Il santo del 2 agosto: Sant’Eusebio di Vercelli

Sant’Eusebio di Vercelli

Eusebio nasce in Sardegna all’inizio del Iv secolo. Trascorre la sua giovinezza a Roma dove compieaccurati studi e viene ordinato sacerdote. Papa giulio I, conoscendolo e apprezzandone le qualità spirituali, nel 345 lo consacra vescovo di Vercelli. E’ il primo vescovo del Piemonte. Al Concilio di Milano si oppone all’imperatore Costanzo, fautore dell’eresia ariana, che propone la condanna  di Atanasio, il grande difensore dell’ortodossia. per questo viene mandato in esilio. Deve sopportare prolungate e intense sofferenze. nel 361, con a nomina dell’imperatore Giuliano l’apostata, viene reintegrato nella sua sede episcopale. e’ il primo in Occidente a introdurre, per il suo clero, la vita comunitaria. Partecipa al concilio di Alessandria contro le eresie e contribuisce in modo significativo a organizzare la chiesa. Secondo una tradizione viene lapidato dagli ariani vercellesi, secondo un’altra viene venerato come martire per le grandi sofferenze dall’esilio e dalle continue persecuzioni da parte degli eretici. Muore intorno al 371 e viene sepolto nella sua cattedrale. Uno dei fatti più rilevanti del suo episcopato fu la fondazione di una comunità sacerdotaleche conduceva vita comune, sull’esempio dei monaci riuniti nei cenobi che andavano radicandosi in quel tempo. Per questa comunità, divenuta una fucina di santi, si guadagnò un elogio post mortem da parte di sant’Ambrogio che in una lettera ai vercellesi (scritta verso il 394) espresse tutta la sua stima per Eusebio che aveva governato la sua diocesi “con l’austerità del digiuno” ed educato il clero all’«osservanza delle regole monastiche, pur vivendo in mezzo alla città». Eusebio fu quindi una vera luce nella Chiesa del IV secolo, e una fulgida testimonianza della sua santità si ebbe al Concilio di Milano del 355, quando la vera fede in Cristo rischiava di scomparire. Il concilio era stato convocato dall’imperatore, che da tempo perseguitava sant’Atanasio (una colonna) e due anni prima aveva esiliato san Paolino di Treviri, anche lui fedele all’ortodossia cattolica. Costanzo II puntava a ottenere la firma di alcune dichiarazioni ariane e un’altra condanna di Atanasio da parte di tutta l’assemblea conciliare, inizialmente riunita alla Basilica Maior (dove oggi sorge il Duomo). Ma l’arrivo di Eusebio, con il suo carisma, gli complicò i piani. Il santo chiese di annullare la condanna di Atanasio ed esortò i vescovi a firmare la professione di fede nel Credo di Nicea, incontrando chiaramente l’opposizione degli ariani. Alla fine intervenne personalmente l’imperatore, che fece spostare il concilio nel suo palazzo e impose la riconferma della sentenza contro Atanasio: Eusebio fu uno dei tre vescovi, insieme a Lucifero di Cagliari e Dionigi di Milano, a rifiutarsi di firmare. E fu esilio per tutti e tre  e la stessa sorte capiterà un anno più tardi, a un altro pseudo-concilio, a Sant’Ilario di Poitiers.

La catechesi di Papa Benedetto XVI ha messo in evidenza la sua bella figura di Pastore della Chiesa:

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 ottobre 2007

Sant’Eusebio di Vercelli

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina vi invito a riflettere su sant’Eusebio di Vercelli, il primo Vescovo dell’Italia settentrionale di cui abbiamo notizie sicure. Nato in Sardegna all’inizio del IV secolo, ancora in tenera età si trasferì a Roma con la sua famiglia. Più tardi venne istituito lettore: entrò così a far parte del clero dell’Urbe, in un tempo in cui la Chiesa era gravemente provata dall’eresia ariana. La grande stima che crebbe attorno a Eusebio spiega la sua elezione nel 345 alla cattedra episcopale di Vercelli. Il nuovo Vescovo iniziò subito un’intensa opera di evangelizzazione in un territorio ancora in gran parte pagano, specialmente nelle zone rurali. Ispirato da sant’Atanasio – che aveva scritto la Vita di sant’Antonio, iniziatore del monachesimo in Oriente –, fondò a Vercelli una comunità sacerdotale, simile a una comunità monastica. Questo cenobio diede al clero dell’Italia settentrionale una significativa impronta di santità apostolica e suscitò figure di Vescovi importanti, come Limenio e Onorato, successori di Eusebio a Vercelli, Gaudenzio a Novara, Esuperanzio a Tortona, Eustasio ad Aosta, Eulogio a Ivrea, Massimo a Torino, tutti venerati dalla Chiesa come Santi.

Solidamente formato nella fede nicena, Eusebio difese con tutte le forze la piena divinità di Gesù Cristo, definito dal Credo di Nicea «della stessa sostanza» del Padre. A tale scopo si alleò con i grandi Padri del IV secolo – soprattutto con sant’Atanasio, l’alfiere dell’ortodossia nicena – contro la politica filoariana dell’imperatore. Per l’imperatore la più semplice fede ariana appariva politicamente più utile come ideologia dell’Impero. Per lui non contava la verità, ma l’opportunità politica: voleva strumentalizzare la religione come legame dell’unità dell’Impero. Ma questi grandi Padri resistettero difendendo la verità contro la dominazione della politica. Per questo motivo Eusebio fu condannato all’esilio come tanti altri Vescovi di Oriente e di Occidente: come lo stesso Atanasio, come Ilario di Poiters – di cui abbiamo parlato la volta scorsa –, come Osio di Cordova. A Scitopoli in Palestina, dove fu confinato fra il 355 e il 360, Eusebio scrisse una pagina stupenda della sua vita. Anche qui fondò un cenobio con un piccolo gruppo di discepoli, e da qui curò la corrispondenza con i suoi fedeli del Piemonte, come dimostra soprattutto la seconda delle tre Lettere eusebiane riconosciute autentiche. Successivamente, dopo il 360, fu esiliato in Cappadocia e nella Tebaide, dove subì gravi maltrattamenti fisici. Nel 361, morto Costanzo II, gli succedette l’imperatore Giuliano, detto l’Apostata, che non si interessava al cristianesimo come religione dell’Impero, ma voleva semplicemente restaurare il paganesimo. Egli mise fine all’esilio di questi Vescovi e consentì così anche ad Eusebio di riprendere possesso della sua sede. Nel 362 fu invitato da Atanasio a partecipare al Concilio di Alessandria, che decise di perdonare i Vescovi ariani purché ritornassero allo stato laicale. Eusebio poté esercitare ancora per una decina d’anni, fino alla morte, il ministero episcopale, realizzando con la sua città un rapporto esemplare, che non mancò di ispirare il servizio pastorale di altri Vescovi dell’Italia settentrionale, dei quali ci occuperemo nelle prossime catechesi, come sant’Ambrogio di Milano e san Massimo di Torino.

Il rapporto tra il Vescovo di Vercelli e la sua città è illuminato soprattutto da due testimonianze epistolari. La prima si trova nella Lettera già citata, che Eusebio scrisse dall’esilio di Scitopoli «ai dilettissimi fratelli e ai presbiteri tanto desiderati, nonché ai santi popoli saldi nella fede di Vercelli, Novara, Ivrea e Tortona» (Ep. seconda). Queste espressioni iniziali, che segnalano la commozione del buon Pastore di fronte al suo gregge, trovano ampio riscontro alla fine della Lettera,nei saluti calorosissimi del padre a tutti e a ciascuno dei suoi figli di Vercelli, con espressioni traboccanti di affetto e di amore. E’ da notare anzitutto il rapporto esplicito che lega il Vescovo alle sanctae plebes non solo di Vercellae/Vercelli – la prima e, per qualche anno ancora, l’unica Diocesi del Piemonte –, ma anche di Novaria/Novara, Eporedia/Ivrea e Dertona/Tortona, cioè di quelle comunità cristiane che, all’interno della stessa Diocesi, avevano raggiunto una certa consistenza e autonomia. Un altro elemento interessante è fornito dal commiato con cui si conclude la Lettera: Eusebio chiede ai suoi figli e alle sue figlie di salutare «anche quelli che sono fuori della Chiesa e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore: etiam hos, qui foris sunt et nos dignantur diligere». Segno evidente che il rapporto del Vescovo con la sua città non era limitato alla popolazione cristiana, ma si estendeva anche a coloro che – al di fuori della Chiesa – ne riconoscevano in qualche modo l’autorità spirituale e amavano quest’uomo esemplare.

La seconda testimonianza del singolare rapporto del Vescovo con la sua città proviene dalla Lettera che sant’Ambrogio di Milano scrisse ai Vercellesi intorno al 394, più di vent’anni dopo la morte di Eusebio (Ep. fuori collezione 14). La Chiesa di Vercelli stava attraversando un momento difficile: era divisa e senza Pastore. Con franchezza Ambrogio dichiara di esitare a riconoscere in quei Vercellesi «la discendenza dei santi padri, che approvarono Eusebio non appena l’ebbero visto, senza averlo mai conosciuto prima di allora, dimenticando persino i propri concittadini». Nella stessa Lettera il Vescovo di Milano attesta nel modo più chiaro la sua stima nei confronti di Eusebio: «Un così grande uomo», scrive in modo perentorio, «ben meritò di essere eletto da tutta la Chiesa». L’ammirazione di Ambrogio per Eusebio si fondava soprattutto sul fatto che il Vescovo di Vercelli governava la diocesi con la testimonianza della sua vita: «Con l’austerità del digiuno governava la sua Chiesa». Di fatto anche Ambrogio era affascinato – come egli stesso riconosce – dall’ideale monastico della contemplazione di Dio, che Eusebio aveva perseguito sulle orme del profeta Elia. Per primo – annota Ambrogio – il Vescovo di Vercelli raccolse il proprio clero in vita communis e lo educò all’«osservanza delle regole monastiche, pur vivendo in mezzo alla città». Il Vescovo e il suo clero dovevano condividere i problemi dei concittadini, e lo hanno fatto in modo credibile proprio coltivando al tempo stesso una cittadinanza diversa, quella del cielo (cfr Eb 13,14). E così hanno realmente costruito una vera cittadinanza, una vera solidarietà comune tra i cittadini di Vercelli.

Così Eusebio, mentre faceva sua la causa della sancta plebs di Vercelli, viveva in mezzo alla città come un monaco, aprendo la città verso Dio. Questo tratto, quindi, nulla tolse al suo esemplare dinamismo pastorale. Sembra fra l’altro che egli abbia istituito a Vercelli le pievi per un servizio ecclesiale ordinato e stabile, e che abbia promosso i Santuari mariani per la conversione delle popolazioni rurali pagane. Piuttosto, questo «tratto monastico” conferiva una dimensione peculiare al rapporto del Vescovo con la sua città. Come già gli Apostoli, per i quali Gesù pregava nella sua Ultima Cena, i Pastori e i fedeli della Chiesa «sono nel mondo» (Gv 17,11), ma non sono «del mondo». Perciò i Pastori – ricordava Eusebio – devono esortare i fedeli a non considerare le città del mondo come la loro dimora stabile, ma a cercare la Città futura, la definitiva Gerusalemme del cielo. Questa «riserva escatologica» consente ai Pastori e ai fedeli di salvare la scala giusta dei valori, senza mai piegarsi alle mode del momento e alle pretese ingiuste del potere politico in carica. La scala autentica dei valori – sembra dire la vita intera di Eusebio – non viene dagli imperatori di ieri e di oggi, ma viene da Gesù Cristo, l’Uomo perfetto, uguale al Padre nella divinità, eppure uomo come noi. Riferendosi a questa scala di valori, Eusebio non si stanca di «raccomandare caldamente» ai suoi fedeli di «custodire con ogni cura la fede, di mantenere la concordia, di essere assidui nell’orazione» (Ep. seconda).

Cari amici, anch’io vi raccomando con tutto il cuore questi valori perenni, mentre vi saluto e vi benedico con le parole stesse, con cui il santo Vescovo Eusebio concludeva la sua seconda Lettera: «Mi rivolgo a tutti voi, miei fratelli e sante sorelle, figli e figlie, fedeli dei due sessi e di ogni età, perché vogliate … portare il nostro saluto anche a quelli che sono fuori dalla Chiesa, e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore» (ibid.).

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