IlBigottoChe cos’è la felicità? Una delle domande esistenziali. Una delle domande così fondamentali cui oggi nessuno risponde. Eppure della felicità, un po’ come l’amore, tutti ne parlano. Tutti ne parlano, tutti la cercano, tutti la vogliono, ma nessuno sa definire cosa sia. Curioso, no? Eppure non è una novità; è l’ideologia verbale e comunicativa in cui oggi siamo immersi. Ideologia per la quale si perseguono cose che ognuno interpreta a modo suo. Uno dei tanti figli legittimi del relativismo. Ma insomma, cos’è questa felicità? Difficile rispondere, facile avere la pretesa di avere una risposta. C’è chi pensa che la felicità sia l’appagamento dei sensi; ma se così fosse essa è fugace, non basta averla raggiunta che è già svanita. Non basta ottenerla che già si desidera altro. Perché questa visione “consumistica” non contempla la natura fallata dell’essere umano. Un essere umano che non può essere felice, perché ferito, incompleto, umano. Anche la tanto decantata promessa di Gesù di donare il centuplo, cento volte tanto, su questa terra, a ben guardare non dice che in questa vita c’è donata la felicità come appagamento dei sensi. Leggiamo:

«Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» [Mt 19, 29] 

«In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi» [Mc 10, 29-31]

Ciò che promette Gesù, innanzitutto, è legato alla rinuncia a casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa Sua e del Vangelo. Mentre noi oggi preferiamo rinunciare a Lui e al Vangelo per godere di questa vita. Insieme a tutto ciò che, inoltre, Gesù promette, c’è la persecuzione. Chi ha la prospettiva di credere che alla persecuzione sia legata la felicità? E chi, infine, parla ancora di vita eterna? Quanto piuttosto questa visione prettamente concentrata sull’oggi tolga importanza e preoccupazione per guadagnarsi un aldilà che non è scontato e garantito di diritto? Cos’è allora la felicità? Difficile rispondere. Si può provare a dire qualche cosa. La felicità non è il benessere, che passa, ma il senso di ciò che accade, che resta. Il senso che giustifica che quello che è passato non è stato vano, ma ha avuto un senso, anche se ignoto o difficile da capire, ma presente e conoscibile. Il senso che ciò che accade, bello o brutto che sia, non è figlio del caso o una condanna definitiva. Sapere che siamo destinati a molto meglio di quello che oggi viviamo e che ogni nostra colpa può essere perdonata è la più grande felicità. Ma bisogna capirlo.

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