[IlBigotto] – Dal cantare la Messa al cantare nella Messa

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Chi canta prega due volte, si dice abbia detto niente meno che sant’Agostino. Ed è uno dei tanti ritornelli, non solo delle canzoni, che si sente ripetere spesso per giustificare le canzoni all’interno della liturgia, in particolar modo di quella della Messa. Già la questione semantica è piuttosto indicativa dell’esistenza di un problema e anche, mi sia permesso, della sua causa. Infatti oggi si parla di canzoni da cantare nella Messa, non più di canti. Anche per questo la questione sulla musica e i canti liturgici è divenuta problematica – come tutto il resto – all’interno della Chiesa cattolica. Un ottimo saggio da leggere in proposito è quello di Mattia Rossi Le cetre e i salici (di cui abbiamo già parlato qui), ma c’è, in sintesi, una constatazione da fare che “spiega” il cambiamento che c’è stato. Si è infatti passati dal cantare la Messa al cantare nella Messa. La prima formulazione è quella sancita dal Magistero. Così infatti stabiliva Pio XII: “Essa, dunque, nulla può compiere di più alto e di più sublime dell’ufficio di accompagnare con la soavità dei suoni la voce del sacerdote che offre la vittima divina, di rispondere gioiosamente alle sue domande insieme col popolo che assiste al sacrificio, e di rendere più splendido con la sua arte tutto lo svolgimento del rito sacro.” [Pio XII – Musicae Sacrae Disciplina] La seconda è quella in uso oggi, in contrasto con quanto insegnato in precedenza (con tutto quello che significa) dove appare legittimo, quasi doveroso, approfittarsi del rito della Messa per mettere in mostra le proprie (vere o presunte) abilità canore, di strimpellatori e di elaboratori di testi. Perché le canzonette pop oggi in uso nelle chiese sono spesso il perfetto risultato del lavoro di ragazzi e ragazze in assoluta buona fede, istigati al ridicolo e al melenso da un clero che abbandonato il suo munus sanctificandi per sostituirlo con uno d’intrattenimento.

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