sarebbe morto e subito la gente a dire che Lui ha fatto tanti miracoli perché non poteva impedire che questo suo amico che tanto lo amava, piangeva addirittura della sua morte, che non fosse stato vittima della morte, ma Gesù aveva un altro modo di ragionare – Ti ringrazio Padre perché mi hai ascoltato perché si manifestasse la Tua gloria – questo risorgere di Lazzaro serviva a far credere ma poi Lazzaro è morto ancora. Quindi il discorso ad aiutare a stare bene anche nell’esperienza del dolore e della malattia, ma anche della morte, deve servire a chi non vede, a chi non cammina, deve essere come quel paralitico che si porta il suo lettuccio appresso, e gli dice di ricordarsi e di ricordare agli altri che tu stavi nel lettuccio. Quindi dobbiamo essere degli altri Gesù perché questi fratelli malati sono degli altri Gesù che noi dobbiamo accogliere, abbracciare, portare ma anche farci prendere noi da loro, farci portare da loro e camminare insieme.

Papa Francesco ci invita a meditare questa giornata nella prospettiva della Sapienza del Cuore, ponendo quattro punti fondamentali:

  • Sapienza del cuore è servire il fratello,
  • Sapienza del suore è stare con il fratello,
  • Sapienza del cuore è uscire da se verso il fratello,
  • Sapienza del cuore è essere solidali con il fratello.

 

Puoi spiegare il pensiero del Santo Padre?

La Sapienza del malato è quel camminare con lui, stare con lui, andare da lui, significa da lui ricevere, ed intraprendere quel cammino che è un cammino insieme. A volte in noi c’è la consapevolezza certamente di aiutare, a volte c’è quel senso di filantropia perché è stato educato in una certa maniera, ma se rimane solo un fatto umano e non si cerca di dare ma per prendere insieme come il malato, cioè se non si vive nella luce della fede, e con fede significa anche quelle piccole cose che riusciamo a dare e che riusciamo ad avere dall’ammalato diventa un camminare insieme a lui, diventa la sapienza del malato che contraddice i sapienti che di fronte al mondo della sofferenza interroga chi crede che senza i malati o i moribondi o i vecchi si può stare meglio. Ecco questa logica della società del servirmi di te perché mi fai comodo e se non sei un malato e allora ti do importanza, se no se ci sei o non ci sei non conti nulla. Purtroppo anche nelle relazioni di coppia, tra fratelli e sorelle, nell’amicizia, nel lavoro, quando non si cerca di vedere l’altro come una ricchezza, chi ha il talento come me, non sempre riesco a vederlo come colui che è speranza per camminare insieme.

Alla fine di questa lunga intervista alleghiamo il testo del Messaggio scritto quest’anno da Papa Francesco per la XXIII Giornata del Malato.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2015

 

Sapientia cordis. «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (Gb 29,15)

 

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della XXIII Giornata Mondiale del Malato, istituita da san Giovanni Paolo II, mi rivolgo a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario.

Il tema di quest’anno ci invita a meditare un’espressione del Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (29,15). Vorrei farlo nella prospettiva della “sapientia cordis”, la sapienza del cuore.

  1. Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (3,17). È dunque un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio. Facciamo nostra, pertanto, l’invocazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). In questa sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i frutti della Giornata Mondiale del Malato.
  2. Sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di Giobbe che contiene le parole «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo», si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova (vv.12-13).

Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e “piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa.

  1. Sapienza del cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Gesù stesso ha detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!

  1. Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello. Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Per questo, vorrei ricordare ancora una volta «l’assoluta priorità dell’“uscita da sé verso il fratello” come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Dalla stessa natura missionaria della Chiesa sgorgano «la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (ibid.).

  1. Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: «Poi sedettero accanto a lui in  terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore» (Gb 2,13). Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto.

L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014).

Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo.

  1. Affido questa Giornata Mondiale del Malato alla protezione materna di Maria, che ha accolto nel grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore.

O Maria, Sede della Sapienza, intercedi quale nostra Madre per tutti i malati e per coloro che se ne prendono cura. Fa’ che, nel servizio al prossimo sofferente e attraverso la stessa esperienza del dolore, possiamo accogliere e far crescere in noi la vera sapienza del cuore.

Accompagno questa supplica per tutti voi con la mia Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 dicembre 2014

Memoria di San Francesco Saverio

Francesco

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