Marco Minghetti
Marco Minghetti
I tumulti a Torino contro il trasferimento della capitale a Firenze
I tumulti a Torino contro il trasferimento della capitale a Firenze

Nel 1864 dopo il tentativo del Re Vittorio Emanuele di formare un nuovo ministero con il conte Pasolini prima e poi con il conte di San Martino, il re incaricò il Farini di comporre il nuovo governo ma lo stesso primo ministro Farini dopo pochi mesi si dovette dimettere per motivi di salute e quindi l’incarico venne affidato a Marco Minghetti. Che tenne ad interim il Ministero delle Finanze, agli esteri assunse il dicastro il conte Pasolini, ma ben presto sostituito da Emilio Visconti Venosta mentre agli Interni andò Peruzzi con Silvio Spaventa come sottosegretario. Era la prima volta dalla proclamazione dell’Unità d’Italia che un non piemontese non assumeva la carica di primo ministro del Regno d’Italia ed anche che un ministro non piemontese non ne facesse parte creando di fatto nel Parlamento di Torino una frattura tra il gruppo piemontese e la consorteria che era la minoranza della Destra Storica che voleva limitare l’influenza del piemontesismo.

Minghetti era romagnolo, già ministro negli Stati della Chiesa sotto il pontificato di Pio IX, uomo ingegnoso e colto, con grande oratoria e studioso dei problemi costituzionali, ma privo di decisionismo governativo. Ma sotto di lui venne trovata la formula attraverso il ministro Peruzzi di trasferire il centro della capitale da Torino a Firenze, sostenendo che da Firenze, in attesa di occupare Roma dichiarata già dal 1861 capitale del regno, si potesse governare meglio il nuovo stato unitario. Ma non solo l’ormai annoso problema della Questione Romana teneva impegnato Minghetti, ma anche il brigantaggio e la questione finanziaria.  Su questi due temi non mi dilungo, in quanto il problema da trattare riguarda appunto il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, avvenuta 150 anni fa. Si deve tener presente che il re Vittorio Emanuele, che si riteneva un grande stratega in fatto di politica, attuava a sua volta una politica differenziata e parallela a quella del governo ufficiale, ma ava detto anche che dopo il tentativo di Garibaldi del 1862 con i fatti di Aspromonte, la Questione Romana sembrava arenarsi fino ad arrivare ad un punto morto, o quanto meno a definirsi come un momento di stasi. In realtà Roma era anche impegnata ad appoggiare segretamente il brigantaggio che erano da qualche tempo ex militari dell’ormai disciolto esercito borbonico ma fedeli ancora al legittimo re delle Due Sicilie Francesco II di Borbone, cugino di Vittorio Emanuele II, finanziando questi gruppi armati di briganti che sconfinavano in territorio italiano per poi ritornare nei territori del Papa.  Con questo scenario, il governo italiano vista l,’impossibilità di trattare direttamente con Roma anche perché Roma non riconosceva la nuova entità territoriale e politica dell’Italia, riaprì le trattative diplomatiche con Napoleone III per trattare lo sgombero della guarnigione francese a Roma. Perché questo? Napoleone III non desiderava che l’Italia si affrancasse dalla sua tutela politica e militare, ma l’imperatore francese doveva anche rendere conto del suo operato politico al partito clericale che in Francia era molto forte ed appoggiato dell’Imperatrice Eugenia.

“Libera Chiesa in Libero Stato” questo era il principio cavouriano che Minghetti volle riprendere, anche sollecitato dalla ripresa che viene fatta inaspettatamente dal governo francese dal 17 giugno del 1864 quando il ministro degli Esteri Francese disse al ministro plenipotenziario a Parigi Costantino Nigra che voleva riprendere le trattative per trattare la questione facendo partire immediatamente il conte Pepoli alla volta di Parigi per aiutare Nigra. A Fointainebleau ci furono contatti informali tra il Pepoli, Nigra e l?imperatore francese, e Pepoli propose alla Francia di sgomberare Roma e in cambio l’Italia trasferirà la capitale in un’altra città. La proposta venne accolta favorevolmente ma Minghetti dette disposizioni perché questo punto non sia vincolante in quanto l’obiettivo è sempre Roma come capitale d’Italia. I9nfatti in una nota di Visconti Venosta a Nigra del 2 luglio del 1864: Intendo bene la logica della proposta dell’Imperatore. Egli vuole che la caduta del potere temporale non sia l’immediata conseguenza del ritiro delle sue truppe; vuole che la soluzione, ottenuta d’accordo con noi, abbia l’aria di una soluzione seria e durevole. La quistione fra noi e la Francia era tutta delle garanzie pratiche. Supponendo che, sgombra Roma dei francesi, sia impossibile al Governo italiano durare lungamente a Torino, vede nel trasporto della capitale la sola garanzia possibile.  Se ci si dice nel modo il più positivo essere questa la sola condizione, la condizione irrevocabile dello sgombro dei francesi da Roma, i miei colleghi ed io non possiamo non accogliere in massima il progetto . La proposta ha, è vero, il vantaggio di non imporci alcuna essenziale concessione sul programma nazionale. Ma essa ci impone di fatto una grave crisi per il paese. Il trasporto della Capitale sarà una crisi che, date alcune condizioni, e, prima di tutto, il concorso volonteroso del Re, io confido si supererà, ma ciò non toglie che sarà una crisi gravissima.”

Il Menabrea in una missione straordinaria per conto del governo, si senti chiedere dall’imperatore francese una clausola che doveva tranquillizzare i cattolici francesi e anche le potenze cattoliche europee. Nigra e Pepoli continuarono le trattative e proprio l’imperatore disse a Giacchino Pepoli: “ Conviene trovare una soluzione che permetta a me di lasciare credere che avete rinunciato a Roma e li lasciare affermare a voi che non vi avete rinunciato.” Ma Visconti Venosta disse a Pepoli cvhe si trovava a settembre in Russia questo: “Minghetti ti ha oggi telegrafato il risultato della missione di Menabrea. Menabrea partirà, credo domani, da Parigi. Ma il telegramma suo di ieri sera  indica nettamente la situazione. L’Imperatore fa del trasporto la condizione sine qua non, né recede da essa. Solo consente a fare della parola trasporto quella interpretazione, che era per certo implicita anche nel primitivo progetto. Vuole che si pronunci la parola, che si decreti il fatto, che vi si dia principio di esecuzione ne’ suoi principali elementi. Ci dà larghezza di tempo a compiere il resto. Ecco quanto risulta dal telegramma di Menabrea, benché errato in molte cifre. Aspettiamo il ritorno di Menabrea che porterà una lettera dell’Imperatore al Re, e riferirà a voce per deliberare definitivamente con S. M. Bisogna dunque che ti tenga pronto sia pel momento della crisi, se crisi vi sarà, sia per recarti a Parigi. Non occorre che ti dica che noi siamo decisissimi. Quanto a me, dia il Gabinetto in massa le sue dimissioni, ed io mi ritiro per agevolare un’utile modificazione ministeriale, sarò lieto di rientrare nel!a vita privata dopo che la quistione nazionale, immobile da tanto tempo, avrà ripreso il suo movimento.

Tornerò fra le mie predilette pareti domestiche, dove lasciai un grande affetto che mi accompagnava sempre e dovunque, dove non ritrovo più che una cara e dolorosa memoria. Se il fatto si compie, l’Italia diventerà finalmente padrona della sua politica. Ad ogni modo sarò lieto pensando che questi due anni, oramai, di rapporti ufficiali fra noi due, non fecero che assodare la nostra reciproca amicizia.”

Vittorio Emanuele era perplesso infatti egli esclamò non appena seppe delle trattative questo, senza immaginare cosa sarebbe accaduto dopo: Ma che dirà Torino? Non è indegno rimeritarla di tanti sacrifici, con un sacrificio ancor più crudele? … non so assuefarmi a questa idea.” Infatti il ministro Visconti Venosta mando l’11 settembre ancora delle disposizioni a Nigra riguardanti questo argomento: Il vostro telegramma ci ha consigliato ad affrettare gli eventi. Fecimo venir Pepoli a Torino. Il Re giunse ieri sera. La sua resistenza fu ancora più grave che non ci potessimo immaginare. Ed è infatti questo il più grave sacrificio ch’egli abbia fatto all’Italia. Ma il Re, ed è questa la sua suprema qualità, non sarà mai un ostacolo sul cammino dell’Italia. Finalmente il Re accettò il trasporto, ma a questi patti. La capitale sia trasportata  a Firenze, tolta ogni connessione fra i[ trasporto e il trattato per Roma, Firenze prescelta per ragioni esclusivamente strategiche – adunato un Consiglio di Generali che dia l’avviso in questo senso – convocata nel .Più breve termine possibile a Torino la Camera attuale pei fondi necessari al trasporto, e per la communicazione del trattato – dopo il suo voto le elezioni generali. Feci stendere i pieni poteri nei quali voi, di pieno accordo con Pepoli, siete indicato nell’ordine del primo Plenipotenziario e il Re li ha firmaii. Vengono ora per noi delle gravissime quistioni per l’attuazione all’interno, il modo con cui far discutere i trattati, i tentativi per una modificazione ministeriale che possa essere una garanzia e un argomento di calma e di fiducia per le antiche provincie. Aspetto oggi il dispaccio col quale Menabrea renderà conto dell’udienza che ebbe dall’Imperatore . Esso indicherà in qual modo il progetto del trasporto venne formulato. A norma di ciò vi spedirò domani per corriere un dispaccio confidenziale d’,istruzione su alcuni punti che ho sommariamente accennati in un foglio che consegnai a Pepoli. Io, credo, prima e Minghetti nella sua ultima lettera vi ha esposto in qual modo credevamo potersi stabilire nei documenti diplomatici relativi al trattato il nesso fra il trattato medesimo e il trasporto. Ora, avendo il Re dichiarato che tale connessione non deve esistere, non è più il caso che da questi documenti fabbricati après coup si parli della capitale. Io vi prego di studiare quali documenti ostensibili e pubblicabili col trattato si possano preparare d’accordo col Governo francese, poiché qualche documento, non fosse altro uno scambio di note e qualche vostro rapporto bisognerà ben pubblicare. Vi scrivo di furia, bisogna che chiuda.”

Il giorno 15 settembre alle tre pomeridiane veniva dunque firmata La Convenzione di Settembre, che poneva fine all’occupazione delle truppe francesi a Roma dal 1849. Le truppe Napoleoniche abbandoneranno la città del Papa entro due anni, e in cambio l’Italia si impegna a difendere i confini dello Sato Pontificio da minacce esterne (come accadde a Mentana nel 1867) a permettere un arruolamento dell’esercito del Papa fatto da volontari (la cosiddetta Legione d’Antibo) ed a accollarsi parte del debito pontificio. Ma si aggiungeva anche una clausola segreta che tale doveva rimanere, ma ben presto il suo contenuto venne scoperto. Secondo questo protocollo segreto la Convenzione sarebbe entrata in vigore nel momento in cui il re avesse scelto il luogo per il trasferimento drella capitale entro un termine di sei mesi. Ma la Convenzione era basata sull’equivoco Napoleone doveva mostrare di credere che gli Italiani avessero0 definitivamente rinunciato a Roma ma non era assolutamente vero. Per quanto riguarda l’Italia essi dovevano fingere di aver rinunciato a Roma, ma la scelta di Firenze (preferita a Napoli dopo una consultazione con il Duca di Gaeta generale Cialdini) veniva interpretato come una tappa verso Roma.

Ma non tutto filo liscio: il 21 settembre Prime avvisaglie di turbamento dell’ordine per le strade di Torino. In serata viene arrestato don Ambrogio e una manifestazione di giovani urla  “Roma o Torino” sotto i palazzi istituzionali, ma non avvenne nessuno scontro. Dopo un articolo della Gazzetta di Torino a favore della Convenzione, in città si è alzata la tensione. Il 21 e il 22 settembre esplode la violenza. I soldati aprono il fuoco contro i manifestanti. Dopo i due giorni di scontri il bilancio è tragico: 52 morti e 187 feriti. Accadde questa strage perché sia glia Allievi carabinieri reali che le truppe schierate a protezione della Prefettura di Torino spararono al primo cenno di sommossa. Il re, per calmare gli animi, licenziò il Minghetti affidando al generale Lamarmora l’incarico di formare il nuovo governo. Ma ormai era cosa fatta: la Capitale sarà trasferita. Questo trasferimento sarà trattato in un successivo pezzo, ma intanto bisogna riportare (in lingua francese) il testo della Convenzione di Settembre:

CONVENTION ENTRE L’ITALIE ET LA FRANCE

Leurs Majestés le Roi d’ltalie et l’Empereur des Français, ayant résolu dc

conclure une Convention, ont nommé pour leul’ls plénipotentiaires, savoir:

  1. M. le Roi d’Italie,
  2. le chevalier Constantin Nigra, grande croix de l’Ordre des SaintsMaurice

et Lazare, grand officier de l’Ordre impérial de la Légion d’honneur,

etc. etc., son envoyé extraordinaire et ministre plénipotentiaire près de S. M.

l’Empereur des Français;

Et M. le Marquirs Joachim Pepoli, grande croix de l’Ordre des SaintsMaurice

et Lazare, chevalier de l’Ordre impérial de la Légion d’honneur, etc.

etc., son envoyé extraordinaire et ministre plénipotentiaire auprès de S. M.

l’Empereur de toutes les Russies;

Et S. M. l’Empereur des Français, M. Drouyn de Lhuys, sénateur de l’Empire,

grande croix de l’Ovdre impérJ.al de la Légion d’honneur et de l’Ordre des

Saints-Maurice et Lazare, etc. etc., son ministre et secrétaire d’Etat au département

des affaires étrangères;

Lesquels, après s’etre communiqué leurs pleins. pouvoirs respectifs, trouvés

en bonne et due forme, sont convenus des articles suivants:

Art. l er

L’ltalie s’engage à ne pas attaquer le territoire actuel du Saint Père et à

empecher, meme par la force, toute attaque venant de l’extérieur contre le

dit territoire.

Art. 2.

La France retirera ses troupes des Etats pontificaux graduellement et à

mesure que l’armée du Saint Père sera organisée. L’évacuation devra néanmoins

étre accomplie dans le délai de deux ans.

Art. 3.

Le Gouvernement italien s’interdit toute réclamation contre l’organisation

d’une armée papale, composée meme de volontaires catholiques étrangers, suffisante

pour maintenir l’autorité du Saint Père et la tranquillité tant à l’intérieur

que sur la frontière de ses Etats; pourvu que cette force ne puisse dégénérer

en moyen d’attaque contre le Gouvernement italien.

Art. 4.

L’Italie se déclare prete à entrer en arrangement pour prendre à sa charge

une part proportionnelle de la dette des anciens Etats de l’Eglise.

Art. 5.

La présente Convention sera ratifiée, et les ratifications en seront échangées

dans le délai de quinze jours, ou plus tòt, si faire se peut.

En foi et témoignage de quoi, les Plénipotentiaires respectifs ont signé la

présente Convention et l’ont revetue du cachet de leurs armes.

Fait double à Paris le quinzième jour du mois de septembre de l’an de

grace mil huit cent soixante-quatre.

NIGRA

PEPOLI

DROUYN DE LHUYS

Protocole faisant suite à la Convention signée à Paris entre l’Italie et la

Fmnce, touchant l’évacuation des Etats Ponti,ficaux par les troupes françaises.

La Convention signée en date de ce jour entre Leurs Majestés le Roi

d’Italie et l’Empereur des Français n’aura de valeur exécutoire que lorsque

  1. M. le Roi d’Italie aura décrété la translation de la capitale du Royaume

dans l’endroit qui sera ultérieurement déterminé par la dite Majesté. Cette

translation devra ètre opérée d:ms le terme de six mois, à dater de la dite

Convention.

Le présent protocole aura méme force et valeur que la Convention sus

mentionnée. Il sera ratifié, et les ratifications en seront échangées en meme

temps que celles de la dite Convention.

Fait double à Paris, le quinze septembre 1864.

NIGRA

PEPOLI

DROUYN DE LHUYS

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