Tomba del Beato Giovannangelo Porro

La curia Generalizia dei Frati Serviti ha scritto una biografia di quest’uomo che ha avuto in premio la corona della santità. Giovannangelo Porro nacque nel 1451, nel ducato di Milano, da Protasio Porro e Franceschina da Guanzate, cristiani convinti; la sua famiglia era originaria di Barlassina, presso Seveso. Nel 1468 vestì l’abito dei Servi e per circa cinque anni dimorò nel convento milanese di santa Maria. Poi, secondo qualche scrittore dell’Ordine, si ritirò in solitudine nel paese di Cavacurta, sulla riva destra dell’Adda, per dedicarsi alla contemplazione e alla penitenza. Nel 1474 fu inviato a Firenze, nel convento della ss. Annunziata. Ebbe una particolare cura per la vita osservante e forse fu in questo periodo che egli attese agli studi e fu ordinato sacerdote. Nel frattempo Giovannangelo andava ripensando nel suo intimo alla possibilità di ritirarsi a vita eremitica. Nell’estate del 1477 salì all’eremo di Monte Senario, che all’inizio del quindicesimo secolo era stato restaurato da un gruppo di ferventi religiosi, amanti della vita ritirata. II soggiorno sul Monte fu di un’importanza determinante nella vita e nel progresso spirituale del beato Giovannangelo. Da quel luogo gli derivò anche il nome di «Giovanni dal Monte»; a quelle solitudini ritornava con gioia tutte le volte che ne era dovuto discendere a motivo della malferma salute o per obbedienza ai superiori. Nel 1484 fu chiamato al convento di Firenze dal priore Antonio Alabanti, per assumere l’incarico di dirigere i novizi per i quali pare che abbia redatto alcune «utili istruzioni». Tre anni dopo, fra Antonio Alabanti, divenuto intanto priore generale, lo elesse con il consenso degli eremiti rettore dell’eremo di Monte Senario. Svolse il suo ufficio con competenza e illuminata saggezza. Per la stima che aveva delle sue capacità e del suo spirito religioso, l’Alabanti ricorse più volte a lui per la direzione dell’eremo di s. Maria delle Grazie nel Chianti. Morto l’Alabanti, Giovannangelo tornò a Milano intorno al 1495 e pare che sia stato eletto priore del convento. Anche nel vortice di una città come Milano, seppe conservare un po’ dell’atmosfera di quella vita solitaria da lui tanto amata; come racconta infatti il suo biografo, fra Filippo Ferrari, «abitò in una cella… un po’ discosta dagli altri» (Catalogus generalis sanctorum…, Venetiis 1625, p. 417). Risale a questo periodo l’altro aspetto della sua attività apostolica: la particolare sensibilità al problema dell’educazione cristiana dei ragazzi. In uno scritto di Ippolito Porro leggiamo: «tutti i giorni della festa, benché fosse priore, stava sopra la porta della sua chiesa e per le strade, cercando i figliuoli, et conducendoli in scuola, insegnava loro la dottrina cristiana» (cfr. Origine et successi della dottrina cristiana in Milano…, in Monumenta O.S.M., VIII, p. 138). Lo testimonia anche un bassorilievo marmoreo, della metà del secolo sedicesimo, raffigurante il beato Giovannangelo intento a insegnare, in chiesa, la dottrina ai fanciulli. Il 23 ottobre 1505 il beato morì santamente nel convento di Milano, rimpianto dai frati e dai fedeli. Nel beato Giovannangelo troviamo l’immagine e il modello di quella vita incentrata nella contemplazione e conoscenza di Dio, che in ogni epoca ha trovato nell’Ordine modo di esprimersi. Il beato ebbe un amore tutto particolare per la preghiera e il silenzio. Cercò un’intimità sempre più profonda con Dio, in un colloquio esclusivo con lui, cosi da cercare tenacemente la solitudine, al di fuori di vuote compagnie. Non di rado, però, l’amore ai fratelli prese il sopravvento. Si sentì attaccatissimo all’Ordine e alle singole fraternità, per le quali ebbe sempre tanta premura. Quantunque gracile di costituzione, riuscì a dominare il suo corpo con continue rinunzie. Predilesse in modo speciale la povertà e la semplicità di vita. Nutriva tenera devozione alla Madre di Dio: in suo onore compose una preghiera che era solito recitare ogni giorno davanti alla sua immagine. Nel 1737 Clemente XII lo proclamò beato. Il suo corpo, quasi incorrotto, è venerato nella chiesa di san Carlo in Milano. Per antica e devota consuetudine, al suo sepolcro vengono portati i bambini ammalati, per raccomandarli alla sua intercessione.

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