Altra ordinazione sacerdotale nella Diocesi di latina. Infatti ad essere ordinato pastore del gregge del popolo di Dio è stato Alessandro Aloè, nato a Latina, originario della parrocchia di Santa Rita, che ha 32 anni d’età. Dopo gli studi universitari, al termine dei quali ha conseguito la laurea in Ingegneria meccanica, è entrato nel Seminario interdiocesano di Anagni. Presso questa struttura lo scorso anno ha terminato il ciclo di studi, dopo aver frequentato l’Istituto Teologico Leoniano, conseguendo il baccellierato in Sacra Teologia. Successivamente, per l’anno 2019/2020 ha frequentato il cosiddetto “Anno pastorale”, sempre presso il Seminario di Anagni, un momento formativo necessario nel suo cammino verso il sacerdozio. Nel frattempo, lo scorso 8 dicembre è stato ordinato diacono transeunte, continuando a prestare servizio come collaboratore pastorale presso la parrocchia di San Luca a Latina. Ecco ciò che ha detto il presule del capoluogo nell’omelia di ordinazione:

OMELIA

29 giugno 2020, Solennità dei SS. Pietro e Paolo

Latina, cattedrale di S. Marco,

Ordinazione presbiterale di Alessandro Aloè

+ Mariano Crociata

Scegliere di celebrare l’ordinazione in un giorno come questo contiene, almeno in nuce, una visione di Chiesa e di vita cristiana, svela una opzione, in qualche modo compromette chi lo fa.

Questa è una giornata eminentemente apostolica, dominata dalle due figure che più incisivamente sono all’origine della tradizione cristiana, Pietro e Paolo, giustamente designati come principi degli apostoli. L’apostolicità definisce l’identità della Chiesa a un titolo speciale, perché le garantisce il legame costitutivo con l’origine e il fondamento, cioè l’incontro e la conoscenza di Cristo. Senza rapporto con Lui non c’è cristianesimo e non c’è Chiesa. Per questo bisogna far nostro con intelligenza e passione il senso di ciò che stiamo compiendo. Vale in particolare per te, caro Alessandro, come per tutti noi ordinati, e vale per tutti i fedeli. Vedo tre passi che il carattere apostolico della Chiesa e della fede chiede di fare.

Per il primo passo userei la parola decentramento. Tutta l’attenzione, oggi, caro Alessandro, è naturalmente puntata su di te, ed è bello e giusto che sia così. È una gioia grande, per te e per tutti noi. Ma ciò che oggi abbracci e ciò che accetti di diventare per la grazia dello Spirito Santo con il sacramento dell’ordine per il presbiterato, è metterti al servizio di un altro, in un certo senso scomparire perché un altro, l’Altro con la ‘a’ maiuscola, possa agire e vivere in altre persone. Pietro e Paolo lo hanno vissuto e mostrato in maniera esemplare: si sono fatti espropriare di se stessi per lasciare che il Signore Gesù agisse in loro e per mezzo loro. Già la fede, ma ancora di più il ministero ordinato, consegna la persona a Dio, a Gesù, il quale diventa – per me e per te, come per ogni credente – il Signore, colui che guida e orienta l’esistenza. Il paradosso – lo sappiamo – è che, a farsi strumenti e servi di Cristo, non si diventa meno se stessi, lo si diventa anzi di più, la nostra stessa realizzazione umana raggiunge la sua compiutezza. Del resto siamo fatti per Lui e in Lui troviamo noi stessi. Per questo Gesù dice: «Chi accoglie voi, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40). Il termine e il compimento di tutto è Lui, sia per noi suoi inviati, sia per coloro ai quali siamo mandati. Anche tu ora, anche noi siamo apostoli, cioè degli inviati; da Lui tutto ha inizio e in Lui compimento. Per questo il decentramento: l’inizio, il centro, la meta, è Lui.

Il primo passo sta dunque nello spostamento da noi stessi a Lui, a Gesù, come hanno fatto gli apostoli, lasciandosi coinvolgere e trasformare interamente. Da questo scaturisce il secondo passo, che consiste nel rapporto con Lui. La centralità di Cristo nelle nostre persone e nella nostra vita deve diventare carne e sangue, vita reale, sostanza che colma lo scorrere del tempo nella nostra vita. Di che cosa riempiamo il nostro tempo e le nostre giornate? Come alimentiamo, per quanto dipende da noi, la relazione privilegiata, e per noi esclusiva, con Gesù? Prima di arrivare agli altri – seppure non si tratti di separare questi passi – bisogna uscire da sé e concentrarsi su Gesù, riposare con Lui (li chiamò «perché stessero con lui», Mc 3,14), «rimanere» – come ripete a più riprese l’evangelista Giovanni – in Lui. Solo questo stare in Lui dà senso e fecondità ad ogni esistenza, come ad ogni ministero e testimonianza. Perché bisogna arrivare al punto che nel nostro parlare e agire sia Lui a mostrare ultimamente di farlo; scomparire perché compaia, anzi traspaia, Lui.

Di qui allora il terzo passo, quello verso gli altri, che fa uscire da noi stessi per andare verso quelli che ci sono affidati e verso chiunque incontriamo. Uscire verso gli altri per prenderci cura di loro, come Gesù e nel nome di Gesù, in comunione con la sua comunità, la Chiesa. Uscire per la cura degli altri, dunque. Gli altri hanno bisogno di tante cose, e, anche se ultimamente come tutti hanno bisogno di Dio e del suo Gesù, quando si rivolgono a noi ci chiedono le cose più disparate. Perfino quando ci chiedono cose religiose, lo fanno spesso esigendo quello che hanno in testa, quello che si sono convinti che conta e che nella loro consapevolezza è unicamente importante. Non sempre incontriamo persone che capiscono la necessità della Parola di Dio e, se chiedono i sacramenti, li intendono e li pretendono a modo loro, senza talvolta cogliere nemmeno tutta la portata di comunione con Dio e di richiesta di conversione e di adesione che contengono.

È lì che si coglie il nostro decentramento, il nostro essere centrati su Gesù, perché comunque ciò che ci sta a cuore è come farli avvicinare anche solo un poco a Lui, e niente altro. È questa in modo particolare la sfida di oggi, in cui tutti (o quasi) sono battezzati e nessuno è più (o quasi) cristiano. Le vicende degli apostoli sono lì a istruirci, con i rifiuti e le difficoltà – anzi le persecuzioni – che hanno incontrato, fino al martirio. Certo essi hanno avuto a cuore al di sopra di tutto, per sé e per gli altri, l’incontro con Gesù. Esemplare la guarigione dello storpio all’ingresso del tempio: «quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!» (At 3,6). Non è un gesto dimostrativo, è un dono gratuito, ma nel nome di Gesù. Lo storpio ha avuto ciò che chiedeva, anzi molto di più di ciò che poteva sperare, ma ha avuto soprattutto l’annuncio del nome di Gesù. Non dovremmo anche noi imparare a cercare di dare risposte – con gesti e parole – che non rifiutino qualcosa ma comunque conducano a Gesù?

Caro don Alessandro, ti auguro di essere un prete che si lascia sempre guidare dal desiderio di prendersi cura dei fratelli, portando a Gesù e facendo incontrare Lui, in ogni modo e in ogni circostanza. La gioia che il dono della tua ordinazione oggi suscita in te e in tutta la nostra Chiesa, diventa così anticipazione e promessa di una gioia più grande, quella che vedrà non solo noi ma tanti altri fratelli sedere insieme alla mensa del Signore della vita.

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