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Ci muoviamo molto spesso, anche e soprattutto con le parole, senza specificarne il significato e dando per scontato cose che, per colpa o per degrado, non lo sono. Ed è il caso del vocabolario di parole tanto in voga oggi, tra cui amore, perdono, accoglienza, guerra, eccetera, che tutti usano ma nessuno si prende la fatica – perché di fatica trattasi – di spiegare. Così che sembra esserci accordo su quel che si dice, ma ognuno finisce per credere e capire ciò che vuole. Un caso importante, e per certi aspetti drammatico, riguarda il rapporto tra Islam e violenza. Tutti, chiaramente, sono ferrei sostenitori del fatto che la religione non debba macchiarsi di violenza, ma nessuno ci spiega il perché. Già, perché? La domanda può sembrare oziosa o particolarmente fastidiosa, ma superare il fastidio che una domanda ovvia può suscitare può essere molto interessante, oltre che intelligente. Domandiamoci davvero, perché, su quali basi, la violenza è un male. Su cosa fondiamo la distinzione tra bene e male. Abbiamo vissuto gli ultimi anni educati alla convinzione in cui l’unico dogma (anche in ambito cristiano e sedicente cattolico) è che di dogmi non ce ne sono. Di relativismo non si parla più perché esso è ormai diventato ossigeno (per quanto avvelenato) e non si parla mai delle cose che diamo per ovvie e scontate. Solo che tra ovvietà e banalità poi saltano fuori contraddizioni palesi. Come si può credere nel relativismo e poi pretendere che altri rinuncino ai propri convincimenti? Con quali ragioni (sì, ragioni, non esperienze) si può dire al mondo islamico (ma anche ad un semplice islamico) che egli debba rinunciare alla violenza (ammesso e non concesso che la violenza sia connaturale alla fede islamica)? L’ultimo esempio riguarda alcune parole del cardinale Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il quale in un’intervista al quotidiano tedesco Zeit (riportata in alcuni passaggi dal quotidiano italiano Il Foglio), il quale ha dichiarato: “la violenza contraddice la volontà di Dio”. Senza spiegare il perché. Un’affermazione così perentoria, priva però di fondamento, rischia di essere un dogma in cui crede solo chi crede all’autorità di chi l’ha pronunciata. Allo stesso tempo in un mondo cattolico devastato da una teologia delle esperienze, banalizzando e irridendo lo studio del catechismo e della dottrina cristiana, con quali aspettative di successo può un cardinale parlare sperando di essere compreso se non spiega le ragioni delle sue affermazioni? Rimane il grande dilemma sul perché delle cose. Ma questo interrogarsi è possibile solo se si crede nell’esistenza di una verità, di una distinzione tra bene e male. Non sempre è stato così e non tutto è sempre stato così ovvio e palese come noi oggi lo consideriamo. È necessario tornare alle radici, alla base dei discorsi, alla comprensione delle singole parole, delle verità prime. Solo allora sapremo realmente chi siamo (il solito problema dell’identità) e solo allora potremo davvero dialogare (quello di oggi è un inutile e vuoto parlarsi addosso).

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