IlBigotto2Apriamo questa rubrica, IlBigotto,con un’interessantissima notazione etimologica proprio sul termine ‘bigotto’. Da Wikizionario: “si diceva di persone assidue nel sacramento della confessione e rigorose nel rispetto dei precetti religiosi”. Il bigotto, deduco, è una persona seria. Uno che crede e, visto che crede, fa quello che quel credo prevede. Non è certo perfetto, sbaglia anche più degli altri, ma a differenza degli altri non ricama sui propri limiti il suo credo. Non crede a sé stesso, ma a qualcosa fuori da sé e cerca di uniformarsi a questo. Non ci sarebbe niente di assurdo, anzi sarebbe da stimare e lodare, anche solo per la coerenza. Poi però il termine bigotto ha assunto una valenza negativa, dispregiativa. Sempre da Wikizionario: “di persona che ha una religiosità solo esteriore, non riscontrabile nei fatti” e “di persona o pensiero che mostra una grande religiosità unita ad altrettanta intolleranza e mancanza di flessibilità”. Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché l’assiduo ricorso alla Confessione e il rispetto dei precetti religiosi siano una cosa da disprezzare o da considerare sintomo di una religiosità solo esteriore e, peggio, di intolleranza e mancanza di flessibilità. In questa analisi etimologica ci appare nella sua meravigliosa tristezza e miseria intellettuale tutto il panorama – specie religioso – attuale. Nel quale si richiama tanto all’apertura, al dialogo, all’incontro e all’interiorità, ma in un modo palesemente strumentale. Infatti oggi quello che una volta era un bravo cristiano, oggi è un bigotto. Quello che una volta era un uomo saldo di fede, oggi è un intollerante. C’è qualcosa che non va; e non è il cristiano (oggi bigotto) a essere cambiato, ma la mentalità circostante, specie quella che gli dovrebbe essere più vicina e solidale, cioè quella ecclesiale. Invece, proprio attraverso il linguaggio – che solo gli stolti e i criminali considerano accessorio e non sostanziale – si è operata una distorsione della realtà. Attraverso i grimaldelli linguistici dell’apertura, del dialogo, eccetera, si è riusciti a far credere (perché l’operazione è perfettamente compiuta e riuscita) che una persona seria, pur nella sua semplicità, sia uno schifoso bigotto. Si è riusciti a far credere che il pieno convincimento nel proprio credo, che si chiama laicamente ‘coerenza’, sia invece intolleranza e mancanza di flessibilità (dove a colpi di flessibilità si snatura il credo e la religiosità, cioè tutto). Si è riusciti a far credere che a una diversa esteriorità corrispondesse una stessa interiorità. La conferma dell’infondatezza e dell’evidente strumentalizzazione di tutto questo sistema teorico sta nell’applicazione di tutte queste dottrine agli stessi che le sostengono. Provate a domandare a uno di quei personaggi che con sprezzante arroganza vi additano come bigotti se è disposto a mettere in discussione i propri convincimenti in nome della flessibilità, dell’apertura e del dialogo. Provate a domandare a uno di questi stessi personaggi se è disposto a tollerare anche un solo piccolo cambiamento a tutto l’apparato di invenzioni che hanno apportato alla ritualità (la religiosità esteriore) ortodossa, normata da chi di dovere: riceverete uno sguardo perso nel vuoto e un silenzio assordante. Il silenzio di chi non è capace di applicare a sé stesso quello in cui dice di credere. Non sarà un bigotto, ma non è nemmeno coerente né tantomeno credibile.

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