[IlBigotto] – La Messa è finita

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Sulla fine della Chiesa cattolica in tanti hanno pontificato, in tantissimi hanno operato, nessuno vi è riuscito. Si sono inferte, questo sì, ferite mortali, ma la Chiesa ha come elemento costitutivo Colui che dalla morte ne è uscito vincitore. Questo, ovviamente, non deve far pensare che tutto sia possibile, passabile e tollerabile. Certo, la speranza è che Dio tragga il bene dal male, ma questo non significa perpetrare il male in nome di un ingiustificato indulto eterno; sia perché fare il male non è mai un bene, sia perché dal male compiuto non sempre si trae il bene, e più di qualcuno può rimanere scandalizzato e ferito (anche pesantemente). Così si ha notizia dell’ennesima idiozia clericale. Usare altri termini appare improprio.

In un paesino delle Marche […] ieri sera (9 settembre N.d.R.) processione con messa in onore della Madonna Addolorata che viene portata in pellegrinaggio ogni sera in una chiesa diversa dove si celebra l’eucarestia con concorso di popolo. Dopo la prima lettura e il salmo responsoriale viene annunciata la seconda lettura:”Dalle parole di papa Francesco”, e viene letto un brano di un suo discorso. Al termine di questa “seconda lettura”, come di consueto, viene detto:”parola…..della chiesa”. Segue un momento di silenzio imbarazzato e alla fine si risponde: “Rendiamo grazie a Dio”.  [messainlatino]

Commentare è diventato anche inutile e stancante. Si potrebbe ricordare l’ovvio, implorare l’intervento di un’autorità che con il suo silenzio è complice e, forse, anche colpevole. Perché poi tornano alla memoria episodi personali. Come quando feci presente ad un parroco di Roma della disobbedienza della prassi del movimento di cui faceva parte (e di cui si serviva nella sua parrocchia) rispetto a quanto sancito dalla Chiesa e lui, tra il sicuro e lo sfrontato, mi rispose: Se la Chiesa non ce lo vieta possiamo farlo”. Non riuscii, colpa mia, a fargli capire che, nella legge, la Chiesa lo vietava eccome, così come non riuscii, sempre colpa mia, a domandargli cosa debba fare l’autorità ecclesiastica perché i suoi ministri esercitino un minimo di lucidità e la finiscano di giocare con le cose sacre. Alla fine, siccome nessun gendarme vaticano veniva a sbatterlo al muro e di fronte alla responsabilità del suo atto di obbedienza mancato, paradossalmente aveva ragione lui.

Ma, dicevamo, è inutile entrare nel merito. Da due anni a questa parte la scissione (una delle tante) in seno alla Chiesa non è più tra cattolici e innovatori, ma tra fan di un Papa piuttosto che di un altro. Così oggi, che va di moda tifare capitan Bergoglio, diventa stucchevole discettare di liturgia, obbedienza alle norme, coerenza e quant’altro. Eppure qualcuno dovrà pur farlo. Non tanto per porvi rimedio (non potranno farlo dei laici e il clero gode della ricreazione) quanto per poter dire alle generazioni future che, in qualche modo e in qualche dove, la fede si è conservata. E tentare disperatamente, lavorando sulle unità e non sulle masse (con lo sconforto di destinarle al tifo da stadio) di salvare il salvabile. Fare come consigliava il Cristo dell’altare del don Camillo di guareschiana memoria:

Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”. [G. Guareschi – Don Camillo e don Chichì]

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