Funerale Cerciello

Il carabiniere Mario Cerciello Rega non si è difeso. Non ha fatto in tempo, per l’aggressione fulminea e non aveva con sé la pistola d’ordinanza che aveva invece il collega Andrea Varriale, impegnato in una colluttazione distante da lui con Natale Hjorth e impossibilitato a correre in aiuto del vicebrigadiere fin quando i due non si sono dati alla fuga. “Aveva solo le manette. Se anche avesse avuto la pistola non avrebbe avuto la possibilità di reagire”, ha detto il colonnello Francesco Gargaro nel corso di una conferenza stampa nella sede del Comando Provinciale Carabinieri di Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina. Che la vittima fosse disarmata si legge anche nell’ordinanza di convalida del fermo dei due americani, a demolire la legittima difesa putativa ipotizzata dalla difesa di Elder Finnegan Lee.  E’ questa la notizia che da qualche ora rimbalza nelle testate che di per sé pone qualche dubbio sull’intervento che è costata la vita dei carabinieri. “Basta, fermati, siamo Carabinieri!”, sono state le ultime parole del carabiniere nel disperato tentativo di salvare la sua vita e anche quella di Finnegan Lee Elder, il diciannovenne di San Francisco che colpendolo con 11 coltellate si è lasciato aperta solo una strada, quella che porta con ogni probabilità all’ergastolo. Gli ultimi istanti di vita del vice brigadiere che ha ricevuto oggi il saluto di tante persone nella chiesa di Somma Vesuviana dove si era sposato un mese fa, sono descritti nell’ordinanza con la quale il Gip Chiara Gallo ha convalidato l’arresto di Lee e del suo amico Natale Hjorth. Li racconta il collega Andrea Varriale: “Il vice brigadiere Cerciello Rega, a breve distanza da me, ingaggiava una colluttazione con l’altro giovane e ricordo di aver sentito le urla del mio collega” che diceva “fermati siamo carabinieri, basta”. E poi, con le ultime forze prima di accasciarsi: “mi hanno accoltellato”. Tredici pagine nel quale il giudice ricostruire i fatti fin qui accertati e apre nuove domande, alle quali le indagini dovranno dare una risposta. Una su tutte: perché nella prima ricostruzione fornita dagli investigatori si è sostenuto che la segnalazione del furto dello zaino è stata fatta da Sergio B. attorno alle 2 al 112 quando, si scopre oggi, un’ora prima sia Cerciello Rega sia il suo collega Andrea Varriale erano a Trastevere e quest’ultimo con altri Carabinieri avevano già identificato Sergio B. e avevano saputo del furto dello zaino? Nel provvedimento il giudice affronta invece tutti i motivi per i quali l’unica misura adeguata per Elder e Hjorth è la custodia cautelare in carcere. C’è il pericolo di fuga, innanzitutto, visto che i due quando sono stati fermati stavano per lasciare l’albergo. E c’è il rischio di reiterazione del reato, come ha scritto il Gip, “desumibile dalla disponibilità di armi di elevata potenzialità offensiva”, un coltello da marines con una lama di 16 centimetri che ora bisognerà accertare dove sia stato comprato e perché. Ma, soprattutto, c’è una “totale inconsapevolezza” da parte dei due “del disvalore delle proprie azioni“: un dato di fatto emerso negli interrogatori nel corso dei quali “nessuno dei due ha dimostrato di aver compreso la gravità delle conseguenze delle proprie condotte, mostrando un’immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età, dal grado di violenza che connota le condotte di entrambi”. Un comportamento dal quale emerge una “totale mancanza di autocontrollo e capacità critica” di Elder e Hjorth e che viene fuori anche da un altro particolare che il Gip cita nell’ordinanza. Dopo aver ucciso il vice brigadiere ed esser tornati in albergo i due si sono messi a dormire, come se nulla fosse accaduto. Per il padre Ethan Elder, però Lee è una “brava persona”, che si trova in una “situazione precaria”. E che continua a ribadire di “aver avuto paura” quando ha tirato fuori il coltello e colpito il vice brigadiere. “Non avevo capito che fosse un carabiniere, credevo fosse uno dei pusher” ha raccontato al suo difensore Francesco Codini che lo è andato a trovare in carcere. Ma non ha potuto negare che l’atteggiamento di Cerciello Rega non fosse proprio quello di qualcuno che volesse aggredirlo. “Mentre mi teneva fermo non ha mai estratto la pistola”, ha  raccontato agli inquirenti. Intanto non è ancora arrivata in procura l’informativa in relazione alla foto scattata nella caserma dei Carabinieri in cui si vede Natale Hjort bendato e con le mani legate che ha scatenato polemiche e sulle quale è tornato in piena notte anche il premier Giuseppe Conte. E’ un trattamento, ha detto, “che non risponde ai nostri principi e valori giuridici, anzi configura gli estremi di un reato. Bene ha fatto l’arma ha individuare il responsabile e a disporre il suo immediato trasferimento”.  Intanto continua a fare scandalo la foto diffusa in questi giorni, in cui uno dei due giovani americani accusati di aver ucciso a Roma il carabiniere Mario Cerciello Rega, appare bendato e ammanettato negli uffici degli investigatori romani. “Good morning Guantanamo”, si intitola così un comunicato della Camera Penale di Milano che si riferisce esplicitamente alla foto. Nella nota dei penalisti si parla, riferendosi a quell’ immagine che ha suscitato molte polemiche, di “un sistema di tortura, forse, fuori dallo schema legale che non sappiamo con esattezza per quanto si sia protratto, né in occasione di quali accadimenti: prima, durante o dopo la verbalizzazione delle ‘spontanee’ dichiarazioni; uno spettacolo che non avremmo voluto vedere neppure ‘al lordo’ del dolore e della concitazione degli operanti dopo l’omicidio di un collega, che non fa onore all’Arma – i cui vertici hanno immediatamente preso le distanze dagli autori promuovendo iniziative penali e disciplinari – che potrebbe persino portare alla inutilizzabilità degli atti investigativi, che non aiuta il corso della giustizia e non illustra l’immagine di un Paese che dovrebbe essere di diritto“. Il comunicato dei penalisti conclude che tale vicenda è “qualcosa che, a prescindere se chi ha subito tutto ciò sia o meno responsabile di un fatto di sangue, non avremmo voluto che accadesse, non da noi, che non vorremmo mai che fosse solo la punta di un iceberg, per non scoprire con orrore di esserci risvegliati in un luogo dove non vorremmo essere e sentirci dire: benvenuti a Guantanamo, Italia”.

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