Polizia

Il casus belli che ha originato l’oeprazione denominata “Dirty Glass”, volendo tradurre in “vetro sporco”, è stato questo: una busta chiusa contenente alcune munizioni indirizzata al “signor Luigi” e un biglietto con su scritto: “Bastardo devi pagare”. Tutto è nato da qui: da una denuncia presentata nel 2017 ma rivelatasi in seguito una notizia di reato falsa, costruita ad arte con la complicità di un ex poliziotto. Da questo elemento sono partite le indagini condotte dalla squadra mobile che hanno portato agli arresti del 16 settembre, di 11 persone. Gli elementi raccolti dagli investigatori, anche alla luce delle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, hanno consentito di accertare che era stata in realtà simulata un’estorsione ai danni di Luigi De Gregoris, risultante uno dei destinatari della misura cautelare in carcere, con lo scopo di attribuire la responsabilità ad altri soggetti e di aver dato mandato ad Armando Di Silvio di recuperare la somma di 50mila euro versata a titolo di caparra confirmatoria a De Gregoris per l’acquisto di un terreno. Da quel momento sono scattate le intercettazioni per verificare l’identità dell’autore delle intimidazioni apparentemente indirizzate proprio a De Gregoris, ma gli investigatori scoprono ben altro e accertano una serie di reati di matrice economica riconducibili proprio all’uomo, che fa capo in realtà all’imprenditore originario di Terracina Luciano Iannotta. Dietro il nome di De Gregoris e alle imprese da lui rappresentate si nascondeva in realtà Iannotta, reale amministratore di numerose attività. L’esistenza di numerosi procedimenti penali a suo carico aveva fatto emergere la necessità di schermare la propria partecipazione a un elevato numero di società attraverso l’utilizzo di prestanome, uomini di sua fiducia come Luigi De Gregoris. Le operazioni di intestazione fittizia era in realtà finalizzata al riciclaggio di proventi di attività illecite. L’acquisizione di libri contabili aziendali hanno poi permesso agli investigatori di accertare reati di bancarotta fraudolenta realizzati per subentrare nella gestione di aziende in dissesto e vicine al fallimento, sottraendo così ai creditori i principali assets al di fuori di procedure concorsuali, come nel caso delle società riconducibili a un gruppo di proprietà di Franco Paglioroli. La squadra mobile ha registrato una serie di operazioni di riciclaggio di fondi illeciti riconducibili a due soggetti campani, Gennaro e Antonio Festa, che tramite la simulazione di compravendite immobiliari e aumenti di capitale sociale, reimpiegavano centinaia di migliaia di euro nelle imprese di Luciano Iannotta. Nelle carte dell’inchiesta emerge la figura di Pasquale Pirolo, 71 anni, originario di Caserta, personaggio considerato contiguo ai clan di camorra e con un ruolo attivo in questa rete nel mettere in contatto i fratelli Festa con Iannotta per consentire il riciclaggio di denaro attraverso la ricapitalizzazione della società Italy Glass. Il Gip ricostruisce poi nell’ordinanza che Pirolo avrebbe dimostrato particolare disinvoltura nell’intervenire presso un funzionario dell’Agenzia delle Entrate di Roma, rimasto non identificato, per consentire proprio a Iannotta di risolvere un contenzioso dietro il pagamento di una tangente di 25mila euro. Altri reati sono stati accertati contro la pubblica amministrazione da parte di Iannotta, Natan Altomare e ancora De Gregoris, responsabili anche di turbativa d’asta in relazione alla procedura esecutiva di beni di proprietà di una società riconducibile all’imprenditore di Terracina. In un’altra occasione il gruppo è stato coinvolto nell’apparente corruzione di un funzionario della Regione Lazio, grazie al rapporto di Altomare con alcuni imprenditori e funzionari pubblici, per l’aggiudicazione di una procedura aperta per fornitura di cassonetti per la raccolta dei rifiuti. Un episodio che si è poi però rivelato una truffa ordita per ricavare da Iannotta la somma di 600mila euro in contanti. Quest’ultimo, accortosi del raggiro, si era messo subito alla ricerca dei responsabili, insieme ad Altomare e Pio Taiani. Due presunti complici, rintracciati, sono stati minacciati con armi da fuoco anche grazie alla complicità del figlio di Iannotta. Tutto si era consumato all’interno di un capannone della Akros Holding, società londinese. Emerge poi il ruolo di due carabinieri, entrambi finiti ai domiciliari. Mentre il gruppo cercava gli autori della frode, acquisiva parallelamente informazioni dal maresciallo Michele Lettieri Carfora  che all’epoca in servizio al Nucleo operativo di Terracina, che effettuava accertamenti abusivi nella banca dati Sdi delle forze di polizia. Il colonnello dei carabinieri Alessandro Sessa si faceva promettere utilità per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio, rilevando notizie e informazioni tecniche riservate sulle modalità di attivazione e disturbo della registrazione di intercettazioni ambientali da parte della polizia giudiziaria. Le indagini hanno documentato una serie di incontri tra il colonnello e il maresciallo finalizzati proprio ad assumere informazioni su procedimenti penali in corso. E sono emersi alla fine i contatti di Iannotta con il mondo della criminalità organizzata, di cui sapeva servirsi per intimidire altri imprenditori. In particolare i due collaboratori di giustizia del clan Di Silvio, Renato Pugliese e Agostino Riccardo, hanno permesso di accertare un’estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un imprenditore locale, un episodio che però non era mai stato denunciato dalla vittima. Pugliese e Riccardo, per il loro intervento, avevano riscosso la somma di 2650 euro ricevuta da Franco Cifra, un altro degli arrestati nell’operazione, titolare di una nota attività commerciale del capoluogo, che aveva emesso per l’occasione una falsa fattura. L’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma ha portato nella mattinata del 16 settembre a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 12 persone, di cui quattro sottoposti alla custodia cautelare in carcere, sette ai domiciliari e uno alla misura del divieto di dimora nella provincia di Latina. Agli indagati si sono contestati a vario titolo, reati fiscali e tributari, violazioni della legge fallimentare, estorsione aggravata dal metodo mafioso, intestazione fittizia di beni, falso, corruzione, riciclaggio, accesso abusivo a sistema informatico, rivelazioni di segreto d’ufficio, favoreggiamento reale,  turbativa d’asta, sequestro di persona e detenzione e porto d’armi da fuoco. Eseguito anche il sequestro preventivo di 4 società.

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