Il santo del 21 ottobre: beato Pino Puglisi

Beato don Pino Puglisi

E’ stato il primo martire ucciso dalla criminalità organizzata ad essere stato dichiarato beato, Giuseppe (Pino) Puglisi il 15 settembre del 1937 a Palermo, nel quartiere periferico di Brancaccio, in una famiglia di umili condizioni: la madre, Giuseppa Fana, è una sarta, mentre il padre, Carmelo Puglisi, lavora come calzolaio.  Nel 1953, a sedici anni, Pino entra in seminario: viene ordinato prete nella chiesa santuario della Madonna dei Rimedi il 2 luglio del 1960 dal cardinale Ernesto Ruffini.  Divenuto nel frattempo amico di Davide Denensi (fino al trasferimento di quest’ultimo in Svizzera) e di Carlo Pelliccetti, che lo sostengono e lo supportano quotidianamente, nel 1961 Pino Puglisi viene nominato vicario cooperatore nella parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata palermitana di Settecannoli, non distante da Brancaccio.  Dopo essere stato scelto come rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi e come confessore delle suore brasiliane Figlie di Santa Macrina nell’istituto omonimo, e viene nominato nel 1963 cappellano all’orfanotrofio “Roosevelt” all’Addaura e presta servizio come vicario alla parrocchia Maria Santissima Assunta nella borgata marinara di Valdesi. Diventa in seguito vicerettore del seminario arcivescovile minorile e prende parte a una missione a Montevago, paese colpito dal terremoto;  si appassiona all’educazione dei ragazzi e insegna all’istituto professionale “Einaudi” e alla scuola media “Archimede”, mantenendo tale incarico  anche quando, il 1° ottobre del 1970, viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese della provincia di Palermo costretto, in quegli anni, a far fronte agli scontri feroci in corso tra due famiglie mafiose: famiglie che, anche grazie all’opera di evangelizzazione di Don Puglisi, si riconciliano. Continua a insegnare fino al 1972 alla scuola media “Archimede”, e nel frattempo è docente anche alla scuola media di Villafrati.  Nel 1975 è professore alla sezione di Godrano della scuola media di Villafrati, e dall’anno successivo anche all’istituto magistrale “Santa Macrina”. Dal 1978, anno in cui comincia a insegnare al liceo classico “Vittorio Emanuele II”, lascia la parrocchia di Godrano e diventa pro-rettore del seminario minore di Palermo; successivamente assume l’incarico di direttore del Centro diocesano vocazioni, per poi accettare il ruolo di responsabile del Centro regionale vocazioni e poi membro del Consiglio nazionale e contribuisce alle attività della Fuci e dell’Azione Cattolica. A partire dal mese di maggio del 1990 svolge il proprio ministero sacerdotale anche a Boccadifalco, alla Casa Madonna dell’Accoglienza dell’Opera Pia Cardinale Ruffini, aiutando ragazze madri e giovani donne in situazioni di difficoltà.  Il 29 settembre dello stesso anno Don Pino Puglisi viene nominato parroco a San Gaetano, tornando a Brancaccio, il suo quartiere di origine,  un quartiere gestito dalla mafia,  e in particolare dai fratelli Gaviano, boss strettamente legati alla famiglia di Leoluca Bagarella.  In questo periodo, comincia la lotta di questo coraggioso sacerdotecontro la criminalità organizzata: non tanto cercando di riportare sulla retta via chi è già mafioso, ma provando a evitare che si facciano coinvolgere dalla criminalità i bambini che vivono per le strade e che ritengono che i mafiosi siano delle autorità e delle persone degne di rispetto.  Nel corso delle sue omelie Don Pino si rivolge frequentemente ai mafiosi, dimostrando di non temere almeno pubblicamente eventuali conseguenze. Grazie alla sua attività e ai giochi che organizza, il parroco siciliano toglie dalla strada numerosi bambini e ragazzi che, senza la sua presenza, sarebbero stati sfruttati per spacciare o per compiere rapine, coinvolti in maniera irreparabile nella vita criminale.  Per questa sua attività, a Don Puglisi vengono rivolte e recapitate numerose minacce di morte da parte di boss mafiosi, di cui tuttavia non parla mai a nessuno.  Nel 1992 riceve l’incarico di direttore spirituale del seminario arcivescovile di Palermo, e pochi mesi più tardi inaugura il centro Padre Nostro a Brancaccio, finalizzato all’evangelizzazione e alla promozione umana.  Il 15 settembre del 1993, in occasione del suo cinquantaseiesimo compleanno, Don Pino Puglisi viene ucciso poco prima delle undici di sera in piazza Anita Garibaldi davanti al portone di casa sua, nella zona orientale di Palermo. Dopo essere sceso dalla sua auto, una Fiat Uno, viene avvicinato al portone da un uomo che gli spara contro alcuni colpi diretti alla nuca. Le ultime parole di Don Pino sono “Me lo aspettavo“, accompagnate da un tragico sorriso. L’assassino, come  verrà accertato dalle indagini e dai processi successivi, è Salvatore Grigoli, che risulta autore di più di quaranta assassini, come egli stesso ha confessato, ed era presente insieme con Gaspare Spatuzza e altre tre persone: un vero e proprio commando composto anche da Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro e Nino Mangano.  I mandanti dell’omicidio sono stati i capimafia Giuseppe e Filippo Gaviano che per l’assassinio verranno condannati all’ergastolo nel 1999.  I funerali del parroco si svolgono il 17 settembre: il suo corpo viene sepolto nel cimitero palermitano di Sant’Orsola, e sulla tomba saranno riportate le parole “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici“, tratte dal Vangelo di Giovanni. Nel 2005, il regista Roberto Faenza dirige il film “Alla luce del sole”, in cui Don Pino Puglisi è interpretato da Luca Zingaretti: la pellicola è ambientata nella Palermo del 1991, e racconta la storia del sacerdote e del suo impegno per allontanare i bambini del luogo dagli artigli della malavita.

E in quella occasione del funerale si riportano le parole dell’arcivescovo di Palermo il cardinale Salvatore Pappalardo durante l’omelia tenuta per il funerale di don Puglisi:

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO SALVATORE PAPPALARDO
DURANTE I FUNERALI DI
DON GIUSEPPE PUGLISI

Piazza dei Signori (Brancaccio) – 17 settembre 1993

1. Un altro feroce assassinio nella nostra Palermo, e questa volta nei riguardi di un inerme sacerdote che ha svolto in questo quartiere di Brancaccio la sua intensa attività di apostolo, di evangelizzatore, di promotore di tanta azione di progresso spirituale, morale, civile sociale. È morto per questo: per avere avuto dame e sete di quella giustizia divina ed umana, che vuole dare a Dio quello che è di Dio e agli uomini quello che loro spetta, secondo gli ordinamenti, le esigenze e i bisogni dei singoli e delle comunità. È morto per questa sete di cose giuste! e di queste, nella nostra città, ce n’è tanto bisogno!

Sete di giustizia alimentata dall’amore: da un amore per Cristo che diventava amore per i fratelli, ed era, per questo, forte fino ed oltre la morte:

Chi ci separerà – poteva ripetere don Giuseppe con Paolo chi ci separerà dall’amore di Cristo? forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, il pericolo, la spada?

Niente lo ha fermato: né morte, né vita, né presente, né futuro … niente e nessuno ha potuto impedire il suo grande amore per Dio, che diventava, come deve essere per ogni cristiano, interesse, solidarietà, servizio per quanti hanno bisogno di essere aiutati nel corpo e nello spirito.

2. Come gli antichi profeti, Don Giuseppe era una sentinella di Dio in una trincea avanzata. Ascoltando, lui per primo, la parola di verità che viene dall’Alto: la parola di Dio, la trasmetteva, doveva necessariamente trasmetterla, a tutti, quale parola di vita, ed in modo particolare a quanti devono essere richiamati da una con­dotta empia ed ingiusta, da una rozza cultura di arretratezza, di prepotenza e di morte, perché tornino ad onorare Dio ed operare il bene:

Io ti ho costituito sentinella … ascolterai la parola dalla mia bocca e li avvertirai da parte mia… se tu non parli per distogliere l’empio dalla sua condotta, chiederò conto a te. Se avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità, tu invece sarai salvo» (Ez 33,7-9).

Non è con arroganza che Don Puglisi svolgeva il suo ministero di sacerdote, di sentinella di Dio, ma con mansuetudine, purezza di cuore, misericordia e bontà: qualità queste che non impedivano, anzi fondavano la sua risolutezza e fortezza nel compiere il bene e nel coinvolgere altri perché se ne facessero promotori in­sieme con lui. Le Beatitudini proclamate dal Signore avevano una grande risonanza nel suo cuore, una effettiva applicazione nella sua vita: riservato, semplice, modesto, buono.

3. Dinnanzi alla ferocia con cui è stato perseguitato ed eliminato nel suo quartiere, nel luogo dove profondeva tutte le sue energie per il bene dei piccoli, dei poveri, dei ragazzi, dei giovani, dei bisognosi di ogni genere, veramente don Giuseppe potrebbe far sue le parole con cui Dio, attraverso il profeta Michea, si lamentava dell’ingratitudine e della non corrispondenza di Israele alle sue sollecitudini:

Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla schiavitù …? Ricordati, popolo mio, di quello che è avvenuto, per riconoscere i benefici del Signore … (Mi 6,3-5).

Nella liturgia del Venerdì Santo sono proprio questi i versetti che si leggono o cantano mentre il popolo fedele va a baciare il corpo di Cristo crocifisso … sono lamenti di cui dobbiamo prendere coscienza anche noi mentre stretti intorno alla bara di Don Giuseppe così impegnato in un’opera di liberazione e di riscatto, vogliamo quasi baciare ancora una volta il suo corpo piagato e piegato da mani assassine. Perché, ci chiediamo, perché?

Una simile gratuita cattiveria che non può provenire che da cuori umani invasati da Satana, il principe del male, il suggeritore di iniquità, il padre della menzogna, colui che è assassino già dall’inizio!

4. È azione satanica quella che spinge ad uccidere il fratello, come lo fu quella di Caino, al quale Dio rivolge la terribile domanda:

Che hai fatto? la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo. Ora sii maledetto, lungi da quel suolo dove per opera della tua mano è stato versato il sangue di tuo fratello (Gen 4,10-11).

Chi uccide, per ciò stesso, attira su di sé la maledizione di Dio, ed è anche per questo che, con reiterata condanna, i Vescovi di Sicilia hanno voluto colpire con la pena della Scomunica quanti si macchiano dell’orrendo delitto dell’omicidio (lettera collettiva dell’Episcopato del 1 Dicembre 1944; Decreto n. 171 del Concilio Plenario Siculo del 1952; conferma della medesima pena nella Conferenza Episcopale Regionale dell’ottobre 1982). Come potrebbero essere considerati membri della Comunità cristiana quanti, insieme con tanti altri comandamenti, violano quello supremo dell’amore, uccidendo il proprio fratello? Sono cristiani, ma fedifraghi, sono cristiani ma traditori, disonorati in se stessi e che gettano disonore sulla Comunità cristiana e sulla Chiesa stessa.

5. Occorre lavare il sangue di P. Puglisi. Occorre lavare, nel suo sangue, la propria coscienza. Non basta gettare – come è stato fatto – qualche secchio di acqua sul terreno che ne era inzuppato, ma occorre un’altra forma di lavacro, un’altra azione purificatrice della propria coscienza e della propria vita. E questo dalla parte di tutti. Non si può combattere e sradicare la mafia se non è il popolo tutto che reagisce alla sua presenza e alla sua prepotenza. E la comunità civile e ancor più quella cristiana che devono reagire coralmente, non solo con significative manifestazioni, ma assumendo atteggiamenti di pubblica aperta ripulsa, di isolamento, di denunzia e di liberazione nei riguardi di ogni forma di degenerazione e di mafia a tutti i livelli.

Certamente la città di Palermo, la Chiesa di Palermo non si fermeranno. Ma dal sangue sparso da altri cittadini e funzionar! dello Stato, ed ora da questo Ministro della Chiesa, sapranno assumere nuova determinazione e nuovo vigore in tutte le direzioni. Abbiamo, si, bisogno di essere incoraggiati ma non siamo per nulla “smarriti di cuore” e crediamo fermamente nell’azione dello Spirito che guida e purifica, anche col dolore, le nostre Chiese. Le opere di risanamento e di promozione religiosa e civile che P. Puglisi sosteneva ed incrementava nel Quartiere di Brancaccìo dovranno essere continuate. Soltanto continuando nell’opera si onorerà la persona. La Scuola Media, che era una delle sue principali sollecitudini, dovrà sorgere e penso che dovrà essere intitolata proprio a don Giuseppe Puglisi, il Pastore buono che ha dato la vita per le sue pecorelle.

6. Nei messaggi di condoglianze, diretti a me e alla Chiesa di Palermo da ogni parte d’Italia, vengono riconosciute ed esaltate quelle che furono le qualità e i meriti di don Giuseppe Puglisi, che nella sua mitezza e semplicità di vita seppe essere assertore e promotore di grandi valori. Il Papa con un messaggio di ieri “con profondo sgomento e ferma esacrazione” ricorda il “Ministro della Chiesa, servo buono e fedele”, così impegnato nell’annuncio del Vangelo, e partecipa “al dolore di questa martoriata terra”. Oggi stesso, in un incontro con i giovani nel Monte della Verna, Sua Santità ha voluto ricordare questo nostro Sacerdote caduto vittima nel pieno svolgimento del suo ministero sacerdotale: l’annunzio del Vangelo, l’impegno per promuovere una vita onesta, l’educazione all’amore verso Dio e il prossimo. La Conferenza Episcopale Italiana, per mezzo del suo Presidente, esprime la partecipazione del dolore a noi arrecato dalla morte violenta di questo

“Sacerdote esemplare che ha speso la sua vita per il Vangelo di Cristo e per il servizio e il riscatto sociale del popolo di Dio”.

I Vescovi della Sicilia, in particolare, si sono fatti sentire con espressioni di piena condivisione con la tristezza di questa Chiesa palermitana, rinnovando tutti l’esortazione e l’impegno a proseguire con coraggio nell’azione di evangelizzazione, come quella che è il mezzo più idoneo per combattere tutte le forme di mafia, di arroganza, di prepotenza, di violenza. Occorre perciò che sia da parte di tutti evitata ogni forma ed ombra di possibili collusioni con i poteri mafiosi, che sono all’antitesi di ciò che suggerisce lo spirito evangelico e di ciò che esige una vera vita cristiana.

Anche le Autorità dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, si sono fatte presenti, condividendo l’esecrazione della città e la passione di questa nostra Chiesa, colpita in uno dei suoi migliori figli.

7. Ma molto ci confortano le assicurazioni di preghiera che riceviamo da ogni parte, nell’auspicio che il sangue dei martiri, mescolato al sangue di Cristo, possa essere segno di cristiani autentici, perché questa nostra Chiesa, con il suo coraggio, con la sua fedeltà a Cristo, possa essere profezia di tempi nuovi, annunzio di verità, testimonianza di amore che vince l’odio, ma che vuole adempiute le esigenze della giustizia, tanto di quella divina quanto di quella umana.

Preghiamo dunque per il riposo e la gloria eterna di questo nostro fratello Giuseppe: ci protegga dal Ciclo, dove lo pensiamo alla presenza e nella luce di Dio, ci ottenga di perseverare nel bene, di respingere ogni tentazione di male ed ottenere per quelli che l’hanno ucciso, che l’hanno crocifisso, la conversione, la giusta penitenza, la misericordia di Dio e il suo perdono. E a noi la forza di andare avanti e la fiducia che il bene non può essere vinto e che quindi l’amore, quello che ha ispirato la vita di Don Giuseppe, l’amore vincerà.

Amen!

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