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Una battaglia che ha sconvolto il corso della storia del Meridione d’Italia, spalancando la porta alla prima delle sei famiglie straniere che hanno regnato nel regno di Napoli per secoli. Siamo nel 1266 e si vedono contrapposti due eserciti:  le truppe ghibelline di Manfredi di Sicilia contro le truppe guelfe di Carlo d’Angiò. Ma vediamo chi era Manfredi. Nacque a Venosa in Basilicata nel 1232,   figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, , la quale fu sposata prima della morte dall’Imperatore (rimane dubbio se con questo atto Manfredi risultasse legittimato). Studiò a Parigi e a Bologna; e dal padre apprese l’amore della poesia e della scienza, amore che mantenne da re. Portò dapprima il cognome di Lancia. Sposò alla fine del 1248 o al principio del 1249 Beatrice di Savoia vedova del marchese di Saluzzo e ne ebbe una figlia, chiamata Costanza. Nipote di Costanza D’Altavilla che aveva sposato Enrico VI., alla morte del padre (1250) fu reggente di Sicilia per il fratellastro Corrado IV allora in Germania. Morto Corrado (1254), tentò di ottenere il riconoscimento del fanciullo Corradino e della propria posizione da parte del papa; di fronte all’ostilità del pontefice, riparò a Lucera dove si impadronì del tesoro degli Svevi e in una guerra di tre anni riconquistò contro il legato pontificio tutto il regno di Sicilia, facendosi incoronare re a Palermo (1258) dopo aver diffuso ad arte la voce della morte di Corradino. Riprese la politica degli Svevi in Italia e si inserì ovunque nelle lotte delle fazioni cittadine, fino alla vittoria di Montaperti (1260) che segnò il culmine della sua potenza. Ma la Chiesa continuava ad essergli ostile (era stato scomunicato una prima volta nel 1254, provvedimento poi ribadito da numerosi pontefici), finché il papa Urbano IV offrì il regno a Carlo I d’Angiò (1263), il quale ottenne l’aiuto dei banchieri toscani. Carlo dunque decise di muovere guerra a Manfredi che lo stava aspettando, Il tempo stringeva anche perché la situazione economica di Carlo era pessima, non avendo denaro neanche per pagare le truppe mercenarie del suo seguito. Vi erano stati anche numerosi screzi col pontefice, per le continue richieste di denaro fatte da Carlo e per i saccheggi compiuti dal suo esercito. Nel frattempo Manfredi convocò i baroni, i feudatari e ordinò loro di preparare l’esercito chiamando alle armi i vassalli. La difesa era organizzata, con la sistemazione in punti chiave di vari contingenti tra cui quello Riccardo di Caserta, cognato di Manfredi, che aveva avuto il compito di presidiare col suo esercito il ponte di Ceprano. Manfredi aspettava invece a Capua, col grosso delle truppe, per poter far fronte ad un’eventuale sfondamento delle linee difensive, o in casi estremi poter ripiegare nell’entroterra del regno. A causa di numerosi tradimenti tra i suoi uomini, le difese iniziarono a cadere, tra cui quelle del ponte di Ceprano, abbandonato dai difensori in maniera tanto vile che Dante riprendendo il tradimento di Ceprano nel canto XXVIII dell’Inferno della Commedia scrisse: a Ceperan, là dove fu bugiardo ciascun Pugliese riferendosi alla bolgia dove sono posti coloro che compirono atti cattivi e scandali. Avanzando ancora le truppe di Carlo, Manfredi si spostò da Capua a Benevento, meglio collegata con la Puglia, e, potendo sperare nei rinforzi, decise inizialmente di temporeggiare per non affrontare in una battaglia campale il rivale Carlo d’Angiò, che nel frattempo dopo una marcia d’avvicinamento attraverso Venafro, Alife e Telese era giunto a poche miglia dall’accampamento di Manfredi, che era sito lungo il corso del fiume Calore. In quel momento le forze angioine erano di circa 3.000 cavalieri mentre 3.500 erano quelli di Manfredi, con alcune migliaia di arcieri. La battaglia ebbe inizio il 26 febbraio del 1266, quando Manfredi effettuò un attacco di fanteria su di un lato della collina, sempre nei pressi del fiume Calore, riuscendo a sommergere di frecce la fanteria francese, avendo nei ranghi numerosi e temibili arcieri saraceni, che comunque furono scompaginati da una carica di cavalleria avversaria. Il resto della cavalleria di Manfredi era lungo la strada per Benevento, ma la cavalleria francese,  approfittando di un’assottigliarsi momentaneo dello schieramento, per poter attraversare il ponte, attaccò e iniziò una mischia talmente furibonda che gli arcieri non potevano intervenire, in quanto non si distingueva l’amico dal nemico.
Durante la mischia Manfredi ordinò alle truppe di riserva di intervenire, ma molti tradirono, fuggendo. Tra questi vi erano il conte di Molfetta e alcuni baroni pugliesi, oltre al conte di Caserta, cognato del re.
Manfredi stesso morì in battaglia, tanto da risultare disperso a battaglia finita al calar della sera, quando si era ormai consumata la sconfitta totale del suo schieramento. Il suo corpo venne ritrovato tre giorni dopo sul luogo della battaglia.
Con questa battaglia l’Italia meridionale e la Sicilia passarono sotto il dominio angioino. Il cadavere fu sepolto presso un ponte, poi fu fatto disseppellire e disperdere dall’arcivescovo di Cosenza, su ordine di papa Clemente IV. Manfredi viene citato nella Divina Commedia in quanto
Dante lo colloca tra i contumaci dell’Antipurgatorio e ne fa il protagonista del Canto III della II Cantica. Dopo che Dante e Virgilio hanno incontrato le anime dei morti in contumacia sulla spiaggia del Purgatorio, una di queste si fa avanti e chiede al poeta se lo abbia mai visto. Dante lo osserva e lo descrive come un uomo bello, biondo e di aspetto nobile, con un ciglio diviso in due da una ferita. Dopo che Dante ha negato di conoscerlo, il penitente mostra una piaga sul suo petto e si presenta come Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza d’Altavilla; prega Dante di riferire la verità sul suo destino alla figlia Costanza, una volta tornato sulla Terra. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento, si pentì dei suoi orribili peccati e chiese perdono a Dio, che gli concesse per questo la salvezza: se il vescovo di Cosenza, spinto da papa Clemente IV a dargli la caccia, si fosse reso conto di questo, il suo corpo sarebbe ancora sotto il mucchio di pietre presso il ponte dove fu sepolto, invece di essere stato disseppellito e trasportato a lume spento lungo il fiume Liri. È pur vero che chi muore dopo essere stato scomunicato dalla Chiesa, anche se si è pentito, deve attendere nell’Antipurgatorio un tempo trenta volte superiore a quello trascorso in vita in contumacia, a meno che i vivi non gli abbrevino questa attesa con le preghiere. Manfredi prega allora Dante di dire tutto questo alla figlia Costanza, perché la fanciulla sappia che lui non è dannato e preghi per la sua anima.
Dante, attraverso la figura di Manfredi, mostra con un esempio clamoroso e inatteso come la giustizia divina segua vie imperscrutabili e possa concedere la salvezza anche a un personaggio «scandaloso» come il re siciliano, morto di morte violenta dopo essere stato scomunicato e colpito da una violenta campagna diffamatoria della pubblicistica guelfa. Il suo caso si collega a quello, altrettanto sorprendente, di Catone l’Uticense custode del Purgatorio, nonché alla salvezza del poeta pagano Stazio e dell’imperatore Traiano che Dante incontrerà tra i beati del Paradiso.

Ecco le rime corrispondenti del terzo canto del Purgatorio di Dante 103 -145:

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza».

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