San Luigi Guanella
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Pio XI ha espresso la sua ammirazione per don Luigi Guanella definendolo il “Garibaldi della carità”. A colpire il papa fu il coraggio di questo prete di montagna che, con disarmante povertà di mezzi e una sconfinata fiducia nella provvidenza, si imbarcò in imprese di straordinario valore sociale in soccorso di persone sfavorite dalla natura o dalla sorte, e per questo emarginate dalla società. Egli ridiede a bambini e anziani soli, handicappati psichici, ciechi, sordomuti, storpi… dignità di persone, un accettabile presente e un meno incerto futuro. Il suo motto, nell’aiutare il prossimo, era: “Senza eccezioni”. Non si doveva cioè escludere nessuno, contava soltanto la necessità. Con altrettanto coraggio, don Guanella usò la penna per denunciare la politica anticristiana e anticlericale dei governanti di allora, meritandosi la loro ostilità, tradottasi nel suo confino, come elemento sovversivo e pericoloso, in minuscole e remote parrocchie perché non potesse nuocere. Nacque il 19 dicembre 1842 a Fraciscio di Campodolcino, un villaggio di montagna, 1350 metri sul mare, della Val San Giacomo (Sondrio) nelle Alpi Retiche. Montagna vuol dire duro lavoro, fatica sui campi, nei boschi e negli alpeggi per un presente risicato e un futuro senza troppe illusioni, un ambiente difficile che educa al sacrificio, alla paziente povertà, alla fermezza del carattere e anche alla fede e alla solidarietà. Luigi trovava nella sua famiglia l’ambiente giusto per venire su bene. Il papà Lorenzo, per ventiquattro anni sindaco di Campodolcino, era un tipo severo e autoritario; dolce e paziente era invece la mamma, Maria Bianchi. Insieme, dosando fermezza e dolcezza, allevarono ben tredici figli. Luigi, dodicenne, entrò nel collegio Gallio di Como. Era un ragazzino serio, buono e studioso e i padri somaschi, che dirigevano l’istituto, speravano che entrasse nella loro famiglia; lui preferì il seminario diocesano, dove nel 1862 iniziò lo studio della teologia, che non stava vivendo una delle sue stagioni migliori, segnata com’era dalla povertà culturale dei tempi e più attenta agli aspetti pastorali e pratici che ai suoi contenuti. Allo studio della teologia il giovane montanaro aggiunse un personale interesse per il sociale, toccato dalle condizioni di vita della gente, dei suoi paesani in particolare, tra i quali trascorreva le vacanze occupandosi dei bambini, degli anziani e degli ammalati. In seminario strinse amicizia con il vescovo di Foggia, Bernardino Frascolla, reduce dal carcere di Como, dove era stato rinchiuso per aver difeso i diritti della chiesa contro le prepotenze di governanti anticlericali. Fu lui ad ordinarlo sacerdote, il 26 maggio 1866. Don Luigi iniziò il ministero pastorale come viceparroco a Prosto, in Val Chiavenna. L’anno seguente fu nominato parroco a Savogno, un gruppetto di case aggrappate alla montagna, raggiungibile grazie ai duemila gradoni di una ripida mulattiera. Rimase lassù sette anni, trasformando la piccola comunità, con ii suo ardente zelo e la “complicità” spirituale dei parrocchiani, in un “convento”, come osservava qualcuno con simpatica malizia. Lassù don Luigi maturò la vocazione a un impegno di tipo diverso, per questo chiese al vescovo il permesso di andare a Torino a condividere l’esperienza di don Giovanni Bosco. Trascorse tre anni con il fondatore dei salesiani, ma poi il vescovo di Como lo richiamò in diocesi. Don Luigi tornò da Torino con un progetto in testa: fare qualcosa per i ragazzi in difficoltà. Passò presto ai fatti, acquistando un vecchio convento francescano a Traina, e qui avviò una scuola privata per ragazzi che vogliono farsi preti. Non fece i conti con le autorità politiche locali, che guardavano con sospetto questo prete che fu alla scuola di don Bosco. Fu senz’altro “un sovversivo”, dicevano, che vuole con la sua scuola riempire la valle di preti e monache. Meglio renderlo innocuo, suggerirono al vescovo, relegandolo a Olmo, una delle più remote parrocchie di montagna.
Ma non c’è barba di politico che possa opporsi ai disegni di Dio. Infatti, quando pensarono di aver neutralizzato l’indocile pretino, giunse “l’ora della misericordia”, cioè l’ora segnata da Dio che spariglia tutto. Nel concreto, il vescovo nominò don Luigi parroco di Pianello Lario, sul lago di Como, una parrocchia vacante per la morte di don Carlo Coppini, un bravo prete che istituì in paese un ospizio per persone in difficoltà, assistite da un gruppetto di volonterose ragazze. Un invito a nozze per don Luigi, che vide nell’imprevista situazione il segno evidente della volontà di Dio. Si buttò con entusiasmo nel nuovo incarico pastorale, curando con particolare attenzione l’istruzione dei ragazzi e degli adulti, la crescita religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani. A questo scopo scrisse, con linguaggio adatto, una cinquantina di opuscoletti, su argomenti di ascetica, catechesi, storia della chiesa e commenti ai vangeli della domenica. I poveri continuavano a essere al centro delle sue preoccupazioni, che condivideva con il gruppetto di giovani che dirigevano l’ospizio fondato dal suo predecessore, dal quale don Luigi partì per realizzare una nuova congregazione, che chiamò le Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che presto ampliarono il campo della loro azione andando a mettere solide radici a Como. Due Figlie della Provvidenza, seguite da alcune orfanelle, giunsero nella città di sant’Abbondio il 5 aprile 1886. Animatrice della missione è suor Chiara Bosatta. Giovane intelligente, attiva e santa (Giovanni Paolo II la proclamerà beata il 21 aprile 1991) fondò assieme a don Luigi la Casa della divina Provvidenza che, grazie al suo infaticabile zelo, conobbe presto un rapido sviluppo, sostenuto dalla congregazione dei Servi della Carità, cui don Guanella dà vita, benedetta e sostenuta dal vescovo di Como Andrea Ferrari, futuro arcivescovo di Milano e santo. La congregazione con le sue iniziative di carità (scuole, istituti di avviamento e oratori per l’istruzione e l’educazione dei giovani) mise radici in altre città d’Italia: a Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), Cosenza, ma anche oltre i confini del nostro paese, cioè in Svizzera e negli Stati Uniti d’America (1912), sempre accompagnata dall’amicizia e dalla protezione di Pio X. La Casa della divina Provvidenza di Como diventò la sede canonica delle due congregazioni, ramo maschile e femminile, nella quale si trasferisce anche don Luigi, ormai alle prese con gli acciacchi della vecchiaia e le conseguenze di un’intensissima opera di carità, che lo vide attivarsi ovunque ci fosse da soccorrere persone in difficoltà, magari travolte da eventi catastrofici, come i terremotati di Calabria, Messina e Marsina. O le vittime della guerra quando scoppò il primo conflitto mondiale, nel quale stavano rischiando la vita anche alcuni confratelli. Il 27 settembre 1915 fu colpito da paralisi. La notizia fece accorrere al suo capezzale amici ed estimatori, da don Luigi Orione al vescovo di Como, che gli fece visita più volte, mentre lo stesso pontefice, Benedetto XV, si premurò di fargli pervenire la sua benedizione. La gravità della situazione non lascò spazio a speranze. Il 22 ottobre si decise di amministrargli il sacramento dell’unzione degli infermi. Due giorni dopo, il 24 ottobre, tornava alla casa del Padre. L’amico cardinale Ferrari, al momento di benedire la bara, disse: “Con quale nome preferiresti che io ti chiamassi? Tu mi risponderai sicuramente: servo della carità”. Proclamato beato da Paolo VI il 25 ottobre 1964, è iscritto nell’albo dei santi da Benedetto XVI il 23 ottobre 2011. San Luigi Guanella dal 27 settembre 2015 è copatrono dell’Unitalsi, assieme a San Pio X. Ecco quello che diceva della Provvidenza il santo:

LA PROVVIDENZA

La Provvidenza convien meritarsela:

1) con credere in lei fermamente;

2) con aspettare i tempi e i modi di essa;

3) con iscansar le ansietà;

4) con faticare di buona lena.

Ecco che cosa ha detto san Paolo VI in occasione della sua beatificazione del 1964 (Editrice Vaticana) :

BEATIFICAZIONE DEL SACERDOTE LUIGI GUANELLA

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 25 ottobre 1964

“Vogliamo salutare quanti con Noi esultano della Beatificazione di Don Luigi Guanella: il Vescovo di Como per primo, che vede la sua grande ed anche a Noi carissima diocesi risplendere di così bella e sua propria luce di santità; e sono col degno e fortunato Pastore i rappresentanti del comune di Campodolcino, nel cui territorio, a Franciscio, il Beato ebbe i natali: bella borgata alpestre, da Noi più volte percorsa, quando visitammo la Casa Alpina dell’Alpe Motta, e fu una volta per benedirvi la grande statua alla Madonna d’Europa eretta alle falde delle nevi alpine, e poi di nuovo scendendo a rendere omaggio, oltre Pianazzo, alla Madonna di Gallivaggio. Così certamente meritano il Nostro saluto i Fedeli, qui presenti, di Prosto, di Savogno, di Traona, di Gravedona, di Olmo, di Pianello, dove Don Guanella esercitò il suo ministero pastorale e iniziò l’opera sua. Lo meritano i Salesiani di Don Bosco, il quale fu grande maestro ed amico al nuovo Beato e, con il suo insegnamento ed il suo esempio, lo aiutò a determinare la sua vocazione di Fondatore. Così alle Autorità ed ai Fedeli di Como, di Sondrio e di tutta la Val Tellina l’espressione della Nostra compiacenza e dei Nostri voti.

Ma in questo momento il Nostro pensiero va in modo speciale alle Famiglie Religiose fondate da Don Guanella: i Servi della Carità, e le Figlie di Santa Maria della Provvidenza, che vediamo qui festanti in grande numero, e che sono gli uni e le altre ben noti anche a Roma, dove essi prodigano mirabili fatiche in due Parrocchie e in diverse case di assistenza. Va gioioso e paterno il Nostro pensiero alle case di formazione dei Servi della Carità, alle loro Scuole e alle loro opere per la Gioventù (ricordiamo fra tutte il complesso di istituzioni intorno alla nuova e bella chiesa di S. Gaetano, da Noi consacrata, a Milano); va agli Istituti per gli anormali, per i poveri, per gli anziani, alle Colonie marine e montane e alle lontane Missioni, ai Santuari assistiti dai Figli di Don Guanella. E così abbiamo in questa ora benedetta presenti allo spirito le innumerevoli istituzioni di pietà, di educazione, di assistenza, in Italia e all’Estero, dove le ottime e pie Figlie di Santa Maria della Provvidenza, silenziosamente, assiduamente dànno della carità di Cristo splendida testimonianza.

Quali eserciti di seguaci e di preferiti del Vangelo! quale popolazione di bambini, di lavoratori, di fedeli, di sofferenti, di malati, di infelici, di vecchi, vediamo intorno a Don Guanella, ed ora tutti con lo sguardo rivolto verso di Noi: quale popolo della carità! quale città di Cristo! quale giardino di fervore, di dolore e di amore! Vi salutiamo, carissimi tutti; vorremmo a ciascuno parlare; vorremmo a ciascuno comunicare la Nostra gioia, e da tutti accogliere la vostra per questo giorno felice; tutti, nel Signore, vi benediciamo. Voi siete la famiglia di Don Guanella; voi siete la sua gloria; voi siete la sua grandezza!

A questo punto la Nostra considerazione del magnifico quadro delle opere di Don Guanella sembra davanti a noi trasformarsi in visione, e presentarci proprio lui, il nuovo Beato Don Luigi Guanella, che, ammirando lui stesso il cerchio vivente e splendente dei suoi Figli e dei suoi beneficati, placidamente, ma autorevolmente, ancora ci ammonisce, come faceva quand’era ancora in questa vita terrena: «È Dio che fa!». È la divina Provvidenza. Tutto è di Dio: l’idea, la vocazione, la capacità di agire, il successo, il merito, la gloria sono di Dio, non dell’uomo. Questa visione del bene operoso e vittorioso è un riflesso efficace della Bontà divina, che ha trovato le vie per manifestarsi e per operare fra noi. «È Dio che fa!».

Questo immaginario, ma non illusorio colloquio, pare a Noi soddisfare in buona parte il segreto desiderio ch’è, al termine di questa solenne cerimonia, in ciascuno di noi: il desiderio di capire. Dopo aver conosciuto, ammirato, esaltato la vita d’un servo di Dio, dichiarato autentico seguace di Cristo, sorge nell’animo la legittima, anzi la doverosa curiosità di capire come e perché il nuovo fenomeno di santità si è prodotto in questa nostra scena umana. Vorremmo carpire il segreto e cogliere il principio interiore di tale santità; vorremmo ridurre ad un punto prospettico unitario la vicenda avventurosa, complicata e febbrile della vita prodigiosa del nuovo Beato, che diviene per noi degno di imitazione e di culto. È questa una tendenza consueta alla mentalità moderna, quando essa si pone allo studio d’una qualche singolare personalità. E non sarebbe facile riuscire a classificare sotto un aspetto solo la figura di Don Guanella, se egli stesso non ci aiutasse e quasi ci imponesse a vedere in lui null’altro che un effetto della Bontà divina, un frutto, un segno della divina Provvidenza.

Non è che questo suo atto di umiltà e di religiosità ci dica tutto di lui; tanti altri aspetti della sua figura ci offrirebbero quel punto prospettico focale che ci consentirebbe di definire in sintesi la sua anima e la sua opera; ma per ora, a congedo ed a ricordo della Beatificazione di Don Guanella, possiamo obbedire alla sua voce rediviva: «È Dio che fa!». E se diamo ascolto davvero a questa voce, che vorrebbe svalutare in umiltà la grandezza ed il merito dell’opera da lui generata, assistiamo non già ad una svalutazione, ma ad una glorificazione, perché possiamo concludere: dunque l’opera di Don Guanella è opera di Dio! E se è opera di Dio, essa è meravigliosa, essa è benefica, essa è santa. Cresce in noi la gioia; ma nasce insieme un problema, un grande e delicato problema, il cui ricordo ci seguirà in avvenire, pensando appunto al Beato, che abbiamo messo su gli altari: il problema dell’azione divina, il problema della Provvidenza, in combinazione con l’azione umana.

Esiste una Provvidenza? E come interviene nelle nostre cose? Dobbiamo lasciare ad esse libero corso senza pensare di darvi un senso per poi attendere alla fine se risulta qualche disegno, a noi ignoto in questa vita e svelato solo nella vita futura? E quale atteggiamento occorre perciò tenere davanti a questa imponderabile azione divina nel campo della nostra vita: di rassegnazione passiva e fatalista, che non si cura né di quello che Dio fa, né di quello che noi dobbiamo fare in ordine a Lui? Ovvero dobbiamo assumere un atteggiamento di continuo riferimento delle nostre azioni alla volontà di Dio, in modo che esse risultino, sotto aspetti diversi ma convergenti, tutte di Dio e tutte nostre? Indubbiamente è questo secondo atteggiamento che dobbiamo adottare; è l’atteggiamento che mira a fare di noi, come dice S. Paolo, dei «collaboratori di Dio» (1 Cor. 3, 9). Collaborare con Dio dovrebbe essere il programma della nostra vita. Ed è il programma dei Santi.

Ce lo dimostra, tra gli altri, il nostro Don Guanella, lasciando così scoprire nella sua anima e nella sua opera le linee direttrici che le definiscono. Vedremo la linea propriamente religiosa come linea maestra: tutto si fa per interpretare, per eseguire, per onorare la volontà di Dio.

Una grande pietà, una assidua preghiera, uno sforzo di continua comunione con Dio sostiene tutta l’attività dell’uomo di Dio: si direbbe che non pensa che a questo. E allora una grande umiltà penetra ogni proposito e ogni fatica di lui: potrebbe essere grande tentazione in chi compie grandi imprese di credersi bravo; di dirsi autosufficiente, di attribuire a sé il merito delle proprie opere; il senso religioso invece che le informa impedisce tale pericolosa insipienza, e infonde nel servo fedele due altri movimenti spirituali, che sembrano l’uno all’altro contrari, e sono invece corrispondenti e concorrenti: uno è il movimento di tensione, l’altro di distensione. Di tensione volontaria il primo: se. siamo al servizio di Dio nessuno sforzo ci deve costare; ed è questo che noi maggiormente riusciamo ad ammirare nell’operaio del regno di Dio: la tenacia, l’energia, il coraggio, lo spirito di eroismo e di sacrificio. Di distensione confidente l’altro: se siamo al servizio di Dio nessuna cosa ci deve fare paura, la fiducia è la vera nostra forza, la sicurezza – fino al rischio, talvolta! – che l’assistenza del Signore, la Provvidenza, come diciamo, non mancherà: questa fiducia forte, positiva, amorosa è meno visibile all’osservatore profano; . ma nell’animo del santo è l’elemento principale della sua fortezza e della sua grandezza.

Ed è poi più facile capire come uno spirito, così strutturato interiormente, balzi con audacia formidabile al compimento delle opere di misericordia più nuove e più ardue; ricordiamo l’insegnamento dell’apostolo S. Giacomo: «La religione pura e senza macchia è questa: visitare gli orfani e le vedove nella loro tribolazione» (Iac. 1, 27).

Dalla psicologia religiosa, a cui abbiamo accennato, scaturisce l’attività prodigiosa del servo di Dio; dalla carità che a Dio lo unisce deriva la carità che lo rende prodigioso benefattore dei fratelli bisognosi. L’aspetto sociale del Beato meriterebbe qui il suo vero panegirico; ma questo lo fanno i suoi figli ed i suoi ammiratori; lo fanno, con l’eloquenza dei fatti e delle cifre, le sue opere. A Noi ora basta raccogliere il primo filo di tutta codesta meravigliosa storia della carità operante in misericordia; e trovarlo, quel filo, annodato al suo punto di partenza, come alla sorgente dell’energie soprannaturale che tutto lo percorre: «È Dio che fa!». Non è bello? non è stupendo?

Lodiamo dunque Iddio nel suo servo il Beato Luigi Guanella; e preghiamolo che per l’intercessione di questo campione della fede e della carità ci dia grazia di imitarlo e tutti così ci benedica.”

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