[IlBigotto] L’amorevole pratica dell’utero in affitto e l’amorevole fine dei diritti

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L’ideologia è una brutta bestia, forse al pari delle droghe crea dipendenza. E quando si parla di ideologia, ovviamente, i potenti del mondo, aiutati dai fidi politicanti e dai loro scagnozzi del giornalismo, non badano a ignorare gli aspetti e i risvolti più paradossali e controproducenti all’ideologia stessa. Così in merito all’utero in affitto non si è sentito nessuno dei fautori di questa pratica rispondere all’obiezione (una delle tante) su cosa accade quando, se la vita umana è un diritto, qualcuno – in nome della legge – decide di non esercitare più, magari in nome dell’amore, questo diritto. Altrettanto ovviamente nessuno ha avuto il coraggio (e forse anche l’autorizzazione) per porre queste domande. Così rimane inevasa una domanda centrale. La risposta, però, com’era immaginabile, arriva dalla realtà, che anche quando è squallida sa essere più illuminante di ogni ideologia. “Di chi è un bambino nato tramite maternità surrogata, o utero in affitto, che dir si voglia? Di chi lo vuole e lo ama, recita il mantra politicamente corretto, sostituendo completamente i sentimenti alla genetica. Il problema, però, è che i sentimenti finiscono. E allora che si fa?“ [Fonte: ilprimatonazionale] Nei civilissimi Stati Uniti, quelli dove #lovewins, l’amore ha vinto, quelli dove lo stesso amore prevede la pena di morte, l’attrice Sherri Shepherd, che ha “avuto” un bambino tramite l’utero di una giovane cameriera (il seme era del compagno), dopo la separazione dal marito ha deciso di “comparire come madre nel certificato di nascita, di pagare gli alimenti e ha persino negato al piccolo la sua assicurazione sanitaria.” Il giudice al momento le ha dato torto, ma non è da dubitare che la sentenza, sempre in nome dell’amore, venga ribaltata. E non c’è opposizione che tenga di fronte a sterili (come queste pratiche) e ridicoli fondamenti come quelli dell’amore. Purtroppo però tant’è e quel che più preoccupa è la carenza di una seria e forte opposizione. Chi potrebbe tace, chi vorrebbe non ha i mezzi per farlo e siamo ormai vittime di una dittatura feroce, arrogante e vile. L’unica forma di salvezza e di libertà, al momento, è quella di sottrarsi a questi diktat, anche subendo la stupidità di chi altro non sa dire che unire il suo vociare a quello del politicamente e mediaticamente corretto; sottrarsi e provare, per quel che si può, a seminare il piccolo orto circostante. Chissà che una piccola oasi di verde nel dilagare del deserto, non riesca a rendere possibile e immaginabile uno stralcio di futuro.

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