IlBigottoIo non voglio essere felice. Lo ammetto, faccio outing. Non voglio essere felice per tanti motivi che cercherò qui di esporre, quando si tratta più di domande che di risposte. In questo bislacco mondo dove chi ha risposte viene ridicolizzato e a chi fa domande non viene risposto. Le mie risposte le ho, ma sulla felicità continuo a interrogarmi. Io, appunto, non voglio essere felice, ma santo.

Perché non si parla più di santità? Perché la santificazione, l’elevazione morale e spirituale, financo umana, è stata eliminata per sostituirla ad un abbassamento di ciò che è alto (il bene, la santità, la felicità) all’uomo. È questa inversione che lascia perplessi. Non si aspira più ad elevarsi, ma si pretende che l’alto si abbassi e si conformi alle nostre miserie non rendendo esse buone tramite conversione, ma mantenendole uguali nella sostanza ma cambiandole il nome. Perché ormai basta dirsi felici per illudersi di esserlo; quando invece dietro a tanti proclami di felicità c’è solo il tristissimo vuoto di una ricerca fallita e alla quale ci si è accontentati di un ridicolo surrogato: quello della contentezza.

Ci si dovrebbe prima ancora domandare che cos’è la felicità e che cos’è la santità. E ancora perché la felicità la vendono tutti, la santità no. Perché, ancora peggio, la santità non la propongono nemmeno coloro che sono stati incaricati a farlo, allineandosi al triste teatrino del mercatino della felicità. Mercatino che è molto spesso un mercatino dell’usato, una raccolta di nostalgie, di ricordi. Una nostalgia, in realtà, di qualcosa che non c’è mai stato.

Che poi, perché si sono equiparati i termini ‘felicità’ e ‘santità’ quando poi, se sono davvero equipollenti come si dice, si usa sempre e solo felicità? È il classico gioco delle tre carte, dove a rimetterci sono in due: la Verità e l’uomo che sinceramente la cerca, ma ad indicargliela trova solo truffatori.

Felicità e santità sono uguali? Può esserci l’una e l’altra o sono alternative? Si dirà che essere santi è essere felici e essere felici è essere santi. Eppure la santità è la felicità, ma la felicità non è la santità. Specie se per felicità si intende quello stato di moderna gaiezza che ha più aspetti ridicoli e patetici che altro. Perché per felicità si intende appagamento; per santità abnegazione, rinuncia, elevazione, sofferenza in vista di qualcosa di meglio.

A che serve godere, essere felice, in questi anni che vivrò se poi sarò dannato in eterno? Perché la felicità è per l’oggi, la santità è per sempre. È una questione di obiettivi, di priorità. E a nulla serve ostinarsi a considerarle uguali se uguali non sono. Che il mondo cerchi la felicità è sacrosanto, che la fede offra la stessa felicità molto meno. E forse i problemi nascono – per l’ennesima volta – lì: in una fede che ha smesso di essere sale, di bruciare e far male per curare, divenendo zucchero per addolcire la durezza della verità della vita.

Io non voglio essere felice, ma santo. E va ribadito in questi giorni in cui, se qualcuno ancora lo ricorda, si festeggiano proprio i santi e la santità. “Non v’è che una tristezza: quella di non essere santi” [Leon Bloy]

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